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L’oncologo napoletano Giordano: “Qui si spende di più per un calciatore che per la ricerca. Così ho scoperto il gene anticancro”

Creato il 12 agosto 2016 da Vesuviolive

antonio giordanoDal 1 al 7 agosto, al Parco Naturale de ‘La Cartiera’ di Pompei, è andata in scena l’ottava edizione del Festival cinematografico ITALIAN MOVIE AWARD, presieduta e diretta da Carlo Fumo. Il tema di quest’anno, sviscerato attraverso film e cortometraggi, è stato “La Ricerca”. Ricerca in ogni sua sfaccettatura: scientifica, culturale, ricerca che non è mai fine a se stessa. Ricerca che è crescita, voglia di conoscere, approfondire, ricerca che è curiosità e anelito alla verità. Testimonial e rappresentante d’eccezione, nonché Presidente di giuria del Festival, è stato il Prof. Antonio Giordano, uno dei più importanti oncologi del mondo, docente allo Sbarro Institute di Philadelphia, premiato recentemente per la scoperta di un gene oncosoppressore, l’RB2/p130, che ridurrebbe drasticamente la crescita dei tumori. Vesuvio Live, a margine della quinta serata del Festival, lo ha incontrato e intervistato in esclusiva.

Prof. Giordano, ci racconti della sua presenza al Festival, in qualità di Presidente di Giuria, e dell’importanza di trattare tematiche importanti e delicate come la ricerca, attraverso canali comunicativi come il cinema:

“Il cinema è uno primari veicoli di comunicazione per promuovere contenuti culturali. Anche con un film comico, si possono trasmettere messaggi importanti e incisivi capaci di avere una ricaduta nel sociale”.

Lei, recentemente, ha ricevuto un premio per la scoperta del gene RB2P130: ce ne può parlare?

“Negli anni, con il mio gruppo di ricerca abbiamo scoperto 5 geni anticancro. Studiandone i meccanismi abbiamo fatto una serie di importanti scoperte nel campo della diagnosi e della terapia dei tumori. Anche se sono consapevole che la mia ricerca scientifica, costituisca un importante pezzo di quel complesso mosaico che è il pianeta cancro mi auguro di poter comprendere ancora meglio questa malattia”.

Come va avanti, a tal proposito, la sua ricerca?

“Una parte della mia ricerca (nel campo della diagnosi e della terapia dei tumori, come il meccanismo del ciclo cellulare) è già stata tradotta in protocolli di routine. Come molti sanno la cellula il cancro è caratterizzato da una divisione cellulare incontrollata. In termini giornalistici si dice che la cellula impazzisce. Tuttavia, noi abbiamo individuato guardiani del genoma e abbiamo compreso che quando vengono danneggiati si sviluppano delle patologie tumorali. Da questa scoperta, sono stati sintetizzati una serie di farmaci che si stanno rivelando dei potenti inibitori della divisione cellulare. Si tratta dei cosiddetti farmaci intelligenti. Sono dell’idea che i tumori potranno essere controllati allo stesso modo  delle malattie cardiovascolari e del diabete”.

Il ministro Lorenzin ha dichiarato che nella Terra dei Fuochi non ci si ammala per i rifiuti tossici ma per un cattivo stile di vita. Lei che è sempre stato sensibile a quelle zone martoriate, cosa si sente di risponderle?

“Io non conosco personalmente il ministro Lorenzin. Comunque negli ultimi 30-40 anni l’Italia ha avuto più di un ministro della sanità medico. Ciononostante constato che, nemmeno loro, hanno compreso  la portata dei danni che si stavano per perpetrando nei confronti dell’ambiente, dell’aria, dell’acqua e della terra non solo della Campania (dove abbiamo avuto il coraggio di far conoscere alla gente le ragioni per le quali intere famiglie si ammalavano). La mia ricerca sostenuta e finanziata dagli Stati Uniti, ha proseguito il lavoro iniziato da mio padre sull’amianto, che solo in tempi recenti ha individuato i colpevoli con le note sentenze Eternit. Con Paolo Chiariello di Sky, ho scritto un libro in cui abbiamo evidenziato il patto scellerato che è esistito per anni tra una certa politica e una certa imprenditoria. La mafia e la camorra hanno rappresentato il braccio operativo di una mente molto più sofisticata che ha creato questo disastro”.

I cittadini si chiedono e vogliono sapere: ci sono dei consigli da seguire per “evitare” di ammalarsi?

“Prima di tutto abbiamo dimostrato che nel nostro ambiente esistono sostanze killer, ossia sostanze che venendo a contatto con le forme di vita le trasformano, e che sono presenti in grandi quantità nel nostro ambiente; la loro sinergia le rende ancora più pericolose. Quindi da un lato dobbiamo cercare di eliminare il danno, bonificando. Dall’altro dobbiamo iniziare un programma di bio-monitoraggio e di prevenzione sulla nostra popolazione, ma anche su quella di altre zone d’Italia, dove stanno emergendo altrettanti disastri ambientali. Lo Stato dovrebbe effettuare un programma di screening specifici e finanziare opere di bonifica. Ma per ora nulla di tutto ciò’ e’ avvenuto. Continui, invece, i proclami dei politici e gli spot elettorali”.

Quindi il cambiamento è un’utopia?

“E’ un’utopia che i politici riescano a ribaltare questa situazione, ma la gente finalmente sa, conosce quello che sta accadendo, e questa è già una grande conquista perché dimostra che la cultura quando è indipendente e quando comunica le verità porta beneficio ai cittadini”.

Lei lavora a Philadelphia, dove alla ricerca viene dato ampio supporto, cosa che non succede qui in Italia. Cosa si sente di dire ai giovani italiani che sognano di camminare sulla strada della ricerca?

“Io dirigo l’Istituto di ricerca sul cancro di Philadelphia e ho anche una cattedra a Siena. Posso affermare che in Italia non si dà sufficiente importanza alla ricerca anche se abbiamo ottimi ricercatori. Basta vedere i risultati che questi ricercatori ottengono una volta immessi in un ambiente competitivo come quello degli Stati Uniti o di altri paesi europei. Ora è chiaro il problema non è costituito dalla risorsa umana ma da un sistema che non investe a sufficienza nella ricerca. Se si pensa che l’Italia finanzia 100 milioni per la ricerca scientifica e un calciatore costa ben 120 milioni, si capisce che non c’è un interesse nell’investire nella cultura in generale e in quelIa scientifica, in particolare. Cento anni fa avevamo un’emigrazione povera, i nostri nonni erano contadini, avevano dei valori e andavano negli Stati Uniti e sognavano un futuro migliore per i propri figli e investivano nell’educazione. Ora abbiamo una situazione differente: ci troviamo di fronte ad un’emigrazione di persone che hanno già un livello culturale elevato, costrette a lasciare l’Italia. In questo modo non facciamo altro che fornire agli altri un prodotto intellettuale finito da cui non riusciamo a trarre beneficio nel nostro Paese”.

Ultima domanda, che è più una curiosità. Secondo la psicologia, ad ogni malattia, cancro compreso, sarebbe collegato un trauma o comunque un blocco psicologico. Lei cosa pensa al riguardo?

“Il tumore è una malattia multifattoriale, intervengono molti fattori. La psicosomatica è un co-fattore che contribuisce a sviluppare la patologia, non è il fattore, ma uno dei tanti. Quindi dobbiamo aggredire il tumore in più aspetti, l’aspetto psicologico è comunque un aspetto importante”.


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