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La casa in collina (Pavese)

Creato il 12 giugno 2015 da Athenae Noctua @AthenaeNoctua
Il mio primo incontro con Cesare Pavese risale a circa sei anni fa: lessi La luna e i falò, ma, francamente, non ne ebbi un'impressione positiva. Sotto lo stimolo della ricorrenza dei settant'anni dalla Liberazione e della pubblicazione della collana della Biblioteca della Resistenza ad opera del Corriere della Sera, mi sono imbattuta in un testo che avevo intenzione di leggere da quando, l'anno scorso, ho approfondito la conoscenza di Calvino e de Il sentiero dei nidi di ragno.
La casa in collina (Pavese)La casa in collina si è rivelato un romanzo potente, complesso, problematico. Nella storia di Corrado, insegnante in un liceo di Torino stabilitosi in collina per sfuggire ai bombardamenti notturni, nel suo incontro con i partigiani e con la sua antica fiamma Cate, che ora ha un figlio che egli non può non ritenere suo, è radicata una profonda riflessione sulla guerra, sul suo significato, sul ruolo che il singolo individuo assume nei confronti di essa. Ai rivolgimenti bellici e politici è inevitabilmente legata l'esistenza di Corrado, che, pur non prendendo parte attiva alla Resistenza e, anzi, rimanendo inizialmente abbastanza indifferente alla guerra, finisce per essere ricercato dai Tedeschi e costretto a vagare per le colline alla ricerca di un rifugio, tornando da questo esilio ancor più tormentato e confuso di prima.
Questa specie di sordo rancore in cui s’era conchiusa la sua gioventù trovò con la guerra una tana e un orizzonte.
Tale è la disposizione d'animo di Corrado all'inizio del racconto: egli è individualisticamente orientato a sopravvivere, curandosi della propria esistenza comune, senza particolari bisogni, ma anche senza slanci idealistici che valgano la vita.
Tuttavia, nei ventitre brevissimi capitoli che compongono il romanzo si avverte il progressivo mutamento di Corrado, nel quale si riflette certamente la maturazione di molti uomini e donne che hanno vissuto il tempo dell'occupazione e le lotte di resistenza. Tale trasformazione è dovuta al fatto che, pagina dopo pagina, giorno dopo giorno, Corrado si rende conto di non essere estraneo alla guerra, che essa lo tocca da vicino, se non altro perché la stessa prosecuzione della sua attività di docente dopo l'8 settembre può procurare accuse di collaborazione con chi auspica il rovesciamento del regime e perché il contatto con i partigiani, principalmente per affetto verso Cate e suo figlio Dino, gli porta i nemici in casa.

La casa in collina (Pavese)

V. Kandinskij - Case a Marnau, paesaggio estivo (1909)


Corrado comprende che la guerra non è un affare da cui si si possa astenere attraverso lo svolgimento delle attività utili a procurare il pane: essa si intreccia agli affetti, al lavoro, alla libertà.
Questa guerra ci brucia le case. Ci semina di morti fucilati piazze strade, Ci caccia come lepri di rifugio in rifugio. Finirà per costringerci a combattere anche noi, per strapparci un consenso attivo. E verrà il giorno che nessuno sarà fuori dalla guerra - né i vigliacchi, né i tristi, né i soli. Tutti avremo accettato di far la guerra. E allora forse avremo pace.

La casa in collina (Pavese)

Cesare Pavese (1908-1950)

Questo passo segna la definitiva accettazione della guerra come un momento necessario al mantenimento della vita e della libertà, pur a costo di enormi sacrifici. Chiunque, prima o poi, si troverà di fronte alla necessità di difendere se stesso e ciò in cui si riconosce, e allora, stanco di fuggire, toccato nel vivo, imbraccerà le armi. Ma siamo ben lontani da qualsiasi affermazione di eroismo, anzi, la consapevolezza della necessità della guerra civile in corso apre la strada a nuova amarezza, rivelandosi come una trappola in cui gli unici portatori di verità e, forse, di senso, sono i morti, quei morti che sono tutti uguali, nonostante le divise diverse, quel morti che obbligano, con l'abbandono dei loro corpi per le strade, a riflettere su ciò che accade, sul perché del loro sangue, che è poi la condizione per cui altri sono vivi. Perché «ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede la ragione».
Io non credo che possa finire. Ora che ho visto cos'è guerra, cos'è guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: - E dei caduti che facciamo? perché sono morti? - Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero.
C.M.

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