
L’avvento di un nuovo medium rivoluziona l’universo della comunicazione e provoca, nel tempo, due movimenti opposti ma sincronici:un movimento ascendente o un movimento discendente. Il primo genera un movimento generale verso l’alto, il secondo verso il basso. La rivoluzione della stampa ha prodotto nei secoli un doppio movimento. Da un lato, la diffusione del libro a stampa ha reso possibile l’alfabetizzazione delle masse, un sistema capillare di istruzione, la nascita di un’opinione pubblica, una letteratura di massa, ecc. In altri termini, ha permesso a uno strato sociale più ampio, rispetto al passato, di elevarsi verso i prodotti alti della cultura, allo stesso tempo anche gli stessi produttori di opere d’arte sono indotti a misurarsi con un mercato editoriale sempre più esigente. L’avvento della stampa, in pratica, cambiando la conformazione strutturale della società, ha immesso nel sistema sociale una dose maggiore di innovazione e creatività, mentre le società premoderne erano caratterizzate da una dose maggiore di imitazione e ripetitività. Dall’altro, tale avvento ha provocato anche un movimento discendente: alcuni tratti imitativi e ripetitivi, di cui ogni società hasempre bisogno per soddisfare le sue esigenze di mimesi, sono stati trasferitiad ambiti culturali per renderli accessibili a quegli strati di popolazione che non avevano i mezzi per elevarsi verso forme artistiche più innovative e sperimentali. Chi, ad esempio, riusciva a esprimersi soltanto nel suo idioletto, la lettura di Kafka, ma anche di Agatha Christie, diventava un ambito inaccessibile, invece, la “lettura” di un fumetto o di un fotoromanzo era comunque alla sua portata. Se in questi ambiti i moduli espressivi cambiassero o si innovassero continuamente, i loro prodotti diventerebbero incomprensibili alla massa dei loro fruitori. Sono le esigenze imposte dallo stesso mercato che non permettano a determinati prodotti di variare la loro offerta. Una formula di successo non si cambia fino a che il gusto del pubblico non si saturi.Il fatto è che il successo di pubblico non corrompe l’animo dei fruitori, come credevano un tempo i critici della cultura di massa, ma l’animo dei “creatori” di opere d’arte. I moduli espressivi, caratterizzati da ripetitività e scarsa innovazione, rappresentano un “barriera” per chi, invece, vorrebbe esprimersi attraverso nuovi e dirompenti moduli. Egli sa che qualora non voglia sottostare alle regole rigide di un mercato editoriale standardizzato è destinato a un mercato di nicchia. In questo senso, l’avvento di un nuovo medium fa da attrattore dei prodotti culturali verso il basso. Un discorso analogo si potrebbe ripetere con l’avvento della televisione. Anche in questo caso potrebbe scorgere questo doppio movimento: ad esempio, il linguaggio televisivo ha permesso a milioni di persone di venire a contatto con un italiano standard, unificando così dal punto di vista linguistico la nostra penisola. Ha diffuso e fatto conoscere tanti autori e opere letterarie. Ha fatto conoscere usi e costumi di altre città. Ha messo tanti utenti a contatto con una realtà extramunicipale. Ma con la liberalizzazione delle antenne, i programmi sono caduti sotto il dominio dell’audience e il loro livello qualitativo, in generale, si è gradualmenteabbassato nel tempo. S’è ripetuto un processo analogo visto in precedenza con l’introduzione di un nuovo medium: come l’aumento dell’alfabetizzazione aveva generato un diversificazione verso il basso dell’offerta editoriale, così è accaduto con l’aumento degli utenti televisivi. La televisione di qualità, all’inizio della sua storia, si poteva fare perché gli abbonati erano pochi milioni, appartenenti per la maggior parte a ceti sociali medi, gli unici che si potevano permettere l’acquisto di un apparecchio televisivo. In fondo, erano gli stessi ceti sociali più “istruiti”. Negli anni,il basso costo dell’apparecchio ha esteso la sua fruizione a tutti i ceti sociali. La sua diffusione ha contrassegnato la società dei consumi. La pubblicità è cominciata ad essere sempre più invasiva fino al punto di decretare il successo di un prodotto televisivo. La televisione comincia a vendere “pubblico” agli inserzionisti pubblicitari.Quando un qualsiasi mercato dell’industria culturale, dopo la sua affermazione e stabilizzazione cade sotto il dominio del numero (divendita per i prodotti dell’industria editoriale, di pubblico per quello televisivo), si creano al suo interno delle “barriere” che impediscono a determinati “prodotti” fortemente innovativi di entrare nel circuito della produzione e della distribuzione. Intendiamoci, non si tratta di un “complotto”contro la “qualità” dell’opera d’arte, semplicemente l’industria culturale punta su prodotti facilmente fruibili e “artisticamente” collaudati. Puntare su prodotti fortemente innovativi ma di scarsa fruibilità, rappresenta un rischio economico per l’industria culturale. Questo accade tanto nel campo editoriale che in quello televisivo. Entrambe le industrie non sfuggono alla logica del mercato. Un’industria editoriale preferisce “investire” su uno scrittore conosciuto, che sa tenere la penna inmano, vale a dire che conosce il suo mestiere, anziché su uno scrittore sconosciuto, magari ottimo, ma troppo inventivo nel linguaggio e nei moduli espressivi per i gusti del mercato editoriale. Insomma, preferisce puntare su chi assicura la vendita di un numero discreto di copie o su un programma televisivo ripetitivo ma in grado di assicurare un discreto numero di ascolti, anziché rischiare puntando su prodotti troppo innovati ma dagli esiti commerciali incerti. Inquesto senso, affermo che ogni industria culturale pone al suo interno delle barriere che tendono a cristallizzare i suoi prodotti. La ricerca di prodotti innovativi s’impone quando una formula espressiva esaurisce la sua funzione, ossia quando il mercato è satura di accogliere prodotti ripetitivi e collaudati. Neanche l’ultimo medium, Internet, sfugge a questa logica:anche in questo caso, potremmo vedere in atto questo doppio movimento. I vantaggi derivati da una comunicazione in tempo reale sono sotto gli occhi di tutti per cui mi sembra inutile elencarli. Uno di questi è la produzione di una cultura dal basso, cioè una produzione che, come dicevano un tempo i critici della cultura di massa, che non viene più imposta dall’alto di un’industria culturale. Tale produzione possiamo definirla non come cultura di massa bensì come cultura della moltitudine. Qui, il termine “cultura” è da intendersi nell’accezione “soggettiva”, ossia come espressione della propria individualità o personalità.Il movimento ascendente consiste nella possibilità che il medium permette a chiunque abbia una connessione di partecipare alla creazione di un’opinione pubblica dal basso (vedere l’uso e la diffusione dei forum, dei social network e dei blogs), non più “manipolabile” da chi possiede i tradizionali mezzi di comunicazione di massa – stampa e televisioni; così ha modo di partecipare alla creazione di un gusto letterario, recensendo o esprimendo opinioni su questo o quel romanzo, su questo o quel film; di far arrivare a una platea più vasta la sua poesia, il suo racconto o il suo saggio critico. Dal momento che non si tratta più di una massa amorfa e recettiva, bensì di una moltitudine attiva e propositiva, diventa difficile poter manipolare o suggestionare dall'alto gli utenti veicolando messaggi edulcorati. All’apparenza, in questo campo sembrano che non esistono barriere: ognuno può scrivere in Internet ciò che vuole. Tuttavia, in realtà esistono eccome delle barriere! Gli internauti valgono come moltitudine, presi, invece, uno per uno non contano nulla. I propri “post” valgono in quanto si sommano ai “post” degli altri internauti, fanno “massa” (ma meglio dire“moltitudine) quando s’aggregano ad altri siti, presi individualmente valgono quanto valgono due chiacchiere scambiate al bar con un gruppo di amici. Iforum, le community, i social network (Twitter, Facebook, ecc.), i motori diricerca, i litblog valgono perché generano traffico, ma generano traffico perché milioni di internauti partecipano come moltitudine alla loro crescita.
La cultura della moltitudine è una cultura disgregata, frammentata, incoerente, livellata su un piano completamente orizzontale. In sé non ha alcun senso gerarchico, ed è una cultura che si costruisce strada facendo, senza alcuna direzione precisa.
© Di Bruno Corino
Magazine Media e Comunicazione
La cultura della moltitudine
Creato il 22 febbraio 2012 da Bruno CorinoPossono interessarti anche questi articoli :
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