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La finestra sul porcile: Metalhead

Creato il 06 marzo 2015 da Cicciorusso

coverHi, I’m Øystein. This is Yngve and Pål Ole. We heard your music. We got hold of a copy of your tape in Oslo. We want to release it at our label. It’s a small one but… Nonostante il fatto che a un certo punto, nel paesino islandese isolatissimo dove vive Hera, si presentino Euronymous e Dead, non sarebbe corretto affermare che Málmhaus (questo il titolo originale islandese) sia un film sull’heavy metal.

Hera è una bambina la cui vita serena viene sconvolta dall’aver assistito alla morte accidentale di suo fratello, un ragazzo non più che adolescente, schiacciato dal trattore che stava conducendo durante una tranquilla e monotona giornata di lavoro. La prima trasformazione della bimba avviene nel suo sguardo quando, in chiesa, mentre il prete recita l’elogio funebre rituale, alza gli occhi all’immagine di Cristo e fa le corna. La ragazza, per tentare di elaborare il lutto, adotta una soluzione che si rivelerà per molto tempo controproducente, quella di vestire i panni del fratello che era, appunto, un metalhead. Inizia ad andare in giro col chiodo, le magliette degli Iron Maiden, ad ascoltare i vinili e le cassettine, ad imbracciare la chitarra elettrica, ma pure tenta di raccogliere le sue cose in uno zaino, decidere ogni giorno di andarsene via e non farlo mai. Già isolata con la sua famiglia in questa fattoria ai piedi del nulla, sceglie l’isolamento ulteriore, dai contatti umani e da sé stessa. Arrivato a questo punto del film già mi giravano a raffica: ecco, mi sono detto, il classico luogo comune del metallaro sociopatico che poga in mezzo ai vecchietti durante le serate danzanti di paese e che manifesta il suo disturbo secondo lo stereotipo più classico. La scena di lei, ormai divenuta adulta, che suona la chitarra elettrica sulla tomba del fratello mi aveva quasi convinto a spegnere tutto. Poi ho pensato che forse ne stavo dando una lettura sbagliata, troppo filtrata da ciò che sono, e ho capito che questa non è una pellicola dedicata a gente come noi, perché se queste fossero le reali intenzioni del regista allora potremmo definirlo tranquillamente un imbecille.

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Si arriva ai primi ’90, gli anni dell’Inner Circle; la ragazza vede sul tg un servizio di cronaca sul rogo di Fantoft, capisce che fuori da quella fattoria e da quell’isola c’è tutto un mondo che attrae a sé in modo irresistibile e prende la decisione di spedire in Norvegia copie della sua prima demo. Altri luoghi comuni, altri mal di pancia. Poi accade che Hera viene sconfitta dalle pressioni sociali e si appresta a fare la vita della donna di casa, replicando i gesti quotidiani e le (in)espressioni facciali materne. Arrivano i tizi della Deathlike Silence e poi non vi dico come va a finire. Immancabile una piccola nota sulla colonna sonora: principalmente classic heavy metal e brani ‘significativi’ e di ‘rottura ideologica’ (la cui scelta mi è sembrata un po’ scontata) tipo Run for Your Life, Victim of Changes, Me Against the World, Heartless World dei Teaze, Strange Wings, Am I Evil? dei Diamond Head, ma pure Megadeth e Solstafir.

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Il film fu presentato in anteprima nel 2013 al Toronto Film Festival e l’anno scorso a quello di Montreal. È diretto da un regista islandese, Ragnar Bragason, e anche gli attori sono autoctoni. Questo particolare ha fatto sì che la storia, a prescindere dalle valutazioni che può farne uno spettatore che ascolta heavy metal, come ho fatto io, risultasse un credibile specchio della vita islandese rurale che, nei volti austeri delle persone e nel tratteggio del loro stile di vita inconcepibile, non facesse torto a ciò che ancor più inconcepibilmente definisce quel paese, ovvero gli immensi e vuoti scenari naturalistici. Quindi, tornando all’affermazione d’apertura, si può dire che questo altro non è che un film sull’Islanda e i suoi abitanti ma anche, più in generale, sul lutto e la solitudine. (Charles)



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