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La finta seduzione del populista

Creato il 12 dicembre 2012 da Mdileo @atmospherelibri

silvio-berlusconi-profilo1Viviamo in un’epoca in cui l’immagine trionfa sulla verità, che si tratti di sport, televisione (reality) o politica. Negli anni Novanta, Silvio Berlusconi fondò il partito aziendale chiamandolo “Forza Italia”. Non aveva una piattaforma. Berlusconi era la piattaforma. L’uomo Berlusconi non era un genio, ma sembrava un genio perché le sue aziende, grazie a coperture politiche dell’epoca precedente al suo ingresso in politica, erano il prototipo dell’Italia ricca, prosperosa ed efficiente. Berlusconi è stato il populista tra i populisti. L’essenza del populismo è il trionfo individuale sull’ideologia, sulla politica, e anche sulla realtà. Il “Populista” definisce quel politico dal linguaggio poco ortodosso e aggressivo che demonizza le élite ed esalta la gente comune. Un voto per il politico populista è un voto contro la politica stessa. La presunzione dell’elettorato è che il politico populista porterà al governo e al Paese un’onestà rinfrescante e una profonda comprensione verso il popolo, qualità che spesso mancano in politica.
Eppure il populista offre raramente una di queste qualità. Berlusconi non è un estraneo ai meccanismi. Guarda e parla come l’uomo medio, ne condivide alcune delle sue preoccupazioni reali, ma nessuna delle sue preoccupazioni economiche (Mediaset, di cui è proprietario, fattura 9 miliardi di euro, mentre Berlusconi dichiara un reddito di circa 48 milioni di euro). Egli è il trionfo dell’immagine sulla verità, la cosa per cui invece è stato eletto. In passato, Berlusconi è stato clamorosamente considerato “umano” ed è stato amato per i suoi difetti. La sua chiacchierata onestà, le gaffe, le barzellette, gli incontri con la bandana, la dedizione alle giovani figure femminili di cui si è sempre circondato, prima e, soprattutto, dopo il fallito matrimonio con Veronica Lario hanno ampliato i suoi difetti, quelli a cui l’uomo comune ha attinto finora per farne il capro espiatorio dei propri difetti. Lo sviluppatore dell’antipolitica Silvio Berlusconi, l’uomo che imbarazzava il Paese all’estero, era, in casa propria, il comunicatore più espressivo, il vero imbonitore delle televendite mediatiche basate sulla protesta e la disobbedienza. I venti anni trascorsi al potere hanno smorzato i toni della protesta di massa: oppositori, sindacati, intellettuali hanno scoperto il fianco ai suoi colpi bassi. Nel breve interregno di Prodi, in cui un governo di centrosinistra ha relegato per poco tempo Berlusconi all’opposizione, si è notato come fosse complesso governare una nazione. Prodi era visibilmente invecchiato mentre era in carica. Berlusconi, benché abbia più volte fatto ricorso alla chirurgia estetica, ha reso apparentemente tutto semplice, anche se lui stesso non sia riuscito ad afferrare i problemi complessi del paese.
Fino a che punto il politico populista Berlusconi si è alienato l’elettorato? La risposta sembra essere: fino a quando la verità non è venuta a galla. Berlusconi è finto, è sempre stato finto. Era un dato di fatto già prima anche ai suoi sostenitori, ma c’era un motivo per cui, favorevoli e demonizzatori di Berlusconi si erano sottomessi alla sua forza dominante. Oggi la rabbia sociale si è concretizzata nei fatti. Berlusconi è un uomo umanamente vecchio. Le sue “bravate”, percepite in passato come un diversivo tipico dell’uomo, oggi sono interpretate diversamente. L’uomo qualunque, che era giunto al potere tra le ovazioni degli uomini qualunque, è interpretato come un abusivo dei palazzi del potere. La rabbia sociale si è organizzata. L’uomo comune-populista-ricco Berlusconi si è dovuto confrontare con l’uomo-tecnico-pragmatico-equilibrato Mario Monti e con l’uomo buono-onesto-competente Pier Luigi Bersani. La schiettezza del populista, che prima era intesa come una forma di verità, ha mostrato il suo vero volto. Il populista ha fallito, e oggi, parlando a vanvera, ripresenta se stesso alla guida di un nuovo governo. Le tasse non sono state ridotte, il debito pubblico è aumentato disperatamente, l’Italia sprofonda nel baratro, ma la colpa non è di Berlusconi. “E’ tornato il Pagliaccio” hanno tuonato all’estero.
Perché la “rabbia sociale” non ha portato, nel ventennio berlusconiano, a disordini o proteste? In passato, una rabbia diffusa e la passività collettiva potevano coesistere fianco a fianco. Eravamo arrabbiati, ma non avevamo intenzione di fare qualcosa al riguardo. Avevamo delegato il populista Berlusconi a rappresentarci.
Con l’avvento di internet, abbiamo speso la nostra rabbia sui blog e non abbiamo messo alcuna rabbia nella protesta reale. La tecnologia ha separato e reso più indiretta la nostra comunicazione, impersonale ed emotivamente piatta.
C’è stato un declino in termini di condivisioni di idee tra persone. La perdita delle ideologie ha aggravato la nostra insicurezza. La tecnologia ha giocato un ruolo nel nostro isolamento. Oggi, invece, la tecnologia è diventata l’arma vincente. Purché i politici imparino a colloquiare con la gente. Prima che l’immagine plastica di un uomo, solo al comando, non si riprenda la Repubblica.


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