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La legge italiana è contro il lavoro dei giovani?

Creato il 15 marzo 2017 da Propostalavoro @propostalavoro

I giovani italiani fanno fatica a imporsi sul mercato del lavoro perché ostacolati dalla stessa legge italiana. 

Partiamo da questo presupposto per rispondere ad una domanda: come mai i giovani, anche se tutelati da contratti di lavoro stabili, finiscono per avere un tasso di occupazione più basso? Perché, anche in questo caso, sono i più sfigati, nel mondo del lavoro?

Secondo un detto popolare, «chi tardi arriva, male alloggia». Questa nota espressione può essere usata per descrivere una dinamica molto calzante per il mercato del lavoro giovanile, dove ogni neoarrivato sa che dovrà fare la sua dose di gavetta per conquistarsi il suo spazio ed un po' di rispetto.

La teoria «insider/outsider» ha dato fondamenti scientifici a questo assunto: i lavoratori in servizio da tempo, con posizioni già garantite, cioè gli insider, tendono a non dare una mano agli altri lavoratori, agli outsider. Ed è facile capire perché. Ogni nuovo arrivato potrebbe essere portatore di squilibrio, sia sotto il profilo tecnico (potrebbe non essere così performante come dice di essere) sia sotto il profilo relazionale (potrebbe essere un piantagrane). La diffidenza, in questo senso, si traduce in salari di ingresso più bassi e periodi di prova, che possiamo considerare come situazioni di minor favore sul piano retributivo e sul piano delle tutele al licenziamento.

Sono outsider anche i disoccupati. Loro in particolar modo: se la politica «lavorare meno, lavorare tutti» non ha funzionato – spiega la teoria insider/outsider – è perché gli insider non hanno mai avuto la minima intenzione di ridurre il proprio orario di lavoro (con conseguente perdita di salario ed influenza) a favore di outsider sconosiuti.

La legge italiana è contro il lavoro dei giovani?
Tutto questo avviene sulla base di un pregiudizio. È infatti un pregiudizio pensare che da uno sconosciuto arrivino solo guai e non, ad esempio, nuovi punti di vista e nuove soluzioni. Un pregiudizio ch econsegna all'insider la parte del leone. Ci si aspetterebbe allora che la legge agisca di conseguenza, per tutelare chi non riesce ad entrare nel mondo del lavoro. E, bene o male, lo fa, con politiche di inclusione e incentivi alle assunzioni. Queste politiche hanno sperimentato (secondo indirizzi politici diversi) la creazione per legge di contratti di lavoro ad hoc (con stabilità lavorativa non piena) e benefici economici come, ad esempio la Garanzia Giovani.

Ma anche i giovani entrati nel mercato del lavoro con il contratto più stabile di tutti sono tutelati dal licenziamento solo fino ad un certo punto.

In caso di licenziamento collettivo, infatti, i giovani sono i primi ad essere lasciati a casa. Esiste una normativa, in Italia, che regolamenta le procedure per la gestione degli esuberi di personale, e che, in sostanza, demanda al confronto tra parti sindacali e datore di lavoro la scelta di criteri per dichiarare chi è di troppo se l'azienda va in crisi. In mancanza di criteri condivisi, che a un tavolo sindacale possono anche non essere trovati, tre sono i criteri che vengono direttamente dettati dalla legge, in questo preciso ordine:

  • a) carichi di famiglia;
  • b) anzianità;
  • c) esigenze tecnico produttive;

più, a margine, salvaguardia del collocamento disabili e del lavoro femminile. La legge è la n. 223 del 23 luglio 1991, ed ha visto la luce sotto il settimo governo di Giulio Andreotti, sebbene presentata esattamente 4 anni e 3 governi prima. Nei primi testi preparatori, i criteri di cui sopra non c'erano. Solo nel gennaio '89 fa la sua comparsa un'elencazione (art. 5).

Nei meandri del sito della Camera dei Deputati, si può ancora leggere il dibattito tra Luciano Gelpi e Giorgio Ghezzi, il primo sindacalista bergamasco, titolo di studio: terza media, segretario CISL, ed eletto per la DC, il secondo docente universitario bolognese, eletto con i voti del Partito Comunista Italiano. Oggetto della contesa, mantenere o meno la norma a tutela del lavoro femminile. Non si trovano invece riferimenti al pericolo che si stesse creando un sistema «last in, first out» (tradotto: ultimo a entrare, primo a uscire), col rischio di tutelare i lavoratori con carichi di famiglia e anzianità ma trascurare i più funzionali alle esigenze tecniche ed organizzative. Con questa legge, potenzialmente, si possono condannare i giovani, spesso ultimi arrivati, ad andarsene via per primi. 

Certamente, se ai tavoli di confronto sindacale si trovano criteri a salvaguardia del lavoro giovanile, il peggio è evitabile. Ma chiediamoci: quale mondo del lavoro avremmo, oggi come oggi, se la legge avesse tutelato, anziché l'anzianità, criteri come il potenziale, il titolo di studio, la produttività, o l'acquisizione di competenze?

Abbiamo visto che la "generazione pigliatutto1966-70 è stata quella più in grado di mantenersi su alti livelli occupazionali. All'epoca della legge n. 223/1991 i suoi componenti avevano dai 21 ai 25 anni, l'età giusta – secondo gli standard dell'epoca – per entrare nel mondo degli insider.

L'età giusta, possiamo dirlo, per entrare e chiudere la porta alle generazioni successive.

Simone Caroli


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