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La musica come ossigeno e il rum come preghiera

Creato il 31 agosto 2016 da Agipsyinthekitchen
*a cura di Gloria Ines Colombo.
“I gitani mi hanno affidato il compito di parlarvi di vino sul loro blog. Diciamo subito che non sono un’esperta e non ho diplomi o titoli da esibire in materia. La verità è che sono stata educata da una serie sfortunata di ex fidanzati che (chi per lavoro, chi per passione) il vino lo conoscevano molto bene. Il percorso guidato mi ha portato sui sentieri del Sauvignon, dello Chardonnay e di sua maestà il Nebbiolo. Poi ho camminato da sola. Ho incontrato le bollicine e ho preso una sbandata per il Pinot nero. Il lavoro mi ha permesso di avvicinarmi al mondo della viticoltura e, con la complicità di amici compiacenti, mi sono imbucata a tutte le degustazioni riservate alla stampa, ho visitato cantine, conosciuto produttori e mi sono spinta fino ai cancelli del Domaine de la Romanée-Conti. E, prima o poi, troverò la chiave per aprirli.” I am Cuba My sugar was carried away in ships. But my tears were left behind. La canoa procede lenta. Scivola sul fiume tra piantagioni di canna da zucchero e palme reali. All’improvviso, non sai bene come, ti ritrovi in preda alle vertigini sulla terrazza di un grattacielo, stordita dalla musica e aliena tra gente che beve, si diverte e si butta in piscina. Sono i primi 5 minuti del film Soy Cuba di Mikhail Kalatozov (1964).

I cinque minuti che hanno fatto dire a Martin Scorsese “mi è tornata la voglia di fare cinema”.

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Pochi giorni dopo la proiezione del film ho comprato i biglietti per Cuba.  Il 10 agosto ero su quella terrazza, all’hotel Capri sul litorale dell’Havana. Da lì siamo partite e una volta scese abbiamo macinato chilometri. Percorrendo a piedi ogni centimetro della città, viaggiando sulla macchina scassatissima di Amaury verso Cienfuegos e la Bahia de Cochinos, sfidando il caldo umido, i cicloni estivi e le notti in bianco per il 90esimo compleanno di Fidel Castro. Ed è proprio come nel film, Cuba ti parla. I vicoli di Hemingway, la campagna e le montagne di Che Guevara, il tabacco dei sigari Cohiba, la polvere di caffè, i manifesti di Fidel Castro sui muri pastello scrostati dal sole, i cristalli bianchi dello zucchero nel Mojito, il sapore dolcissimo del mango a colazione. E la musica al tramonto. La musica come ossigeno, il ballo per sfamarsi e il rum come preghiera. Tutto il bacino del mar dei Caraibi è l’El Dorado del rum. Distillato dal succo di canna da zucchero fermentato o dalla melassa, invecchiato in botti di quercia per esaltarne gli aromi e infine miscelato da maestros roneros che si tramandano di generazione in generazione i segreti per creare il gusto caratteristico di un brand e la sua continuità nel tempo. Io non sono un’esperta di distillati. Anzi, sono difficilissimi da degustare perché l’elevata gradazione alcolica anestetizza i ricettori olfattivi e le papille gustative. Bisogna andarci piano, ma non occorre essere esperti per gioire di un assaggio di rum a fine serata. E ricordate che, diversamente dal vino, non è un delitto diluirlo con acqua pura o ghiaccio. Sui fornelli ancora sfrigolano le banane fritte. Aggiungo un pizzico di sale e penso che non saranno mai buone come i Tachinos e il Platano maduro frito che ho mangiato a Playa Giròn. Pazienza, posso ancora salvare la cena…nel mobile bar conservo le mie bottiglie speciali di Wildlife Barbados riserva 14 anos e di Zacapa Xo. Ambra e sfumature di caramello, bacche di vaniglia, spume di meringa e legno di quercia, profumi affumicati e speziati da sciogliere nel cioccolato fondente…anche se io, lo confesso, da profana lo abbino al cioccolato al latte.

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Il rum scivola morbido e ti scalda, come la voce di un’isola dove il tempo si è fermato, spezzato dalla rivoluzione, dalla guerra fredda e da un embargo durato oltre 50 anni. Un’isola abitata da un popolo fiero e nobile d’animo. Hermanos, amigos non vi dimenticherò. Hasta la victoria siempre!

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