Magazine Diario personale

La prima pace

Da Maddalena_pr

SIAMO DUE. ANCHE NOI. SIAMO IL TEMPO DI LASCIARCI. E POI: SIAMO UNA MANO APERTA

La prima pace

È che poi ti cade addosso come una foglia. Ti dice mamma metti la mano così. E io le prime volte non capivo. Mangia!

Mamma metti la mano così. E la mia mano è diventata un grembo. Di cose zitte e di promesse senza fiato.

Perché le mamme notano un sacco di cose, e le prime le segnano da qualche parte, io ci ho scritto tanti racconti, qualcuna magari si fa bastare un taccuino, un foglio rubato al bloc notes con la lista della spesa. Insieme a foto sotto ogni angolazione. Ma a volte non deve essere per forza quel grande evento, magari non è una gloria, è una sfida. Magari la prima increspatura. Io prendo anche quelle. Forse perché obbedisco alla forza, non al giudizio.

La prima sgridata.

Un po’ più spinta di quelle correzioni a voce ferma che si sono susseguite nei mesi. L’insistenza su una pietanza, le mani da lavare. I giochi nel cesto.

La prima sgridata è la prima. E io sono abbastanza matta da pensare che ha il suo bello. Perché poi viene la prima pace.

Per mesi fare la pace è stata quel pace-carote-patate che ho riesumato dall’infanzia. Ma non le era mica chiaro, il senso. Forse non le è nemmeno adesso. Comunque era la tregua da qualsivoglia contrarietà, dalle prime delusioni, dalle frustrazioni che la impettivano sbattendo coperchi su scatole che non chiudono. Si fa con mamma, quella cosa, anche se è colpa della scatola. Anche se è colpa di Sarah che le ha “rubato” una bambola addormentata e abbandonata sul davanzale da tre giorni. La pace aggiusta tutto.

Poi viene il giorno che ne combina una e invece di una semplice raccomandazione qualcosa si rompe, un piccolo cristallo dentro: nei miei occhi e nei suoi.

È fortunata che è l’ultima, Sarah a diciannove mesi già si prendeva la mia prima sfuriata, poi le mamme si addolciscono o semplicemente invecchiano. Lasciano i tuoni ai fratelli maggiori ma lei, lei resta la piccola che non ti ci puoi arrabbiare, è pasta molle che non secca mai. E invece una sera succede: il disordine di mazzi interi di carte nel cesto, miscugli di oggetti da ogni stanza di casa, pentole con intrugli di oggetti svariati, ha superato l’accettabile, ha superato l’ora, e non ho nessuna voglia di metterci le mani, di dedicarmi adesso all’attività più frequente e spiacevole della maternità, riordinare. E di colpo lei è grande: siamo una madre e una figlia. Una rabbia. Azioni aspre e ruvide. E poi: la distanza.

Per la prima volta ne ho bisogno, la lascio lì un attimo, aspetto che scenda la furia. E in quel tempo comincio a vedere: siamo due. Anche noi, anche con lei. Siamo quello che saremo milioni di altre volte, in punti diversi della vita e della casa, siamo le discussioni che avremo, le dissonanze che faticano, le disobbedienze all’aspettativa dell’altra, il broncio e il silenzio.

Siamo il tempo di lasciarci. E poi: siamo a cucchiaio sul divano, la pace non ha più solo carote e patate. Ha tutto un mare che ritorna. Nella mia mano aperta.


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