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La recensione di “Non sono Cappuccetto Rosso”, racconto di Roberta Nicolò sulla violenza sui minori

Creato il 16 marzo 2016 da Stivalepensante @StivalePensante

(Recensione di Luca Maciachini) - E’ un azzardo. E’ un azzardo provare a scrivere un commento su una storia così delicata, profonda e agghiacciante. E’ sempre un azzardo qualsiasi tentativo di descrivere, razionalizzare, “poeticizzare” o anche solo “entrare dentro” una vicenda così gigantesca nella sua “piccola dimensione”.  E’ un rischio che si può correre solo se si lascia che il cuore faccia prevalere le sue ragioni, o meglio la sua urgenza.

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Roberta Nicolò accetta di lasciarci entrare nella sua storia di violenza subita da bambina e poi con le logiche difficoltà del caso elaborata in maniera molto graduale nel corso degli anni. Viene alla mente il titolo un film del 1994 di Alessandro D’Alatri “Senza Pelle”. Ecco è proprio senza il filtro di una pelle che fungerebbe da scudo protettivo, che si può vivere appieno il significato profondo di una storia così. Questa “bambina” viene fatta emergere dal passato nel vortice silenzioso dei ricordi della donna, che nel frattempo è diventata. La vicenda peraltro era già stata raccontata come fatto di cronaca dai giornali dell’epoca che avevano riportato la stessa dopo l’esito del processo per abuso sessuale di minori nei confronti dell’uomo accusato e condannato in merito. Ora però è il turno della protagonista, suo malgrado, che la racconta in forma di racconto anomalo.

L’elemento che risalta è la scelta di raccontare la sequenza delle tappe di rielaborazione progressiva in ordine sparso, senza seguire l’ordine temporale. Quasi fosse una tempesta di sensazioni che non sono logicamente riordinabili. Del resto è lei stessa a ricordarci che la verità, oltre a rendere liberi, ha bisogno di spazio, più che di tempo. Il tempo c’è ma è una dimensione che qui va dilatata, rivoltata, senza dettami logici. C’è bisogno più che altro di sinestesia, di far combaciare i dettami dei vari sensi. La protagonista rileva che le cose “quasi mai si vivono sul serio”; una vicenda forte come questa rappresenta l’occasione per “concederselo”.

Roberta “parte” dalla fine del tempo della narrazione (i suoi 43 anni) per arrivare al “prologo”; paradossalmente questi due punti coincidono con la consapevolezza e l’elaborazione del lutto, come a indicare un cerchio che… (per continuare a leggere la recensione cliccare qui —> “lucamaciacchini.com“).


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