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La Resistenza Partigiana

Creato il 26 aprile 2011 da Malpaese @IlMalpaese

La Resistenza Partigiana memoria condivisa?Ogniqualvolta si parla della Resistenza, ossia del fenomeno sorto in tutta Europa (ovviamente anche in Italia) che abbraccia gli anni dal 1943 al 1945, ci si scontra, si trovano mille posizioni differenti, mille interpretazioni.
Per capirla e comprenderla meglio credo non si possa evitare di parlare, in primis, del contesto storico, culturale e sociale di quegli anni.
L’Italia, sotto la dittatura di stampo fascista fin da dopo la marcia su Roma del 1922, è impegnata in guerra a fianco delle potenze dell’asse: GERMANIA e GIAPPONE.
Seconda Guerra Mondiale che inizia il 1 settembre 1939, con l’invasione tedesca della Polonia, successiva al patto RIBBENTROP-MOLOTOV di non aggressione reciproca fra tedeschi e sovietici.
Gli stessi sovietici aggredirono successivamente i polacchi da Est il 17 settembre 1939.
A combattere questo triplice patto vi sono le potenze alleate: FRANCIA (che cadrà sotto il dominio tedesco fin dal 1940, una parte direttamente, l’altra, la cosiddetta FRANCIA DI VICHY, indirettamente), GRAN BRETAGNA, UNIONE SOVIETICA e STATI UNITI (dal 1941).
La primissima fase della guerra, che per la Germania doveva essere una guerra lampo, è favorevole alle potenze dell’asse, più che altro a GERMANIA e GIAPPONE.
Il nostro paese, in realtà, non regge il confronto e colleziona sonore sconfitte alle quali l’alleato tedesco è spesso costretto a rimediare.
Dopo il fallito assalto tedesco prima alla Gran Bretagna, e poi all’URSS, e, soprattutto, con l’entrata in guerra degli STATI UNITI, il conflitto cambia direzione in favore delle potenze alleate, ma non così rapidamente.
In Italia vi sono due date cruciali: il 25 luglio e l’8 settembre del 1943.
Il 25 luglio, dopo 21 anni, Mussolini viene sfiduciato dal Gran Consiglio del Fascismo e messo in minoranza. Di conseguenza il Re mise al suo posto il maresciallo PIETRO BADOGLIO.
L’8 settembre l’Italia firma l’armistizio con gli alleati. Una data funesta.
Funesta perchè a sud della cosiddetta linea linea GUSTAV (linea di fortificazione che si estendeva dalla foce del Garigliano alla foce del fiume Sangro, a sud di Pescara, passando per Cassino), c’erano gli alleati che, servendosi anche dell’aiuto di numerosi uomini legati alla Mafia, stavano risalendo la penisola.
Un cosiddetto “REGNO DEL CENTRO-SUD” guidato dal capo del governo Badoglio agli ordini del RE VITTORIO EMANUELE III.
Ma a nord della stessa l’ex alleato tedesco occupò militarmente tutto il territorio.
A “governare” il tutto fu istituito uno stato “fantoccio”, la REPUBBLICA DI SALO’, con a capo Mussolini, nel frattempo prima arrestato dal governo Badoglio e poi liberato dagli stessi tedeschi, e formato da soldati teutonici e uomini legati ancora al fascismo, i cosiddetti repubblichini.
Fatta questa doverosa premessa storica, iniziamo ora il discorso prettamente “resistenziale”.
Nonostante le prime formazioni partigiane si fossero sviluppate ben prima dell’armistizio (vedi nel febbraio 1942 le prime compagini nate al confine fra Veneto e Friuli), e nonostante il fenomeno partigiano abbia compreso anche le regioni meridionali, è di fatto da tutti accettata convenzionalmente come data di inizio del fenomeno della RESISTENZA vera e propria quella dell’8 settembre 1943 nonchè il fatto che essa sia stata un movimento prettamente appartenente al centro-nord dell’Italia.
Nell’Italia centro-meridionale, infatti, il movimento partigiano non ebbe altrettanta crucialità militare. Infatti l’esercito angloamericano aveva sospinto sulla linea Gustav già dal 12 ottobre 1943 le forze tedesche che risalivano verso il nord.
Alla Resistenza presero parte gruppi organizzati e spontanei di diverse estrazioni politiche, uniti nel comune intento di opporsi militarmente (dove possibile collaborando con le truppe alleate) e politicamente al governo della Repubblica Sociale Italiana (RSI) e degli occupanti nazisti tedeschi.
Il movimento partigiano, prima raggruppato in bande autonome, fu successivamente, per gran parte, organizzato dal Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), guidato dal generale Raffaele Cadorna, diviso in CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia), con sede nella Milano occupata, e il CLNC (Comitato di Liberazione Nazionale Centrale). Il CLNAI, presieduto dal 1943 al 1945 da Alfredo Pizzoni, coordinò la lotta armata nell’Italia occupata, condotta da formazioni denominate brigate e divisioni, legati a varie posizione politiche (COMUNISTA, CATTOLICO, SOCIALISTA, D’AZIONE, MONARCHICO).
Nonostante i partigiani “ufficiali” altre compagini si formarono clandestinamente, ad esempio i GAP (Gruppi di azione patriottica) e le SAP (Squadre di azione patriottica).
Con mezza penisola liberata e la restante parte ancora occupata, con violente tensioni sociali ed importanti scioperi operai che già nella primavera del 1944 avevano paralizzato le maggiori città industriali (Milano, Torino e Genova), le popolazioni dell’Italia settentrionale si preparavano a trascorrere l’inverno più lungo e più duro, quello del 1944-45. Sulle montagne della Valsesia, sulle colline delle Langhe e sulle asperità dell’Appennino Ligure e dell’Appennino Tosco-Emiliano le formazioni partigiane erano ormai pronte a combattere.
Il 19 aprile 1945, mentre gli Alleati dilagavano nella valle del Po, i partigiani su ordine del CLN diedero il via all’insurrezione generale. Dalle montagne, i partigiani confluirono verso i centri urbani del Nord Italia, occupando fabbriche, prefetture e caserme. Nelle fabbriche occupate venne dato l’ordine di proteggere i macchinari dalla distruzione. Le sedi dei quotidiani furono usate per stampare i giornali clandestini dei partiti che componevano il CLN.
Mentre avveniva ciò, le formazioni fasciste sbandavano e le truppe tedesche allo sfacelo battevano in ritirata. Si consumava il disfacimento delle truppe nazifasciste, che davano segni di cedimento già dall’inizio del 1945 e i cui vertici si preparavano alla resa agli Alleati.
Milano e Torino furono liberate il 25 aprile: questa data è stata assunta quale giornata simbolica della liberazione di tutta l’Italia dal regime nazifascista e, denominata Festa della Liberazione, viene commemorata annualmente in tutte le città italiane (e speriamo si continui ancora per molto tempo).
Le truppe alleate arrivarono nelle principali città liberate nei giorni seguenti. La liberazione di molte città, inclusi centri industriali di importanza strategica, prima dell’arrivo degli alleati rese l’avanzata di questi più rapida e meno onerosa in termini di vite e rifornimenti. In molti casi avvennero drammatici combattimenti strada per strada; i resti dell’esercito tedesco e gli ultimi irriducibili fascisti della Repubblica Sociale Italiana sparavano asserragliati in vari edifici o appostati su tetti e campanili su partigiani e civili. Tra essi e le forze partigiane avvennero talvolta vere e proprie battaglie (come a Firenze nel settembre 1944), ma solitamente la loro resistenza si ridusse a una disorganizzata guerriglia, per esempio a Parma e a Piacenza.
La notte tra il 25 e il 26 aprile 1945 Benito Mussolini, con i suoi gerarchi e famiglie, pernotta a Grandola ed Uniti nell’hotel Miravalle nella frazione di Cardano.
Il 27 aprile 1945 il Duce, indossando la divisa di un soldato tedesco, fu catturato a Dongo, in prossimità del confine con la Svizzera, mentre tentava di espatriare assieme all’amante Claretta Petacci. Riconosciuto dai partigiani, fu fatto prigioniero e giustiziato il giorno successivo 28 aprile a Giulino di Mezzegra, sul lago di Como; il suo cadavere venne esposto impiccato a testa in giù, accanto a quelli della stessa Petacci e di altri gerarchi, in piazzale Loreto a Milano, ove fu lasciato alla disponibilità della folla, che infierì sul cadavere. In quello stesso luogo otto mesi prima i nazifascisti avevano esposto e dileggiato, quale monito alla Resistenza italiana, i corpi di quindici partigiani barbaramente uccisi.
Il 29 aprile la resistenza italiana ebbe formalmente termine, con la resa incondizionata dell’esercito tedesco, e i partigiani assunsero pieni poteri civili e militari.
Il 30 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia commentò che “la fucilazione di Mussolini e dei suoi complici è la conclusione necessaria di una fase storica che lascia il nostro paese ancora coperto di macerie materiali e morali.”
Questa è, in estrema sintesi, la storia della Resistenza associata al contesto degli anni di guerra, o perlomeno quella che viene accettata, oramai, come unica e universale.
Ora proverò a dire la mia, sapendo benissimo il vespaio che solleverà questo mio parere, da una parte e dall’altra. Premetto, tuttavia, che questa è solo un’opinione, mai un giudizio tranciante e presuntuoso.
Vi sono vari ruoli svolti all’interno del periodo bellico: ci sono i repubblichini, i partigiani, gli alleati.
Per quanto potessero anche lontanamente perseguire un ideale intriso di nazionalismo e di onor patrio, la parte portata avanti dai Repubblichini di Salò non si può salvare, in nessun modo, nonostante quanto venga detto da molti storici e politici revisionisti attuali.

Come si possono non condannare  i barbari eccidi compiuti dalle sue frange più estreme (vedi DECIMA MAS), e come si può comprendere la volontà di combattere al fianco di un alleato nel quale, obiettivamente, è difficile intravedere qualcosa che vada oltre il più bieco razzismo e il più feroce antisemitismo? Anche se è innegabile che non tutti i componenti della R.S.I fossero dei carnefici senza scrupoli.

Ma massacri come quelli di Boves (13 settembre 1943), Acerra (2 ottobre 1943), Bellona (7 ottobre 1943), Pietransieri   (21 novembre 1943), Sant’agata (21 gennaio 1944), Palagano (18 marzo 1944), delle Fosse Ardeatine (24 marzo 1944), Cumiana (3 aprile 1944), della Benedicta (7 aprile 1944), Lippa (30 aprile 1944), Monte sant’angelo (4 maggio 1944), del Turchino (19 maggio 1944), Civitella (29 giugno 1944), Cavriglia (4 luglio 1944), Sant’anna di Stazzema (12 agosto 1944), Padule di Fucecchio (23 agosto 1944) e Marzabotto (29 settembre 1944), solo per citarne alcuni, sono pagine della nostra storia purtroppo indelebili, incancellabili, terrificanti, e per quanto i primi attori siano stati i soldati tedeschi, il ruolo di aiuto e, spesso di compiacenza, svolto dai seguaci più estremi della Repubblica di Salò, non può trovare alcuna giustificazione.

Poi c’è il ruolo avuto dagli alleati. E’ indubbio che essi siano stati importanti nella nostra liberazione dal nazi-fascismo.
Ma, indubbiamente (anche se pochi lo dicono), hanno anche avuto un coinvolgimento importante nel ridare slancio e forza alle organizzazioni criminali nel Sud Italia, liberando diversi boss mafiosi, servendosene durante la stessa liberazione e poi lasciandoli nei posti di comando più importanti (si scoprirà, in seguito, in chiave anticomunista. Vedi STRAGE di PORTELLA della GINESTRA del 1947).

Per non parlare dell’immediata alleanza, una volta terminato il secondo conflitto mondiale, con personaggi oscuri delle frange più estreme della Repubblica Sociale (come, ad esempio, il principe nero JUNIO VALERIO BORGHESE, comandante della terribile X MAS), sempre in una futura chiave anticomunista.

Oltretutto la loro parte andrebbe ulteriormente approfondita alla luce di quanto è emerso dagli archivi della CIA sul coinvolgimento dei servizi segreti americani nella cosiddetta “strategia della tensione”, culminata nella stagione di Gladio, del terrorismo nero, delle bombe, ed anche, in alcuni casi, dell’infiltrazione del terrorismo rosso.
Infine il ruolo dei partigiani.
Io credo che l’ideale che ha mosso i partigiani fosse veramente lodevole, soprattutto considerato il coraggio dimostrato, in primis, e poi la capacità di aggregare insieme forze con origini e motivazioni politiche anche molto diverse.

Basti pensare alle formazioni che vedevano assieme, contemporaneamente, ideali comunisti, socialisti, cattolici, repubblicani, monarchici, azionisti.
Tuttavia, esistono persone che si ostinano a vedere solo questa faccia della resistenza partigiana, per quanto assolutamente legittima e che attaccano etichettando come revisionisti coloro i quali cercano di analizzare o perlomeno di raccontare ogni aspetto della resistenza, anche quella partigiana. Queste persone, cercando di non tralasciare alcun aspetto, provano a non finire nel calderone, già piuttosto ampio, delle persone parziali, non obiettive, presenti da entrambe le parti.

Esiste, infatti, nella storia partigiana anche una pagina più oscura, fatta di vendette e ritorsioni che molti giustificano, in nome di una resa dei conti a loro parere legittima nei confronti della parte fascista italiana. Personalmente, invece, ferme restando le stragi di civili compiute dai nazisti con, la maggior parte delle volte, il concorso dei militanti della Repubblica di Salò, nonché il generale clima di terrore del “ventennio”, proprio non riesco a sorvolare su alcune azioni dei partigiani. So benissimo che questo giudizio è estremamente minoritario.

Rappresaglie come quelle compiute nel cosiddetto “triangolo rosso” della morte, in Emilia, oppure ad Oderzo, a Codevigo ed Argelato (nel maggio 1945), a Schio (nel luglio 1945), non possono essere taciute, ma non per motivi ideologici, quanto strettamente per mero “dovere di cronaca”.

Senza citare il fenomeno delle Foibe, anche perché riguardante non solo l’Italia ma anche un’altra nazione come la Yugoslavia di allora. Argomento sul quale, peraltro, mi sono già cimentato e che citare qui sarebbe, almeno geograficamente, fuori luogo.

Per quanto mi riguarda, non avendo mai avuto né nostalgie del ventennio, né particolari simpatie comuniste, spero di aver dato una chiave di lettura più imparziale possibile, fornendo elenchi e dati di avvenimenti e corredandoli con un globale giudizio personale, assolutamente opinabile, non condivisibile e confrontabile con quello di voi lettori.

A chi mi accuserà di eccessivo buonismo nei confronti dei partigiani rispondo che, in certe condizioni, la libertà della propria patria occorre inseguirla ed ottenerla anche a costo di azioni non sempre pacifiche, soprattutto se si considera in primis il contesto nazi-fascista in cui l’Italia si è ritrovata dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e poi anche il clima respirato e subito durante tutto il ventennio precedente da parte di quegli individui che non condividevano gli ideali “mussoliniani”.

Viceversa a chi mi obietterà un generale revisionismo e un tentativo di equiparare i due ruoli avuti dai partigiani e dai repubblichini, posso dire, innanzitutto, che non è assolutamente così. Mai usciranno dalla mia penna parole volte a mettere sullo stesso piano le due parti maggiormente protagoniste negli anni della resistenza. Tuttavia, per quanto i sentimenti partigiani di vendetta potessero essere anche condivisibili, non è accettabile una volontà così forte di restituire il colpo, di punire i colpevoli, soprattutto una volta finita la guerra (e quindi quando non era più necessario un così forte ricorso alla violenza, che si poteva ritenere invece “inevitabile” nel corso della guerra civile) e poi considerando che, a volte, finirono nel novero delle vittime persone civili innocenti, per nulla compromesse col fascismo (cosa che peraltro successe, a parti invertite, anche nelle stragi nazifasciste, nelle quali tantissimi civili inermi vennero massacrati senza pietà).

Personalmente continuo ad essere convinto che violenza generi sempre violenza, in una spirale d’odio che, se nessuna delle due parti in causa si tira indietro, non può far altro che diventare insostenibile. E’ pur vero che la reazione si può condividere, soprattutto in risposta a determinati crimini, ma chi ha più intelletto, proprio per evitare il protrarsi per  tempi abnormi di situazioni di tale crudeltà, dovrebbe cercare di essere tanto forte da riuscire a trattenersi, anche se, mi rendo conto, è una cosa di una difficoltà indicibile.

La storia non va mai strumentalizzata, bisogna sempre cercare di analizzarne ogni angolo, ogni sfaccettatura, ogni aspetto. Se così non si fa, si finisce preda del pregiudizio, dell’imparzialità, della faziosità della politica.

Io spero di essermi tenuto lontano da questi “agenti annebbianti”. Se così non fosse sono prontissimo a ricevere ogni tipo di critica da tutti voi, e a sviluppare una discussione costruttiva su ognuna di esse.

Nessuno di noi può ergersi a paladino della verità, e soprattutto non deve permettersi di esprimere giudizi definitivi per il semplice motivo che non si è trovato e non ha vissuto determinate situazioni e momenti. Può fornire la propria opinione, ma non sputare sentenze non essendosi trovato coinvolto direttamente ed emotivamente in quegli avvenimenti.

Detto tutto ciò è indispensabile mantenere la memoria di ciò che è stato, di ciò che ha rappresentato per il nostro paese la liberazione dall’occupante nazi-fascista. Una liberazione avvenuta certamente per mano degli alleati anglo-americani, ma anche e soprattutto grazie all’enorme coraggio e alla straordinaria “voglia d’Italia” dimostrati dal popolo italiano, dal popolo partigiano italiano. Un popolo al quale, comunque, saremo debitori per sempre.

Concludo con poche righe tratte da un discorso del presidente della Repubblica attuale Giorgio Napolitano e, successivamente, con una frase presa dal sito “La Storia Siamo noi”:

“l’Italia oggi acquisti una memoria condivisa che sappia guardare con maturità a quel periodo storico dove sia da una parte che dall’altra la violenza ha saputo portare solo ad altra violenza. La Resistenza non deve più essere solamente un “fenomeno da icona” da tenere in bacheca, ma deve far parte di un’unica memoria dove le diverse storie convivano”.

“Forse i morti non sono tutti uguali: c’è chi ha vinto, chi ha perso, chi è stato dalla parte giusta e chi da quella sbagliata, ma dopo 60 anni non è arrivato il momento di guardare con matura e consapevole serenità al nostro passato?”

http://www.reset-italia.net/2011/04/25/la-resistenza-fatti-avvenimenti-opinioni-chiavi-di-lettura/


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