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La scientificità della scienza

Creato il 20 maggio 2015 da Francosenia

blanchot

Le tre parole di Marx
di Maurice Blanchot

Da Marx - e proviene sempre da Marx - vogliamo trarre forza e formare tre tipi di parole, le quali sono tutt'e tre necessarie, ma separate e più che opposte: come giustapposte. Il mosaico che le mantiene insieme designa una pluralità di esigenze cui, dopo Marx, ciascuno, parlando, scrivendo, non manca mai di sentirsi sottomesso, salvo che non ne manchi del tutto.

1 - La prima di queste parole è diretta, ma è lunga. Parlandola, Marx appare come uno "scrittore del pensiero", in quel senso per cui si allontana dalla tradizione, si serve di logos filosofici, si aiuta con nomi importanti presi in prestito o meno da Hegel (non importa) e si elabora nell'elemento della riflessione. Lunga, dal momento che tutta la storia del logos si riafferma in essa; ma diretta a titolo duplice, perché non solo essa ha qualcosa da dire, ma ciò che essa dice risponde, arriva sotto forma di risposte, quelle risposte formalmente decisive, date per ultime e mentre vengono introdotte dalla storia, possono assumere valore di verità soltanto quando la storia si ferma o si rompe. Danno risposta - l'alienazione, il primato del bisogno, la storia come processo della prassi materiale, l'uomo totale -, tuttavia lascia indeterminate o indecise le domande cui risponde: a seconda che il lettore di oggi o il lettore di ieri formulano diversamente ciò che, dopo di lui, dovrebbe avere luogo in una simile assenza di domanda - riempiendo così un vuoto che dovrebbe piuttosto essere sempre più svuotato -, questa parola di Marx si interpreta alle volte come umanesimo, perfino storicismo, alle volte come ateismo, anti-umanesimo, perfino nichilismo.

2 - La seconda parola è politica: essa è breve e diretta, più che breve e più che diretta, in quanto essa cortocircuita ogni parola. Non ha tanto un senso, quanto un appello, una violenza, una decisione di rottura. Propriamente parlando non dice niente, essa è l'urgenza di ciò che annuncia, legata ad un'esigenza impaziente e sempre eccessiva, in quanto l'eccesso è la sua sola misura: così chiamando alla lotta e perfino (ciò che noi ci affrettiamo a dimenticare) postulando il "terrore rivoluzionario", raccomandando "la rivoluzione in permanenza" e sempre designando la rivoluzione non come una necessità a termine, ma come imminenza, perché la caratteristica della rivoluzione è quella di non indugiare, essa apre ed attraversa il tempo, dandosi a vivere come esigenza sempre presente (1).

3 - La terza parola è la parola indiretta (quindi la più lunga) del discorso scientifico. Come tale, Marx è onorato e riconosciuto dagli altri rappresentanti del sapere. E' perciò uomo di scienza, conforme all'etica del sapiente, e accetta di sottomettersi ad ogni revisione critica. E' il Marx che dà il massimo: de omnibus dubitandum, e dichiara: "Chiamo 'vile' un uomo che cerca di sottomettere la scienza a degli interessi che le sono estranei ed esterni." Pertanto, Il Capitale è un'opera essenzialmente sovversiva. E non tanto perché porterebbe, attraverso l'obiettività scientifica, alle necessarie conseguenze della rivoluzione, quanto perché include, senza formularlo troppo, un modo teorico di pensare che sconvolge l'idea stessa di scienza. Né la scienza né il pensiero in effetti escono intatti dall'opera di Marx, e questo nel senso più forte, dal momento che la scienza viene designata come trasformazione radicale di sé stessa, teoria di una mutazione sempre in atto nella pratica, e, in questa pratica, mutazione sempre teorica.

Qui, non svilupperemo ulteriormente queste osservazioni. L'esempio di Marx ci aiuta a comprendere che la parola scritta, parola di contestazione incessante, deve costantemente svilupparsi e rompersi in molteplici forme. La parola comunista è sempre facile e violenta allo stesso tempo, politica e sapiente, diretta, indiretta, totale e frammentaria, lunga e pressoché istantanea. Marx non ha vissuto comodamente con questa pluralità di linguaggi che in lui sempre si scontrano e si separano. Anche se questi linguaggi sembrano convergere verso lo stesso fine, essi non potrebbero essere ritradotti l'uno dentro l'altro, e la loro eterogeneità, lo scarto e la distanza rispetto al centro, li rendono non contemporanei di modo che, producendo un effetto irriducibile di distorsione, obbligano coloro che ne sostengono la lettura (la prassi) a sottomettersi ad una incessante rielaborazione.

La parola "scienza" ridiventa una parola chiave. Ammettiamolo. Ma ricordiamoci che se vi sono delle scienze, non c'è ancora una scienza, poiché la scientificità della scienza rimane sempre alle dipendenze dell'ideologia, un'ideologia che nessuna scienza particolare, fosse anche scienza umana, oggi saprebbe limitare, e d'altra parte ricordiamoci che nessuno scrittore, anche marxista, saprebbe riferirsi alla scrittura come ad un sapere, poiché la letteratura (l'esigenza di scrivere, quando si fa carico di tutte le forze e di tutte le forme di dissoluzione, di trasformazione) diviene scienza solo attraverso lo stesso movimento che porta la scienza a divenire a sua volta letteratura, discorso inscritto, mentre cade come sempre nell'insensato gioco dello scrivere.

Maurice Blanchot, L’amitié, Paris, Gallimard, 1971, p. 115-117

(1) - Questo è stato evidente, ed in una maniera sorprendente, nel Maggio 68.


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