di Gianluigi Pala

Alexis Tsipras, leader di SYRIZA, partito di sinistra greco
“Vincono i partiti pro euro”. Così appariva il titolo on-line di una delle principali testate giornalistiche italiane lo scorso 17 giugno, giorno delle fatidiche elezioni in Grecia. Con un titolo così non c’è da stupirsi se oramai nessuna testata italiana figuri tra le principali fonti di informazione internazionale, quelle che, oltre che vendere, creano contenuti. I partiti pro-euro greci dovranno salvare le sorti della paesi ellenico restando dentro la zona euro, cosa che, secondo tante testate giornalistiche, non sarebbe successa se al governo fosse salito quell’estremista di sinistra di Alexis Tsipras, leader di SYRIZA. Certo è che le preoccupazioni rispetto a ciò che avrebbe potuto fare Tsipras sono state manifestate da tante personalità di vari schieramenti nei vari paesi occidentali. All’accusa di voler uscire dall’euro, stigma che ha accompagnato il leader di SYRIZA durante la campagna elettorale, sono state presentate ben poche analisi che mostrassero come questo giovane leader rappresentate di un malessere generalizzato potesse seriamente uscire dalla zona Euro. L’”errore” commesso da Alexis Tsipras è stato quello di mettere in dubbio le reali possibilità di salvezza per il suo paese con le attuali condizioni imposte dalla troika, interpretato da una parte dell’informazione come un chiaro: la Grecia uscirà dall’Euro. Quando si dice forzare l’interpretazione di un’opinione.
Rischio in ogni caso scongiurato, SYRIZA è arrivato secondo e l’Europa pro austerity può tirare un sospiro di sollievo. I risultati definitivi hanno visto vincitore senza gloria il partito Nuova Democrazia (ND) di Antonis Samaras con il 29,66% delle preferenze, seguito da SYRIZA con il 26,89% e il PASOK di Evangelos Venizelos con il 12,28%. Grazie a un ricco premio di maggioranza concesso dalla legge elettorale Samaras potrà contare con 129 parlamentari che gli permettono di avere la maggioranza relativa ma non quella assoluta (151 seggi), necessaria per poter governare. A SYRIZA e PASOK sono stati assegnati rispettivamente 71 e 33 seggi, mentre i restanti seggi (per un totale di 300) sono stati divisi tra i partiti di Greci Indipendenti (20), Alba Dorata (18), Sinistra Democratica (17) e il Partito Comunista Greco KKE (12). Un governo di coalizione è quindi necessario. Con SYRIZA dichiarata sconfitta e contraria a qualsiasi alleanza gli auto proclamati salvatori della patria Nuova Democrazia e il PASOK hanno trovato un accordo e hanno formato ieri, 20 giugno, il nuovo governo insieme inoltre a Sinistra Democratica, così da dare una migliore immagine di unità nazionale, per quanto solo ND farà parte dell’esecutivo mentre gli altri due si dedicheranno a appoggiarlo dai banchi del parlamento. Giusto per evitare lapsus storici va ricordato che ND e PASOK sono i due grandi partiti che hanno monopolizzato la storia della Grecia dalla fine della dittatura militare, il primo rappresentando l’ala conservatrice del paese e la seconda la socialdemocrazia e considerate da sempre figli delle due grandi famiglie politiche greche, la Karamanlis e la Papandreu. Inoltre fu proprio il governo guidato da ND a falsificare i dati economici greci così da poter tranquillamente far parte del gruppo Euro. Al PASOK invece lo si incolpa di non aver fatto abbastanza per il paese cedendolo oltremodo alle grinfie della Troika, scelta che è costata una caduta di consensi del 30% in meno di tre anni.
Le elezioni che avrebbero dovuto sancire una svolta hanno quindi visto la riconferma dei due partiti, ora uniti per il bene del paese, che da sempre governano il paese e che proprio per questo hanno enormi responsabilità sull’attuale e disastrosa situazione della Grecia. Per di più queste elezioni, confermando quelle di maggio, hanno sancito la presenza di nuovi partiti particolarmente pericolosi per l’ordine sociale come Alba Dorata. Questo pare,però, che per il momento non interessi particolarmente a Bruxelles. Non c’è neppure da meravigliarsi. Incolpare il solo popolo greco, non ovviamente esente da responsabilità, di scegliere sempre gli stessi, o partiti nuovi ed estremisti, è difficile da biasimare in un contesto internazionale dove governano indisturbate le minacce, la colpevolizzazione costante, dove i leader europei si prendono il diritto di dire chi e cosa votare, dove in pochi giorni si crea un piano per salvare l’Europa dalla possibilità di crisi post uscita ellenica dall’Euro ma nessuno si preoccupa di fare un piano per evitare che partiti come Alba Dorata ottengano così tanto successo.
SYRIZA al contrario di ND e PASOK è un partito che non ha mai governato e per questo risulta difficile dare un giudizio e giustifica in parte le preoccupazioni sul suo possibile operato. Leggere il suo programma elettorale ricorda un po’ il programma elettorale del nostrano Beppe Grillo: tanti buoni propositi, ma spesso e volentieri un po’ irrealistici e inutili. Strano è che mai si menzioni in tal programma l’uscita dall’Euro bensì la rinegoziazione dei patti e degli interessi sui pagamenti. Non a caso Tsipras ripropone gli stessi argomenti che oramai stanno tornando sulla bocca di tanti politici, anche se per il momento con ben pochi riscontri pratici. Il partito di Tsipras parla di crescita, soprattutto come base proprio per poter pagare i debiti contratti. La stessa crescita che è la bandiera del carrozzone progressista del neo eletto Hollande al quale poco a poco si sono uniti anche altri leader come Obama e Monti.

La Piazza Syntamga ad Atene, sede del parlamento greco, durante una delle manifestazioni degli ultimi mesi
I principali mainstream italiani però hanno ben pensato di dare più enfasi alla scelta euro-non euro, scelta imposta più da fuori che da dentro il territorio ellenico. Forse si preferisce evitare di porre il problema a un’Italia che proprio da vent’anni non cresce, crisi o non crisi internazionale, evitando inoltre di porre pressioni eccessive a un governo tecnico che, proprio per l’esser tecnico, ci si illude conosca l’unica via d’uscita. Mettere in discussione la maniera in cui stiamo salvando i paesi in crisi è l’appello che economisti, sociologi e politologi internazionalisti fanno da tempo ma sempre inascoltati. L’Europa di Bruxelles continua a pensarsi la prima della classe, ascoltando passivamente gli avvertimenti di come la politica dell’austerity da sola non può funzionare. Proprio qualche giorno fa il direttore della sede spagnola del think tank European Council on Foreign Relations (ECFR) riassumeva in un interessantissimo editoriale su El País in maniera chiara e schietta il dibattito attorno a SYRIZA: “Può risultare abbastanza pericoloso dire ciò, ma uno dei vantaggi della vittoria di Syriza sarebbe stato mettere sul tavolo tutte le contraddizioni e gli errori della politica europea nei confronti della Grecia. Al contrario, sempre che Hollande non riesca nel suo intento di ammorbidire l’austerità e ottenere l’intervento del BCE, la vittoria (parziale) di Nuova Democrazia prolungherà l’agonia del popolo greco, intrappolato in quello che passerà alla storia come una delle misure fiscali più insensate di sempre.”
Un aspetto ulteriore che dovrebbe far pensare un po’ tutte le forze politiche e sociali d’Europa è che continuando su questa linea, e se i paesi debitori non rientrano nei limiti imposti dall’Unione sia politica che economica dell’Europa, si rischia di mettere in allarme i meccanismi ultimi di protezione che il complicato sistema legale-istituzionale dell’UE prevede. In una parola: espulsione. Anche ai migliori può capitare e l’Austria lo sa bene. Peccato che se nel piccolo paese, incastrato tra Germania e Italia, la possibilità di vittoria di un partito completamente contrario ai principi comunitari fosse la causa della poi scongiurata espulsione nel contesto attuale, il rischio è che sia la stessa UE a contribuire nella formazione di tali partiti, distruggendo quindi quel pilastro base della UE che è la solidarietà comunitaria.










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