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La scuola di Nicola Pini (PLR) è ferma agli anni ’60

Creato il 15 dicembre 2014 da Maxarifay @maxarifay

scuolaSettimana scorsa un articolo del vicepresidente PLR Nicola Pini poneva l’accento sulla valorizzazione della formazione professionale come alternativa alle scuole medie superiori. Pini descriveva tale via come importante per il Ticino e proponeva come incentivo un potenziamento dell’orientamento scolastico e un maggiore sostegno alle aziende formatrici di apprendisti.

Nessuno mette in dubbio che pure la formazione professionale vada valorizzata, parificandone il valore sociale a quello degli studi accademici (ad esempio puntando su attività ad alto valore aggiunto), ma al di là delle questioni tecniche su costi e benefici dell’apprendistato – su cui occorrerebbe aprire una lunga parentesi – la via proposta da Pini è piuttosto riduttiva, presentando punti oscuri nei legami fra scuola ed economia privata, che non porterebbe a risultati concreti di rilievo.

L’esponente liberale-radicale rivendica una valorizzazione della strada non accademica esaltando però la forma attuale del tirocinio e della scuola. E’ la prima grave leggerezza. Siamo sicuri che a 12 (!) anni, al momento di scegliere i livelli A o B, un ragazzo possa definire il suo percorso di vita (perché è di questo che stiamo parlando)? E anche se fossero i 14 anni della Quarta media, pur con tutto il materiale informativo del mondo? Ci vorrebbe una riforma di fondo che vada verso una scuola prolungata negli anni, di tipo politecnico, che permetta agli allievi di acquisire i metodi e gli strumenti per costruire il proprio sapere e dunque analizzare criticamente la realtà e ciò cui vanno incontro. Una scuola, quindi, che porti a svolgere esperienze educative differenziate che permettano agli studenti di apprendere sapere autentico e variegato a seconda degli interessi. Tracciando un paragone con la tecnologia, chiediamoci: la scuola deve limitarsi a trasmettere nozioni sulla tecnologia, risultando palesemente sempre in ritardo con l’evolversi della stessa, oppure deve fornire gli strumenti per potersi approcciare a essa in modo cosciente?

Ci vorrebbe insomma una riorganizzazione globale della struttura scolastica e della sua funzione orientativa. Non basta creare una serie di strutture collaterali: portare la scuola dentro le aziende e organizzare serate dove l’Associazione Industrie Ticinesi si mette in bella mostra coi genitori, piuttosto che ritrovare sinergie e senso tra scuola e nuclei familiari, serve a poco. La funzione orientativa va costruita all’interno dei programmi di studio e all’interno delle materie stesse, creando un legame diretto, ma anche protetto, con la realtà (magari non solamente quella padronale come furbescamente Pini suggerisce) e proponendo esperienze concrete e riflessioni che permettano agli allievi di costruire il proprio percorso scolastico con un’autentica funzione orientativa. In parole povere occorre che la scuola fornisca agli allievi gli strumenti concettuali, derivanti anche da esperienze di apprendimento concrete, per definire la propria strada. In questo modo i ragazzi avrebbero le capacità per informarsi da soli, in modo indipendente e critico, sui possibili percorsi.



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