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La Sindone, 2 mila anni di mistero

Da Extremamente @extremamentex

Un’ indagine giornalistica per dimostrare l’infondatezza della figura storica di Gesù si trasforma in un percorso personale che conduce alla conversione. Si potrebbe sintetizzare così il best-seller di Lee Strobel  “The Case for Christ- A Journalist’s Personal Investigation of the Evidences of Jesus (“Il caso Gesù”, in italiano), che a distanza di 20 anni dalla sua pubblicazione è diventato un film, uscito nelle sale americane proprio alla vigilia delle festività pasquali.

LA LOCANDINA DEL FILM

LA LOCANDINA DEL FILM

Strobel, cronista del Chicago Tribune e di formazione atea, per due anni ha intervistato esperti di Antico e Nuovo Testamento interrogandoli su alcuni punti essenziali: Gesù è mai esistito? Poteva essere davvero il figlio di Dio? La Resurrezione è un’invenzione o un fatto reale? Suo scopo dichiarato, provare che la fede cristiana fosse solo un inganno, una fantasia, un castello di carte senza fondamento. Ma paradossalmente, ne è risultato invece un libro apologetico nel quale l’autore arriva a quelle che ritiene prove a sostegno dei racconti evangelici.

In realtà, però, le sue conclusioni non sono condivise nemmeno dai biblisti e dai docenti di religione, come ad esempio Brent Landau, professore alla Texas University di Austin. In un articolo pubblicato dal sito theconversation.com, ne contesta il metodo, perché Strobel avrebbe ascoltato solo ricercatori apertamente credenti. Secondo Landau, poi, non convince neppure il risultato finale: per credere nella resurrezione serve comunque un atto di fede. Anche i testimoni più attendibili- come gli Apostoli- potrebbero essersi sbagliati. E i racconti di chi avrebbe visto e incontrato Gesù dopo la sua morte sono comunque posteriori di decenni rispetto all’evento. Dunque, di prove oggettive non ce ne sono.

Forse, quel tipo di evidenze possono arrivare dalla scienza che ormai da molto tempo studia in modo approfondito una delle reliquie più importanti e più contestate della cristianità: la Sindone. Il lino che recherebbe l’impronta del corpo del Salvatore dopo la deposizione dalla croce è al centro di una lunga querelle che ha visto un continuo ribaltamento delle posizioni. Dagli anni ’80 del secolo scorso, sembrava praticamente sicuro che quel telo fosse un manufatto di età medioevale. Le analisi al carbonio 14 condotte su alcuni frammenti del lenzuolo con l’autorizzazione del Vaticano avevano datato la reliquia ad un periodo a cavallo tra 1200 e 1300- praticamente l’epoca nella quale aveva fatto la sua comparsa in Europa.

L'IMMAGINE FRONTE E RETRO SULLA SINDONE

L’IMMAGINE FRONTE E RETRO SULLA SINDONE

Ma negli ultimi anni queste certezze sono come svanite. Sempre più  ricercatori- seri ed accreditati- hanno messo in dubbio l’efficacia della datazione al radiocarbonio su un reperto che nel corso dei secoli ha vissuto mille peripezie- inclusi almeno 2 incendi con relativi rammendi- ed è rimasto a lungo esposto al fumo delle candele. Elementi che potrebbero averlo “ringiovanito” alterando il risultato del test.

Esami approfonditi, con l’ausilio di tecnologie e strumenti innovativi, avrebbero poi evidenziato caratteristiche davvero peculiari sia nella trama del tessuto (ad esempio, intrisa di pollini tipici dell’area mediorientale e con tracce di scritte antiche), sia nell’immagine. Quest’ultima, appare tridimensionale e non piatta e soprattutto non è stata ottenuta utilizzando la pittura, il surriscaldamento delle fibre o altre tecniche note nei secoli passati.

 Uno degli studiosi più apertamente convinti della veridicità della Sindone – a suo avviso, reale testimonianza della Passione di Cristo- è l’anatomopatologo torinese Pierluigi Baima Bollone che ha analizzato il Sacro Lino per oltre 40 anni. Nel libro “2015- la nuova indagine sulla Sindone. Duemila anni di storia e le ultime prove scientifiche” ripercorre e approfondisce i vari elementi presi in esame da diverse discipline (dalla botanica alla numismatica, dall’anatomica alla chimica)  a favore dell’autenticità del reperto. Da medico legale, poi, esamina quell’impronta lasciata in negativo sulla stoffa da un vero cadavere la cui morte può risalire a 36/40 ore prima. Proprio come raccontano i Vangeli.


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