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La vera discriminazione sono gli orari di lavoro (degli altri)

Creato il 17 maggio 2017 da Propostalavoro @propostalavoro

La vera discriminazione sono gli orari di lavoro (degli altri)Il tasso di inattività dei lavoratori italiani è sempre stato piuttosto alto. Tradizionalmente, infatti, una buona metà dei nostri concittadini adulti era destinata a non entrare mai nel mercato del lavoro. Stiamo parlando delle donne.

La discriminazione femminile sul luogo di lavoro è un tema che abbraccia ogni ambito lavoristico. Parità di salari, tutela della gravidanza, tutela della maternità sono solo alcuni esempi.

Molte donne segnalano domande illecite e sgradevoli ai colloqui di lavoro – a proposito: è in corso un confronto sul tema dell'opportunità di prevenire queste scorrettezze facendo registrazioni audio del colloquio di lavoro, qui il link.

«Ti sposerai?»; «Fra 5 anni ti vedi con o senza figli?»; «Sarai tu a prenderti cura dei genitori, da anziani?» sono domande che ogni candidata, purtroppo, affronta almeno una volta nella vita. Eppure, cosa vieta al recruiter di rivolgerle ad un uomo? Cosa vieta a questo candidato di rispondere «sì, certamente!»?

La risposta è la stessa che si può dare anche a quest'altra domanda: «perché i tempi di lavoro sono così rigidi?»

È cronaca recente l'accanimento dei sindacati contro le aperture serali e festive dei pubblici esercizi. L'accusa ai datori di lavoro è di aver costretto i dipendenti a rispettare orari che impediscono la giusta ripartizione di tempi di lavoro, riposo, e svago. La sera e i festivi, dicono, non sono fatti per lavorare. Quindi, problemi del consumatore, il lavoratore non ci sta.

La teoria è interessante. Tralasciando il caso dei lavoratori con orari più discontinui (ad esempio i turnisti nelle fabbriche o nelle strutture sanitarie, le forze dell'ordine, interi settori come la logistica, il turismo, lo spettacolo, i carburanti…) viene spontanea ancora un'altra domanda: se tutti lavorano nello stesso arco di tempo, chi ha il tempo di essere il cliente degli altri? In altre parole, chi va più a far la spesa se si lavora 6 giorni su 7?

E qui tornano le donne. Loro, no? Loro devono occuparsi delle "cose di famiglia" mentre l'uomo si occupa delle "cose di lavoro". Questo è discriminatorio, al di là di tutto: dare per scontato che ci sia qualcuno (le donne) sempre a disposizione durante i classici orari di ufficio.

Va ribadito con forza: non deve essere così. No alla conciliazione casa-lavoro declinata al femminile, no al part-time solo per la lavoratrice, no al preconcetto per cui l'uomo è assente dalla sfera domestica. I tempi cambiano e nelle coppie (limitando per ora l'attenzione a quelle eterosessuali) sempre più uomini si fanno carico di figli, anziani, e incombenze domestiche, per una più equa ripartizione dei compiti che permetta alla lavoratrice di non dover necessariamente ridurre il proprio orario di lavoro.

Il futuro è fatto anche di questo: situazioni che evolvono, persone che si adattano. Le battaglie di retroguardia, invece, non hanno più spazio nella modernità del lavoro.

Simone Caroli


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