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La vetrina degli incipit - Marzo 2014

Creato il 01 aprile 2014 da La Stamberga Dei Lettori

L'incipit in un libro è tutto. In pochi capoversi l'autore cattura l'attenzione del lettore e lo risucchia nel vortice della storia. Oppure con poche banali parole lo perde per sempre...
Quanti libri, magari meritevoli, giacciono abbandonati dopo poche righe sui comodini di ogni lettore? E quanti altri invece sono stati divorati in poche ore perché già dalle prime righe non siamo più riusciti a staccare gli occhi dalle pagine? Anche questo mese vogliamo condividere con voi gli incipit dei libri che stiamo leggendo, perché alcuni di voi possano trarre ispirazione per le loro future letture e perché altri possano di nuovo perdersi nel ricordo di personaggi e atmosfere che già una volta li avevano rapiti...


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«Un uomo e una donna andarono, un pomeriggio, a vedere un film. Era domenica ed era estate. Con loro c’erano una ragazzetta quattordicenne e due bambini sui sette anni. L’uomo era alto, bello, nero di capelli e ricciuto, con il viso grande e bruno, la bocca grande e seria. Aveva occhiali neri e un vestito di tela azzurra molto spiegazzato. La donna era piccola, non bella, con un viso minuto e olivastro, i capelli neri attorcigliati in cima alla testa, il naso lungo e sottile, occhi verdi e sopracciglia folte, spalle spioventi e fianchi larghi.
Aveva una gonna di jeans e una maglietta azzurra molto scolorita. Essi erano amici, conoscendosi da molti anni. Un tempo, in giovinezza, erano amanti e vivevano insieme. Ora invece erano solo amici. La ragazzetta era la figlia della donna, e aveva nome Angelica. Era alta, con i capelli rosso-fuoco sparsi sulle spalle, una ciocca che le penzolava su un occhio, così che si vedeva un solo occhio, giallo-castano, ed era molto lentigginosa. Aveva una gonna a campana verde-erba e una camicetta di seta cruda. Il più piccolo dei due bambini era il bambino dell’uomo. Aveva nome Piergiorgio, ma veniva chiamato Dodò.
Era grasso, con i capelli castani lisci e ravviati sulla fronte, occhi rotondi e timidi, e aveva un golf di lana di cammello annodato alla vita. L’altro bambino era magro e di carnagione bruna, con larghi denti bianchi che sporgevano sulle labbra. Aveva nome Daniele ed era il bambino d’una vicina di casa della donna, certa Isa Meli, quel giorno stanca e desiderosa di passare tutto il pomeriggio a dormire. Perché mai quel golf, disse Angelica, indicando il bambino grasso. Essa aveva una voce sottile, severa e giudiziosa. Era sommamente scontenta di uscire con la madre, la domenica pomeriggio, e con quei bambini, e il suo solo occhio era, fra le lentiggini, annoiato e severo. L’uomo le tolse via la ciocca dalla tempia. Per un secondo apparve il secondo occhio, poi la ciocca di nuovo lo nascose. Perché al cinema, disse l’uomo, quando c’è l’aria condizionata, può fare freddo come al Polo Nord.
»
Famiglia, di Natalia Ginzburg - Antonio
«Uno dei miei primi vanti era stato il mio nome. Avevo presto imparato (fu lui, mi sembra, il primo ad informarmene), che Arturo è una stella: la luce più rapida e radiosa della figura di Boote, nel cielo boreale! E che inoltre questo nome fu portato da un re dell'antichità, comandante a una schiera di fedeli: i quali erano tutti eroi, come il loro re stesso, e dal loro re trattati alla pari, come fratelli.»
L’isola di Arturo, di Elsa Ferrante - Sakura

«Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., poiché un mattino, senza che avesse fatto nulla di male, egli fu arrestato. La cuoca della sua affittacamere, cioè della signora Grubach, che ogni mattino verso le otto gli portava la prima colazione, quel giorno non venne. Era la prima volta che una cosa simile capitava. K. aspettò un poco; col capo appoggiato al guanciale, notò che la vecchietta sua dirimpettaia lo osservava con una curiosità per lei del tutto inconsueta, ma poi, deluso ed affamato ad un tempo, si decise a suonare il campanello. Subito bussarono alla porta, ed entrò un uomo che in quella casa K. non aveva mai visto prima.»
Il processo, di Franz Kafka - Tancredi

«Stavamo quasi per scrivere che la particolarità del paese consiste nel non averne nessuna, ma in effetti non è del tutto vero. Sicuramente esistono altri luoghi in cui la maggior parte delle case ha meno di novant’anni, luoghi che non vantano nessun personaggio rinomato, nessuno che si sia fatto notare nello sport, nella politica, nel commercio, nella poesia, nel mondo del crimine. Qualcosa di diverso rispetto ad altri luoghi, però, sembriamo averla: qui non c’è una chiesa. E nemmeno un cimitero. Eppure hanno tentato più volte di ovviare a questa anomalia e una chiesa inciderebbe senza dubbio sull’ambiente, i placidi rintocchi potrebbero rianimare chi è giù di corda, le campane portano un annuncio d’eternità. Nei cimiteri crescono alberi, su cui gli uccelli si posano e cantano. Sólrún, la direttrice della scuola materna, ha provato per due volte a raccogliere firme con una petizione che chiedeva tre cose: una chiesa, un cimitero e un pastore. Ma il massimo che ha ottenuto sono stati tredici nomi, che non bastano certo per un pastore, figurarsi per una chiesa e meno che mai per un cimitero. Ovviamente moriamo come chiunque altro, anche se tanti di noi raggiungono in realtà un’età molto avanzata, in percentuale non c’è posto in tutta la nazione con più abitanti sopra l’ottantina, cosa che forse potremmo definire la particolarità numero due. Sono in dieci a raggiungere i cent’anni, la morte pare averli dimenticati e la sera li sentiamo ridacchiare mentre giocano a minigolf sullo spiazzo dietro la casa di riposo. Nessuno è ancora riuscito a trovare una spiegazione per questa nostra età media tanto alta, ma che sia il cibo, l’atteggiamento verso la vita, l’ubicazione dei monti, dobbiamo senz’altro essere grati alla longevità che ci tiene a tale distanza dal cimitero, e per questo esitiamo a firmare la petizione di Sólrún, essendo sotto sotto convinti che chi lo fa sottoscriva la propria morte, anzi, che se la tiri proprio addosso. È una sciocchezza bella e buona, non c’è dubbio, ma perfino un pettegolezzo può sembrare convincente quando c’è di mezzo la morte.
Per il resto non c’è niente di particolare da dire su di noi.
»
Luce d'estate, ed è subito notte, di di Jón K. Stefánsson - Patrizia

«Negli ultimi anni, parlando dall'alto della propria autorità, durante un'intervista o una riunione di anziani cultori di storie a fumetti, Sam Clay amava affermare, a proposito della più famosa creazione sua e di Joe Kavalier, che un tempo, quando era ragazzo, isolato, legato mani e piedi in quel contenitore a tenuta d'aria noto come Brooklyn, New York, aveva avuto sogni ricorrenti su Harry Houdini. «Per me, Clark Kent in una cabina del telefono e Houdini in una cassa da imballaggio erano un'unica, identica cosa» discettava al WonderCon, all'Angouléme, o parlando col direttore di The Comics Journal «Dal momento in cui si esce, non si è più la stessa persona di quando si era entrati. Il primo spettacolo di magia di Houdini, infatti, quando era appena agli inizi, si chiamava Metamorphosis. Non si trattava solo di riuscire a liberarsi. Alla liberazione corrispondeva una trasformazione.» La verità era che, da ragazzo, Sammy aveva avuto, a dir tanto, un interesse occasionale per Harry Houdini e le sue leggendarie imprese; i suoi veri eroi erano Nicola Tesla, Louis Pasteur e Jack London. Eppure, questo racconto del suo ruolo, il ruolo della sua immaginazione, nella nascita dell'Escapista, aveva, come le sue migliori affabulazioni, il sapore della verità. I suoi sogni giovanili avevano avuto un carattere alla Houdini; erano stati i sogni di una crisalide che lotta nel buio del bozzolo, e impazzisce per la voglia di luce e di aria.
Houdini era un idolo per lo spettatore semplice, i ragazzi di città e gli ebrei; Samuel Louis Klayman era tutte e tre queste cose.
»
Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay, di Michael Chabon - Daniele

«E' impossibile comprendere bene la storia della vita di MAX STIRNER se non se ne conosce l'origine; per il racconto della storia del mio lavoro sono quindi debitore al lettore non meno che a me stesso.
Era l'estate del 1887 quando lessi per la prima volta il nome di Stirner e il titolo della sua opera 'L'Unico e la sua proprietà', mentre mi trovavo al British Museum, immerso nello studio del movimento sociale del nostro secolo (me lo ricordo ancora, si trattava della Storia del Materialismo di Lange). Non l'avevo mai sentito nominare prima; fino ad allora, non sapevo che esistesse un'opera di quel tipo. Sebbene il suo nome mi dicesse poco presi nota dello strano titolo di quel libro; volevo procurarmelo alla prima occasione.
Questo avvenne però solo un anno dopo. Non mi era mai più ricapitato di leggere il nome del suo autore. Quella volta lo feci. Non devo parlare qui dell'enorme e incomparabile impressione che mi fece quell'opera allora come ogni volta che, da quel momento in poi, mi ci sono accostato. Basti dire che, quando appresi le prime informazioni, scarse e sicuramente inesatte, sulla vita dell'autore e, su di lui, trovai soltanto, qua e là, notizie mai attendibili e precise, nonché brevi cenni superficiali, nacque in me il fermo proposito di dedicare una parte del lavoro di tutta una vita alla scoperta di quell'esistenza così palesemente e completamente dimenticata.
»
Max Stirner. Vita e opere, di John Henry Mackay - Polyfilo

«a: [email protected]
data: giovedì 7 marzo 2013 19:18
a: [email protected] oggetto: nessun oggetto
Ehi, qui andrà per le lunghe. Ti dispiacerebbe portare fuori Wilbur stasera?
da: [email protected]
data: giovedì 7 marzo 2013 22:24
a: [email protected] oggetto: nessun oggetto
Temo che tu abbia sbagliato indirizzo di posta, ma ho pensato di avvertirti perché ho un cane anch'io e non vorrei che il povero Wilbur si sentisse abbandonato...
da: [email protected]
data: giovedì 7 marzo 2013 19:33
a: [email protected] oggetto: nessun oggetto
Ah, chiedo scusa. Ho un cellulare nuovo, perciò ho scritto l'indirizzo a memoria. A quanto pare ho dimenticato di inserire un numero. Tante grazie da parte mia e di Wilbur. (A proposito, in realtà è un maiale.)
da: [email protected]
data: giovedì 7 marzo 2013 22:34
a: [email protected] oggetto: nessun oggetto
Un maiale! Da quando in qua i maiali si portano a spasso?
da: [email protected]
data: giovedì 7 marzo 2013 19:36
a: [email protected] oggetto: nessun oggetto
Wilbur è un maiale molto sofisticato. Ha persino un guinzaglio tutto suo...
da: [email protected]
data: giovedì 7 marzo 2013 22:42
a: [email protected] oggetto: nessun oggetto
Che razza di maiale!
da: [email protected]
data: giovedì 7 marzo 2013 19:45
a: [email protected] oggetto: nessun oggetto
Puoi dirlo forte! È un maiale favoloso! Raggiante! Umile!
da: [email protected]
data: giovedì 7 marzo 2013 22:47
a: [email protected] oggetto: nessun oggetto
Caspita! Possiedi un maiale e citi La tela di Carlotta! Allora ti occupi di allevamento o lavori in una biblioteca.
»
Raccontami cos'è la felicità, di Jennifer E. Smith - Pythia

«Michael Rost guardò fuori dalla finestra. Una sottile pioggia autunnale cadeva sulla riva del fiume. 'Mmm' mormorò uscendo dalla stanza. Erano circa le dieci di sera. Sopra i tetti il cielo era di un colore rosso-bruno e il selciato brillava, lucido e muffoso. Rost trascinò lentamente il suo corpo alto e un po' ricurvo lungo le vie già un po' vuote, davanti a vetrine illuminate da luci sfacciate. Dopo un po' entrò in un caffè. Da lontano annuì brevemente ad alcuni conoscenti e si sedette ad un tavolino che si era appena liberato nella prima sala di fronte all'ingresso. Emmy Vitler, snella, vestita di nero e con i capelli corti e rossi, agitò una mano sottile e delicata con un sorriso amichevole. Senza attendere un invito si sedette accanto a Rost e si accese una sigaretta. 'Sono stata al cinema, ma sono uscita a metà film. Era noioso'. 'Ci sei andata da sola?' 'Sì, a volte mi capita. Tra l'altro, ultimamente Egon è impegnato con quella graziosa polacca. La conosci? E' una ragazza davvero incantevole.' Beveva a piccoli sorsi un caffè fumante, increspando le labbra»
Romanzo viennese, di David Vogel - Mara

«Il 124 era carico di rancore. Carico del veleno d’una bambina. Le donne lo sapevano, e così anche i bambini. Per anni ognuno aveva cercato a modo suo di sopportare il rancore di quella casa ma, nel 1873, le uniche vittime rimaste erano Sethe e sua figlia Denver. La nonna, Baby Suggs, era morta e i due ragazzi, Howard e Buglar, se ne erano scappati via non appena avevano compiuto tredici anni, non appena al solo guardarsi nello specchio questo si era frantumato (quello era stato il segnale per Buglar), non appena erano apparse sulla torta le due minuscole impronte di una manina (quello era stato il segnale per Howard). Nessuno dei due aveva aspettato di vedere altro: l’ennesima pignatta ricolma di ceci fumanti rovesciati sul pavimento, in un mucchietto, le gallette sbriciolate sparpagliate a terra, lungo una linea parallela all’uscio di casa. Né, tantomeno, avevano atteso uno dei soliti periodi di calma: le settimane, i mesi persino, in cui niente veniva a turbare la quiete. No. Erano svaniti entrambi all’improvviso, nel momento stesso in cui la casa si era resa colpevole di ciò che ognuno di loro, personalmente, riteneva l’unico insulto da non potersi sopportare o vedere una seconda volta. »
Amatissima, di Toni Morrison - Morwen

«Dieci giorni dopo la fine della guerra mia sorella Laura mandò la macchina giù da un ponte.
Il ponte era in riparazione: andò dritta addosso al cartello di Pericolo. La macchina precipitò per una trentina di metri nel burrone, sfracellandosi contro le cime degli alberi carichi di foglie, poi prese fuoco e rotolò nel basso torrente sul fondo. Pezzi del ponte le caddero addosso. Nulla restò se non qualche brandello carbonizzato.
»
L'assassino cieco, di Margaret Atwood - Valetta


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