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Laurea – Status Symbol e Business?

Creato il 16 maggio 2017 da Propostalavoro @propostalavoro

Laurea – Status Symbol e Business?

Strano destino, quella della Laurea.

Da un lato, l'esperienza di molti giovani e i dati in nostro possesso sembrano volerne ridimensionare il valore come porta d'ingresso privilegiata nel Mondo del Lavoro – mentre i laureati più anziani non mancano di rimarcare la differenza fra le difficoltà del proprio percorso di studi rispetto ai presunti corsi facili di oggi.

Dall'altro, il famigerato pezzo di carta continua ad esercitare un grande fascino, e ad essere vista come un obiettivo imprescindibile da parte di moltissimi ragazzi e delle loro famiglie.

Un traguardo per il quale si può, si deve dare tutto – in casi estremi anche la vita.

Perché?

Molte possono essere le ragioni: desiderio di compiacere genitori e parenti, timore di restare indietro rispetto ai coetanei, o volontà di mettersi alla prova in un ambiente diverso.

Ma cosa accade se le abilità o le attitudini dei giovani sembrano impedire un proficuo percorso accademico?

Ecco farsi strada un vero e proprio business, popolato da Enti e professionisti privi di scrupoli e pronti a trarre profitto dalle insicurezze altrui.

Un fenomeno globale, che in Italia ha assunto un nome specifico: Laureifici.

Basta una rapida ricerca attraverso Google per rendersi conto di quanto il problema sia sentito dagli internauti, in particolare da coloro che, laureatisi presso Atenei al di sopra di ogni sospetto, puntano il dito contro le fabbriche di laureati.

Le prime imputate?

Le Università telematiche – che nonostante esempi virtuosi e una raison d'être inattaccabile (ovvero, la necessità di una formazione terziaria anche per chi già lavora o è altrimenti impossibilitato a frequentare regolarmente lezioni in aula) ancora rappresentano una galassia composita, dove il merito e la qualità stentano ad essere riconosciuti.

Si tratta di una questione delicata, la cui risoluzione è tuttavia necessaria sia per gli utenti di tali realtà – sempre in pericolo di ritrovarsi con un titolo di studio di scarsa qualità, e quindi truffati – sia per tutti i laureati delle Università "regolari", il cui impegno rischia di essere sommerso dall'inflazione di certificazioni facilmente conseguibili provenienti da Istituzioni "rivali" poco raccomandabili.

Quali potrebbero essere, tuttavia, le soluzioni?

Forse, più che discutre ciclicamente sull'opportunità di abolire il valore legale del titolo di studio – mossa che secondo i suoi fautori valorizzerebbe il "peso" di una laurea e del suo titolare in base all'Alma Mater di provenienza, favorendo una concorrenza al rialzo fra Atenei – sarebbe il caso di passare da una valutazione che si basi non più tanto sui "pezzi di carta" posseduti, quanto sulle competenze effettivamente maturate dalla singola persona.

Competenze che possono essere sviluppate anche al di fuori e ben prima delle aule universitarie – ad esempio durante i percorsi di Alternanza scuola-lavoro.

Chi ci dice che uno stage ben fatto in azienda a 18 anni non sia più utile di una laurea strappata con le unghie e con i denti?

Andrea Torti


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