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Le notti bianche di Pachuca ovvero Cielito lindo, un bradipo in Messico – Quinta parte –

Da Danilo Baccarani @dumbbac
Compendio semiserio alla conoscenza della città di Pachuca e del popolo messicano.
Premessa
Non è l'alba. E' proprio notte.
Piove incessantemente. Da circa 36 ore.
E' il ciclone tropicale Arlene.
Mancava giusto questo.
Nel tv compound l'acqua sommerge i cavi.
Alla finestra del nostro ufficio sacchi di plastica e stracci per evitare che l'acqua si infiltri.
Piove a secchi. Ci si chiede come potranno giocare due partite in rapida successione sullo stesso campo.
Il campo tiene, drena e si gioca senza particolari problemi.
Mancano pochi giorni oramai.
Un giretto in centro città, un po' di tennis in tv e la finestra dell'albergo con la stessa immagine che si ripete in continuazione.
La nebbia sulle montagne, il centro commerciale Liverpool, i volti di camerieri e inservienti, Gil e Alfredo che hanno, per fortuna, sostituito il nostro primo ed inquietante autista.
Gil sbaglia spesso strada e parla un italiano stentato, chiede sempre il significato delle parole, racconta storie simpatiche.
Alfredo è fortissimo. Fuma come due messicani. Piccolo, ha una moglie più giovane di lui di vent'anni, racconta sempre di aver lavorato con i napoletani su una nave da crociera tra Acapulco e gli Usa.
La trasferta è anche questo.
Ricordarsi delle facce.
Ricordarsi delle persone.
Perchè sono i piccoli momenti che fanno la differenza.
Un profumo. E il cielo
Momenti che fanno la differenza. Il profumo della marijuana che arriva dai campi incolti, il cielo che si apre piano piano. La pioggia che non cade più.
Una tequila. E il cielo che riprende a lacrimare.
La strada di ritorno verso l'albergo.
Un'altra notte che passa rapidamente.
Le ore di differenza con l'Italia in un continuo rincorrersi tra giorno e notte.
Dormo poco ma oramai è una costante.
Uno sguardo al nulla di Pachuca.
Ed è ora di tornare.

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