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Long Playing Blasters

Creato il 19 maggio 2017 da Zambo
Long Playing Blasters
Blasters e Los Lobos rappresentano le grandi American band degli anni ottanta, nel solco di gruppi come Grateful Dead, Creedence Clearwater Revival, Allman Brothers Band, Little Feat, anche se non raggiunsero, o lo fecero raramente, il pubblico mainstream, in quel decennio ormai orientato su musiche di facile ascolto lontane dal rock.
La storia ha inizio con un gruppo dal nome bellissimo: i Blasters dei fratelli Alvin (Dalton?), ragazzi di un sobborgo alla periferia orientale di Los Angeles, Downey, una cittadina di centomila abitanti nota per aver ospitato il primo McDonald’s e le fabbriche aeronautiche del progetto spaziale Apollo. Appassionati del ruvido blues delle origini, si inserirono nell’ondata di rockabilly revival, un po’ Jerry Lee Lewis ed un po’ T-Bone Walker. Il loro contraltare dall’altro lato del paese erano gli Stray Cats, che come aveva fatto Gene Vincent prima di loro, andarono a cercare il successo in Inghilterra. I Blasters si inserirono invece nella scena new wave di Hollywood. Il loro show era un concentrato di rock’n’roll adrenalinico anni cinquanta e musica da ballo da happy days. Il pubblico era conquistato dall’aria feroce del cantante Phil, dal ritmo energico e serrato e dalla pulizia nuda ed cruda degli arrangiamenti. Il successo locale procurò loro un contratto per l’etichetta indipendente Slash, nata da una fanzine dallo stesso nome dedicata alla scena punk di Los Angeles. Per la Slash avrebbero registrato i migliori nuovi gruppi di L.A.: Germs, X, Gun Club, Dream Syndicate, Green On Red e successivamente Los Lobos e Del Fuegos.
Il primo album, American Music del 1980, era un manifesto, stipato di rock’n’roll sfrenati come la loro canzone sigla, Marie Marie. Pezzi che odorano di olio e di benzina come i motori dei dragster. Il gruppo recitò la parte di sé stesso nel film Streets Of Fire di Walter Hill, e da lì in avanti le loro canzoni comparvero in una quantità di film ambientati in California, compresi le colonne sonore di Tarantino e Ridley Scott.
Con Non-Fiction lo stile del gruppo si era definito: Phil, con l’aiuto della batteria di Bateman, passava ad un trattamento rockabilly le canzoni scritte dal fratello Dave, un poeta capace di dipingere con canzoni di due strofe e tre minuti, storie di persone, speranze di periferia, amori mal riposti, l’America blue collar polverosa rurale e romantica mitizzata dal rock. Canzoni come Jubilee Train e Long White Cadillac suonavano come standard, rock come Red Rose e Bus Station erano puro neorealismo in musica. Phil Alvin dietro al microfono teneva il groove, sul tappeto di una implacabile e compatta sezione ritmica mentre ai ceselli provvedevano il piano boogie di Gene Taylor e l’evocativo sax di Steve Berlin. Sulla copertina del disco, Bill Bateman appare in tuta blu da meccanico, sporco di olio e con una rosa rossa in mano.
Il successivo Hard Line segnò l’apice del gruppo. Con la Slash passata a far parte della prestigiosa rosa delle etichette della Warner Bros, nel tentativo di raggiungere un successo nazionale la produzione venne affidata a John Mellencamp (che si firmava con il suo soprannome di Little Bastard), forte del successo di classifica dei suoi dischi di rock rurale. Mellencamp scrisse per il gruppo un potenziale (ma purtroppo mancato) hit con Coloured Lights. Le canzoni erano brevi film di tre minuti. Just Another Sunday fotografa un uomo solo che spreca le domeniche a guardare le pareti di uno squallido hotel di periferia. Coloured Lights è un corteggiamento su un rock’n’roll lento, come pure lo è il doo-wop di Help You Dream. Hey Girl è il cajun di un amante abbandonato, che evoca la sua donna. Dark Night la colonna sonora di un film noir. Little Honey un folk con violino che narra di un matrimonio che va a pezzi. Hard Line è un dipinto americano, ma anche l’epilogo della storia.
Il mancato successo contribuì a rendere elettrica l’atmosfera nel gruppo. Phil, il fratello maggiore, vedeva sé stesso come il leader del gruppo, mentre a Dave toccava l’onere di scriveva tutte le (straordinarie) canzoni. Liti e scazzottate erano all’ordine del giorno, fino a che Dave sbattendo la porta cambiò indirizzo, andando a suonare con John Doe negli X, a cui prestò una delle sue ballate più riuscite, 4th Of July, una istantanea di una coppia che si trova faccia a faccia con la propria crisi, proprio mentre nel cielo della calda notte estiva esplodono i fuochi d’artificio della festa dell’Indipendenza. Con Doe ed Exene Cervenka, Dave suonò anche nel side-project country dei Knitters.
Come in qualche vecchio film western, Phil prese male il tradimento del fratello, a cui reagì registrando in proprio un album di classici della musica americana, con la volontà di dimostrare come un autore non valga necessariamente quanto un buon cantante. Poi provò a mandare avanti i Blasters assoldando un nuovo chitarrista, Hollywood Fats, che però non era autore di canzoni, e per sovrapprezzo ebbe la cattiva sorte di morire alla vigilia della tournée del 1987. Anche gli X erano alle soglie della separazione, e Dave inaugurò una carriera solista da cowboy, mettendo assieme un gruppo di spalla, gli Allnighters, con cui registrò Romeo’s Escape per la Demon. A conti fatti resta il suo migliore album, con un paio di classici del calibro di 4th Of July (che avrebbe conosciuto più di una cover) e la ballata di Every Night About This Time, «ogni notte più o meno a quest’ora», una classica malinconica storia country. Il disco faceva suonare le canzoni di Dave con arrangiamenti più moderni, fra songwriter elettrico e country rock in stivali da cowboy. Certo le canzoni erano più efficaci nello stile dei Blasters. Dave avrebbe costruito una carriera da operaio del rock, fatta di concerti, molti dischi di fascino e tante canzoni di buon livello, qualcuna superba, imparentate alle storie americane narrate con i Blasters, che lo hanno laureato una leggenda del rock americano.
Accade a volte che la somma di due metà non faccia un intero, e direi che è quello che è capitato agli Alvin. Immagino che in questa storia ci sia una morale, ma non saprei dire quale.
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