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Ma Rea e lo Stendiversomio come poetica di strada: intervista di Sonia Caporossi

Creato il 18 maggio 2017 da Criticaimpura @CriticaImpura

Ma Rea e lo Stendiversomio come poetica di strada: intervista di Sonia CaporossiDi SONIA CAPOROSSI

Abbiamo recentemente conosciuto di persona e quindi intervistato Ma Rea, uno dei poeti di strada maggiormente attivi e creativi letteralmente sulla piazza del Belpaese, oggi. Le sue risposte ci permetteranno di dipanare alcune questioni inerenti la sua poetica personale e lo statuto ontologico della Street Poetry attuale in Italia.

Sonia Caporossi: Presentati un po’, comincio io: Andrea Masiero, in arte Ma Rea, poeta e artista visivo di strada.

Andrea Masiero: Ma Rea nasce come embrione creativo di Masiero Andrea nel 2013, poco prima che nascesse la poesia errante, ovvero un modo trasversale di portare strofe tra la gente. Ma Rea è una evoluzione e una scoperta esistenziale. Nella vita guido autobus, ma la mia testa è sempre in moto creativo. Ho iniziato a studiare a 27 anni ripartendo dalla prima superiore e arrivando alla laurea a 35. Da lì è nato quello che sono oggi. Un poeta-artista in divenire in continuo movimento. Sia col bus che con la penna.

SC: La poesia visiva sembra possedere uno statuto sui generis rispetto alla poesia generalmente detta, in particolare riguardo al medium di trasmissione, che è, spesso e volentieri come nel tuo caso, la strada, dove il contatto con il pubblico è immediato e diretto. Come mai hai scelto la piazza come luogo di incontro e scambio delle tue produzioni poetiche?

AM: La strada è sinonimo di freschezza e di vitalità. La strada permette interventi inaspettati, quindi carichi dell’elemento sorpresa. Inoltre, e soprattutto, la strada mi permette una notevoleMa Rea e lo Stendiversomio come poetica di strada: intervista di Sonia Caporossi sperimentazione e mi da un senso di libertà espressiva enorme, per uno come me che non fa ‘’solo’’ poesia.  Ritengo, altresì, che sia un atto politico di riappropriazione degli spazi pubblici, i quali non sono deputati solo alle classiche funzioni logistiche e organizzative di una società. Lo spazio urbano è un mondo ricco di possibilità espressive inutilizzate, è il luogo dell’incontro per eccellenza e la poesia ha bisogno di stare tra la gente. Facendo ciò con la poesia errante esprimo un bisogno profondo che è dentro ognuno di noi: comunicare. Qui però si comunicano messaggi pieni di simboli e significati i quali vengono amplificati dai codici che mescolo di volta in volta, quindi una poesia amplificata in senso polisemico.

SC: Spesso, proprio a causa del medium, la brevità espressiva è tutto. Ma non la trovi un poco limitante?

AM: Potrebbe essere limitante, sì, ma non lo è. Non lo è perché il mio modo espressivo si presta, considerando che sono una persona laconica. So articolare gli argomenti anche in modo più ampio e discorsivo, ma ritengo che molta parte dello sviluppo comunicativo più lungo troppo spesso sia solo retorica funzionale ad un messaggio, la quale rischia di diventare ridondanza o, peggio, una digressione che miete lettori per la strada. Pertanto, la mia retorica è la brevità, una condensazione espressiva ed eloquente. È anche un modo per far concentrare le persone su poche parole e magari ridare peso al lessico che propongo. E poi penso che sia un punto di forza; oggigiorno quasi nessuno (o comunque troppe poche persone)  ha tempo e voglia di dedicare spazio della propria vita alla poesia. È come se chiedessi poco tempo agli altri perché io stesso ne ho poco nella vita. Non sono fuori dal mondo, sono uno di voi e capisco queste storture. Come rimediare? Bisogna andare al nocciolo della questione.

SC: La peculiarità che sembra appartenerti è quella della fusione perfetta della performance visuale con l’istanza aforistica e simbolizzante. Tu scrivi per reiterate fulminazioni e poi abbandoni i tuoi pensieri stesi come panni ad asciugare in giro per l’Italia, in forme visive che ricalcano in qualche modo alcune suggestioni delle avanguardie storiche trattate in modo sincretico: ci vedo il Dada, il surrealismo, il concretismo, l’arte materica di vario tipo. Ci vuoi spiegare da cosa sorge questa tua forma artistica specifica?

AM: Il sincretismo artistico che citi è una perfetta sintesi della poesia errante nata e uscita dai miei studi universitari. Quando decisi di mettere su piazza i miei scritti volevo che questi fossero espressi con delle forme fortemente personali. Personalizzare il modus operandi è stato un effetto domino. Ogni volta vado per fulminazione. Ripercorro le mie passioni artistiche e cerco di dargli una mia impronta. Quando un’idea assomiglia troppo ad una cosa già esistente la abbandono, oppure la devo riattualizzare creandole un vestito su misura che si concili con la mia storia personale. Penso che l’idea che sta alla base di un tipo di intervento sia fondamentale per la buona riuscita. E per buona riuscita intendo la dialettica interna che si crea tra forma e contenuto, tra i vari linguaggi che mescolo e l’accessibilità esterna dei messaggi che voglio mandare. Quindi spazio dall’introspezione del bucato poetico ( da cui ho preso spunto da ‘’Washing up’’ di Maja Bajevic) all’approccio dadaistico della carta igienica poetica o della poesia traffico limitato, dall’idea di fotoromanzo con le vignette fino al design con i segnaporte poetici. Essendo laureato in comunicazione è inevitabile che ci sia anche una grossa componente di guerrilla marketing e di attenzione alle dinamiche promozionali tout court. Ultimamente c’è anche molto codice della strada nei miei lavori (Versi carrai, Fermate poetiche e la PTL citata prima). Ma da uno che ci lavora in strada, potrebbe essere diversamente?

SC: Che cosa rappresenta in una parola lo Stendiversomio?

AM: La poetica.

SC: Quali sono i tuoi progetti per l’immediato futuro?

AM: Nuove declinazioni della poesia, ovvero nuove sperimentazioni che porterò in giugno ad un festival in Puglia. Da questa estate voglio iniziare a sistematizzare quello che dovrebbe essere il mio primo libro per arrivare ad una pubblicazione. Inoltre, sto già lavorando per portare i miei lavori all’estero, quindi per misurarmi con altre realtà e mettere in gioco la poesia errante oltre confine. Proprio in questi giorni sto per partecipare ad una mostra a Napoli di Mail art organizzata da Antonio Conte e infine stanno per arrivare dei bavaglini poetici creati per un evento su commissione, ovvero un battesimo di un bimbo (e relativa famiglia) che nemmeno conosco. Una scommessa con me stesso. Una creazione di materiale nuovo con pochissimi elementi a disposizione. E ne sta uscendo un buon lavoro. Sette bavaglini per i sette mesi di questo bimbo che si troverà a fare i conti con la poesia così presto.

Che sia un buon inizio?

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