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Magnolia, piovono rane dal cielo

Creato il 16 giugno 2014 da Nicola933

Magnolia (id.)
Genere: Drammatico
Regia: Paul Thomas Anderson
Cast: Tom Cruise, Philip Seymour Hoffman, John C. Reilly, Julianne Moore, Philip Baker Hall, Jeremy Blackman, William H. Macy, Melora Walters, Jason Robards, Luis Guzmán, Alfred Molina
1999
193 min

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Solo due i momenti riservati alla voce narrante in Magnolia (prologo ed epilogo) ed, in entrambi i casi, l’umile narratore, parla di coincidenze. Tre diverse storie aprono il film, storie diverse ma legate da quell’unico imprescindibile elemento; la fatalità. L’intera trama del film di Paul Thomas Anderson si snoda da una serie ripetuta di coincidenze. Nove storie di nove vite, tutte collegate tra loro, in un modo o nell’altro e tutte che ruotano attorno a Earl Partridge (Jason Robards), vecchio ideatore televisivo e autore del più popolare programma della San Fernando Valley: “What do kids know”. Gli altri personaggi sono Frank T.J. Mackey (Tom Cruise), figlio di Earl e conduttore del programma maschilista e misogeno “seduci e distruggi”, Linda Partridge (Julianne Moore), seconda moglie di Earl, Phil Parma (Philip Seymour Hoffman), l’infermiere di Earl, Jimmy Gator (Philip Baker Hall), presentatore del programma ideato da Earl, Stanley Spector, bimbo prodigio concorrente del programma, Claudia Wilson Gator (Melora Walters), ragazza cocainomane figlia del conduttore, Jim Hurring (John C. Reilly), agente di polizia in cerca d’amore da Claudia e Donnie Smith (William H. Macy), ex bambino prodigio e vincitore del quiz di Earl in cerca di una sua personalità. Le nove storie si divideranno in due tronconi, due filoni narrativi che scorreranno parallelamente.

Magnolia giace su una nuvola quasi mistica, in un tempo inclassificabile dove non c’è melodramma e dove si fa largo una forma oscura, tipica della cinematografia di Anderson, che riesce a gestire il complesso intreccio di storie senza mai aderire ai tragici canoni del cinema esistenziale. Ma a questo proposito il regista coglie l’occasione, come già aveva sperimentato in Boogie Nights, farcendo il film di numerose storie che fondono varie tematiche, agendo quindi su ogni tipo di spettatore, il quale è comunque cosciente di trovarsi di fronte un cinema impegnato ed estremamente determinato a lasciare un’impronta nel catalogo culturale di ogni critico e cinefilo.

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L’affresco di Anderson nasce e cresce in un circolo vizioso di momenti spiazzanti dall’alto tasso emotivo. Intelligentemente Magnolia ci presenta un ensemble di personaggi negativi, sconvolti, frustrati, maltrattati che però cercano di venirne fuori, in un mondo che se ne frega e dove tutto è disegnato con feroce superficialità sulla pelle di ognuno. Tutti ci vengono presentati con notevole tempismo, correndo come formiche impazzite e legate insieme dall’infinita arte del montaggio. Di loro non dobbiamo scoprire nulla che già pensiamo di sapere e la loro esistenza si spalma su tre ore filate; senza interruzione li vediamo giungere sul ciglio del vuoto interiore. Creare i legami e le coincidenze che li uniscono non è la cosa più complicata di fronte al mare di doveri che uno alla volta si affacciano nelle loro vite. Chi cerca il perdono, chi cerca di perdonare, chi cerca di amare e chi invece essere amato, chi ha fallito e chi tenta di entrare nel mondo adulto conoscendo il reale valore dei bambini: ”non è pericoloso confondere i bambini con gli angeli”.

Parlare di un film che si presenta in tutta la sua complessità non è semplice. La struttura di Magnolia si fonda su ripetuti confronti tra due personaggi collocati ai lati opposti dell’inquadratura e ripresi di profilo, con la messa a fuoco, che diaframmando, acquista valore significativo, mostrando i vari livelli di trasparenza dei

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personaggi. Donnie, il più timido ma al tempo stesso il più decifrabile, quasi nell’ombra. Frank Mackey, invece, sempre illuminato, sul palco o seduto di fronte all’intervistatrice, mentre si nasconde dietro un oceano di bugie. La bugia è solo uno dei terreni che compongono la radice di tutti i mali secondo il cinema di Anderson, quel rapporto padre-figlio che scardina ogni sua pellicola. Il giovane Stanley vuole meno menzogne e più sentimenti da suo padre, per fuggire via dal marasma della finzione collettiva dei programmi televisi, per dare un valore alla sua dote. Il padre vede in Stanley solo una macchina mangia soldi, nulla più nulla meno di quello che vedevano i genitori di Donnie ai tempi delle sue partecipazioni al quiz show. I due personaggi si riflettono: Stanley è il passato, Donnie il futuro. “Possiamo chiudere col passato, ma il passato non chiude con noi”. Un po’ come se Stanley conoscesse la storia di Donnie, vuole evitare che succeda lo stesso anche a lui, evitare che lo trasformino in un bambolotto fenomeno da baraccone.

Nello stesso ambiente naviga il presentatore Jimmy Gator, che da padre ha abusato della sua posizione, ha

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abusato della sua vita, ha abusato di sua figlia e ora la malattia sta abusando di lui e lui non ha tempo, sta svanendo (emblematica la messa a fuoco intermittente nella scena dello svenimento). Claudia, sua figlia, cerca nell’altro Jim, una figura paterna, un giustiziere che pulisca per sempre il buio soggiorno della sua anima che soffoca sotto montagne di polvere bianca. La stessa droga che consuma Linda Partridge (Julianne Moore da accademia nella scena isterica in farmacia), che si scontra con la società impertinente mentre suo marito Earl sta morendo. Ancora la malattia, ancora il cancro. Un letto che diventa l’altare della vita e suggerisce in modo poetico e quanto mai originale che anche in punto di morte possiamo trovare un legame tra le esistenze e il dolore di ogni essere umano. Earl alla fine della sua vita, vuole ad ogni costo riallacciare i rapporti con il figlio abbandonato da adolescente insieme alla madre morente.

La macchina da presa si avvicina ai volti dei personaggi con un cinismo implacabile, li circonda, li trattiene e non li lascia andar via, affogandoli in un vortice di sensazioni potentissime amplificati da un uso memorabile della musica. Come si ripeterà poi in Ubriaco d’Amore la banda sonora subisce dei continui ribaltamenti e la musica sovrasta i dialoghi come il tuono che presagisce una violenta tempesta. Il pathos dei sentimenti e degli incroci esistenziali viene sintetizzato e mostratoci in maniera chiara, geniale ed estremamente

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funzionale attraverso una delle sequenze narrative più significative di sempre: I personaggi vengono inquadrati dalla macchina da presa che scorre sul carrello quasi nascosta per non spezzare la magia del momento. Nella scena tutti cantano la canzone Wise Up di Aimee Mann. Finalmente vengono uniti? No. Perché la tempesta sta arrivando e i giochi di finzione stanno per crollare. Così, usufruendo di un altro espediente narrativo, dal cielo della California del Sud iniziano a piovere rane. Un evento che richiama alla fatalità delle storie del prologo e tutto ciò succede (But it did happen) senza una spiegazione, “Succede, sono cose che accadono…”. La pioggia di rane come evento trascendente che richiama alle piaghe bibliche perché nel mondo di Magnolia le vite di tutti sono vicine ad una fine, senza ritorno apparente.

Le rane hanno un significato inconoscibile di un intervento dall’alto. E’ una pioggia preannunciata dalle didascalie metereologiche, dall’interesse di Stanley sui programmi meteo e le loro antenne (il genio che tutto sa) e ancora, il bambino di colore che quasi all’inizio del film in un assolo di rap annuncia: “Quando il sole bene non fa, Dio manda pioggia sull’umanità, a “lume di naso” questo ti aiuta a risolvere il caso”. Il caso, Anderson, ci aiuta a risolverlo con la simbologia. Una coppia di numeri sparsi per tutto il film, l’8 e il 2: “Esodo 8, 2: Aronne stese la mano sulle acque d’Egitto e le rane uscirono e coprirono la terra d’Egitto.” Il libro, viene citato da Donnie, l’ex bambino prodigio.

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Piovono rane dal cielo per scuotere tutti dal torpore dell’odio e del rimpianto, il sentimento che maggiormente si fa largo; quel rammarico che sfocia nel pianto a dirotto di Frank (Tom Cruise all’apice della sua carriera) dopo il bellissimo monologo di suo padre, Earl (l’ultima grande prova d’attore di Jason Robards). Chi possiamo perdonare? Ne siamo capaci? Il sorriso di Claudia chiude un circolo vizioso di umori contrastanti ed emozioni forti. Anderson chiude con un sorriso come Leone fece a suo tempo con C’era una volta in America.

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Un film che ancora oggi non perde la sua sbalorditiva potenza narrativa e che per ambizione, coraggio e forza del linguaggio narrativo-stilistico, rimane senza ombra di dubbio uno dei più importanti film di sempre. Affresco sull’uomo che apre alle mille parentesi psicologiche, simboliche, di significato. Un capolavoro di tecnica, un vero pezzo di bravura, una raccolta di attori superbi di cui si è detto poco, ma in generale Anderson ci ha consegnato un film della quale non si può smettere di parlare, mai. Vita, morte, amore, odio, il passato, il perdono, il rimpianto, il peccato, il dono, il sapere, il coraggio: “E noi di solito commentiamo, beh… se l’avessi visto in un film, non ci avrei creduto!”

”Eppure è successo.”

”L’umile opinione di questo narratore è che di cose strane ne accadono in continuazione, è sempre così, è sempre così… e il libro dice: ‘noi possiamo chiudere col passato, ma il passato non chiude con noi’.”


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