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Marjorie Liu, l'autrice di Monstress, dichiara: "realizzare fumetti creator owned è una delle sfide più emozionanti della mia carriera"

Creato il 19 maggio 2017 da Comixfactory

Il "nuovo" corso della Image Comics è caratterizzato da una ricchissima varietà di proposte. Fumetti di tutti i tipi e generi, adatti al palato dei più svariati lettori; opere in grado di risvegliare l'interesse dei vecchi appassionati, magari un po' assopito per il reiterarsi dei soliti schemi narrativi, e di carpire il gusto di quelli nuovi, spesso appartenenti all'altra metà del cielo. Tra le opere che maggiormente hanno convinto, e messo d'accordo, pubblico e critica spicca Monstress, prima opera creator owned (i cui diritti di sfruttamento sono di proprietà degli autori) di Marjorie Liu (evidenziatasi su alcune serie targate Marvel e in particolare autrice di un notevole ciclo narrativo sulle pagine di Astonishing X-Men, sul quale ha celebrato anche le prime nozze gay ufficiali dell'universo narrativo fondato da Stan Lee e Jack Kirby) e Sana Takeda ( X-23, Runaways, Drain).


Di questa nuova, stimolante e complessa, avventura editoriale Marjorie Liu ne ha parlato nel corso di lunga e interessante intervista rilasciata per il primo numero della rivista , house organ della casa editrice fondata venticinque anni fa da sei super star in fuga dalla Marvel. Proporvela è un'ottima occasione per svelare i meccanismi creativi e narrativi che si celano dietro la pubblicazione di una serie creator owned e per conoscere meglio l'autrice di una serie che si appresta a lasciare il segno nella storia recente del fumetto nordamericano.

Hai studiato legge, hai scritto romanzi e fumetti. Cos'è che ti ha spinto a prediligere la scrittura dei fumetti alle altre professioni? Cosa ti piace di questa forma d'arte?

Adoro scrivere romanzi - c'è qualcosa di davvero meraviglioso e accogliente nel processo nel quale ti immergi completamente all'interno di un romanzo o di una racconto; quando cominci a essere inghiottito dalle parole. Ma mi piace ripetere che ci sono alcune storie che il racconto può sfiorare, ma nelle quali non riesce a immergersi a fondo - ed è qui che arriva il fumetto. Possiamo leggere quel che significa essere bipolari, ma provate a leggere Marbles, le memorie grafiche si Ellen Forney, e davvero inizierete a capire cosa vuol dire. E' una testimonianza della sua scrittura, ma anche del potere di un medium visuale; rende le cose reali in un modo che le sole parole non potranno mai bastare. Scrivere fumetti mi ha dato una maggiore libertà; non sono limitata dalle parole in quei casi in cui le sole parole non sono sufficienti.
Per quanto riguarda la tua domanda riguardo il come mi sono ritrovata a scrivere fumetti, be' cominciai a leggerli a diciotto anni, e mi piacevano davvero moltissimo, ma non mi sarei mai immaginata a scriverli - nel 2004 mi fu offerta la possibilità di scrivere un romanzo degli X-Men. Dopo la sua pubblicazione, mi presentai al capo dell'ufficio reclutamento della Marvel, e dopo un paio di anni di tira e molla mi fu affidato l'incarico di scrivere NYX: No way home . Il resto è storia.
Come è avvenuto il tuo passaggio al mondo dei fumetti creator owned? Con l'aumento della libertà stai incontrando nuovi ostacoli?

Assolutamente! Questa transizione è stata una delle avventure più emozionanti, appaganti che abbia mai compiuto - ma non è stato affatto facile. Ero così ingenua! Ero convinta che sarebbe stato sufficiente sapere come scrivere i fumetti e averlo fatto per un po', per poter cominciare a scrivere Monstress senza alcun tipo di problema. E invece no, non era affatto così. Innanzitutto la mia capacità di costruire dei mondi non era poi tanto sviluppata. Nello scrivere gli X-Men sei coinvolta in alcuni aspetti che riguardano la costruzione del loro mondo, ma ultimamente l'universo Marvel è un luogo molto ben definito, cosi come lo sono i personaggi. Ce ne prendiamo cura, infondiamo in essi un po' di noi stessi, ma in definitiva sono in giro da tanto tempo, così che le loro storie personali sono ben definite, le loro personalità scolpite. E' comunque un lavoro difficile, un lavoro incredibilmente difficile, un lavoro che però è anche entusiasmante, appagante e incredibilmente divertente - ma metà dell'opera è già stata fatta (anche se quando ci stai lavorando non ti verrebbe mai da pensarlo).
Così, per scrivere Monstress - che ho dovuto sviluppare da zero - ho dovuto reimparare come scrivere fumetti. Ho dovuto studiare il soggetto, i personaggi, il mondo, tutte le basi dello storytelling, tutto nel contesto del linguaggio del fumetto. Ho dovuto applicare tutto il mio talento di scrittrice di narrativa, e ci ho impiegato più di sette mesi prima che mi sentissi in grado di padroneggiare quel che stavo facendo. Adesso mi sento molto più a mio agio, ma ancora mi pongo delle domande su come posso raccontare con maggior semplicità le mie storie, se sto facendo tutto il possibile per sviluppare i personaggi e il mondo in cui vivono.
E qui arriviamo al secondo aspetto cruciale del lavorare a fumetti creator owned: l'importanza fondamentale del lavoro di squadra. Tutto quel che ho fatto, non sarebbe stato possibile senza il contributo di Sana Takeda. Ovvio. E' senza alcun dubbio un genio, una visionaria e una era e propria stakanovitsta. E comunque non avremmo potuto realizzare Monstress senza il contributo di Jennifer M. Smith, la nostra straordinaria editor, che rende migliori le nostre storie, che ci pone al centro delle sue attenzioni - organizzando il nostro lavoro - che dispensa consigli e e che è sempre presente per spingere la serie verso nuovi traguardi. E' meravigliosa. E poi c'è Rus Wooton, il nostro letterista, che infonde in Monstress una gran varietà di aspetti vitali - aspetti che non si limitano al solo lettering, ma si estendono al design. I letteristi sono degli eroi, davvero! Anche il redattore interno, Ceri, è diventato un membro importante del nostro staff.
Mi sento molto fortunata ad essere stata benedetta da un team creativo così valido. E' una delle cose più belle del lavoro creator owned: lavorare tutti insieme come una piccola, compatta unità per realizzare qualcosa che ogni mese deve essere spedita "nel mondo esterno". Monstress è un lavoro d'amore.

Parli della creatività come se fosse al tempo stesso una forza insistente che ti guida e un guscio confortevole in cui rifugiarsi. Quale aspetto della creatività ti fa sentire così bene? Quando termini un lavoro, ti senti sazia o già sei alla ricerca del prossimo modo per sfamare la bestia?

Sono sempre affamata. Suppongo che sia una cosa positiva, ma ci sono volte che questa fame mi rende impulsiva, che mi spinge a iniziare un progetto quando non sono ancora davvero pronta. E' facile per me confondere il desiderio di un'idea con l'aver avuto davvero un'idea - ma si tratta di due cose davvero diverse. Tuttavia, essere in grado di aver fede nelle idee quando queste sembrano arrivare, è una cosa che con me ha sempre funzionato molto bene.
Perché mi lascio guidare da questa forza, e perché mi fa sentire così bene? Perché mi sento davvero a mio agio solo quando mi districo facendo acrobazie tra due progetti diversi allo stesso tempo? In tutta sincerità, non sono in grado di dare una risposta. Creare, raccontare storie, dare alla luce nuovi mondi... è un'esperienza che mi coinvolge totalmente. E' la stessa esperienza che vivo quando leggo - vengo trasportata in un altro luogo e in un altro tempo. Forse il mio amore per la lettura e il mio amore per la scrittura sono collegati, intrecciandosi - vivere nella mia immaginazione è la mia dipendenza, ciò che ho sempre desiderato.
Durante l'edizione 2015 di New York Comicon hai parlato del raccontare della diversità non come di una moda, ma come di un imperativo. Uno sguardo onesto alla realtà che ci circonda. Si tratta di una opinione che hai sviluppato nel corso del tempo o ne sei sempre stata convinta?

Non del tutto. Sono cresciuta assistendo al razzismo, ma nessuno ne voleva mai davvero parlare - e a essere sinceri, neanche io volevo parlarne. I ragazzini alle volte sono capaci di venirsene fuori con argomenti di conversazione in grado di mettere a disagio gli altri, e la razza e il razzismo sono un po' come quell'enorme elefante che si trova al centro del salotto e di cui gran parte delle persone preferisce non parlare - anche quando sei tra quelli maggiormente coinvolti e colpiti da esso. Finché non ho cominciato a frequentare il college non mi sono posta molte domande, preferendo di ignorare anziché vedere ciò che accadeva. Sono passati circa venti anni da allora? In questo lasso di tempo le persone possono cambiare davvero molto; sento di essere molto maturata, e di continuare a farlo. Sto imparando, sto diventando una persona che ha una consapevolezza razziale. Che poi è così che i cambiamenti accadono nel lungo termine, non coltivando la cecità, ma invogliando alla consapevolezza, anche quando conduce a vivere situazioni difficili e provoca conversazioni scomode.
Qual è stato il primo embrione di idea che ti ha portato poi a Monstress?
Questa è una buona domanda - ed è anche una domanda molto difficile. Moltissime delle mie esperienze di vita hanno contribuito al mio lavoro, e sicuramente lo hanno fatto alcuni temi: ragazze e mostri; che poi vuol dire esplorare la propria mostruosità interiore; idee di casa e famiglia, amore e amicizia. Ma per Monstress, nello specifico: era da moltissimo tempo che desideravo scrivere una storia che raccontasse cosa significa sopravvivere a una guerra cataclismatica. La fonte di ispirazione è stata mia nonna, una donna che - durante gli anni della sua adolescenza - è sopravvissuta alla orribile invasione della Cina, ed è stata in grado di andare oltre vivendo una vita intensa e ricca. Da ragazzina ammiravo moltissimo la sua capacità di sopravvivere - ma non avevo ma dato sufficiente peso a quello che era venuto dopo, a cosa le ha dato la forza di continuare dopo aver vissuto un'esperienza come quella. Credo che avevo dato la cosa per scontato - come quelle persone che dopo aver superato una prova, voltano le spalle e proseguono come se nulla fosse successo. Perché questo è il modo in cui mia nonna (e mio nonno, anche lui sopravvissuto alla guerra) hanno presentato questa esperienza a noi nipoti: una forza incredibile, e nulla se non un forte senso di riconoscenza per essere sopravvissuti. Da adulta, mi sono sempre chiesta come avessero fatto a sopravvivere alla guerra e alle sue ferite. E queste domande, il desiderio di esplorare cosa è accaduto dopo la guerra, è andato a costituire l'ossatura di Monstress.


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