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Matteo Aiello – MiAmi? No, TiOdio! (ovvero: Critica della NBA degli anni ’10)

Creato il 09 luglio 2013 da Carusopascoski

Anche voi avete smesso da qualche anno di seguire ossessivamente l’NBA? Anche voi credete che il pick’n'roll Stockton to Malone sia la settima meraviglia del mondo? Anche voi non ne potete più del basket moderno fatto di steroidi, 1vs1 e mezzi giocatori che 10 anni fa non avrebbero mai messo piede su un qualsiasi campo NBA? Anche voi non ne potete più di sentire che LeBron James domina dopo aver visto interi tabelloni frantumati da una bimane di Shaq? Anche voi nelle ultime finali avete sempre tifato contro i Miami Heat, e pensate che se di big three in tempi recenti si debba parlare, lo si debba fare per Pierce, Garnett e Allen? Anche voi vi siete commossi quando avete visto un signore come Tim Duncan a un rimbalzo dal titolo? Anche voi…e così via? Leggete questo articolo divertente e lucidissimo a cura di un blogger originale come The Hardboiled, da cui l’ho selvaggiamente copiaincollato – http://thehardboiled.net

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Esattamente un anno dopo ci risiamo.
In più due eventi così nefasti coincidono nello stesso giorno: inizia l’estate e il Maialone ha vinto il suo secondo anello.
Una tragedia.
Ma se l’anno scorso l’avevo presa male, male, male, quest’anno per certi versi credevo di essere più preparato. I Miami Heat erano i favoriti numero uno già da settembre ed era scritto che facessero doppietta.
Dopo il 4-1 contro Oklahoma avevo giurato di prendermi un anno sabbatico e di non guardare neppure una partita. Poi il roster dei Knicks, nonostante il più giovane avesse 157 anni, ed il ritorno di Sheed mi hanno fatto cambiare idea.
Per l’ennesima volta ho capito che non devo cambiare idea e che non ero poi così preparato come credevo.
Non ho mai pensato che la pallacanestro fosse lo sport più bello del mondo anche se alcune volte sono andato vicino nel farlo. Oggi sicuramente non lo è. In due giorni ho visto Daniel Hackett premiato come MVP delle finali di Serie A e LeBron vincere il suo secondo anello. E’ evidente che c’è qualcosa che non va.
L’NBA un tempo era considerata un sogno quasi irraggiungibile, specialmente se eri Europeo. Quando Drazen Petrovic, il più forte cestista non Americano di sempre, sbarcò nell’Oregon fu visto ed etichettato come un appestato. Con quale coraggio quel fucking croatian si era permesso di attraversare l’Atlantico? Il coraggio fu poi scoperto. L’ultima stagione prima di quella maledetta notte di Denkendorf, Drazen viaggiava a 22.3 punti di media ed era terzo quintetto NBA. Su di lui difendevano Jordan, Drexler, Miller e Sprewell. Tre Hall of Fame e un delinquente che con un’altra testa e con altri comportamenti ci starebbe alla grande. Per fare 22.3 punti di media in faccia a quella gente dovevi essere un fenomeno davvero. Nell’NBA di oggi 22 punti, non di media eh…, li fa Marco Belinelli. E’ evidente che c’è qualcosa che non va.
I giocatori purtroppo non sono eterni e i tempi cambiano.
Circa un mesetto fa stavo guardando la semifinale del Roland Garros tra Djokovic e Nadal con il mio babbo. Mentre entrambi sbadigliavamo a vedere le sassate che si scambiavano contro rigorosamente da fondo campo, Remo paragonò i due tennisti ad Ivan Drago e a quanto Stallone nel remoto 1985 ci avesse visto lungo sullo sport del futuro: atleti dotati di una buona tecnica trasformati in macchine dentro i laboratori.
E’ colpa mia, lo so, ma nello sport non riesco ad accettare i cambiamenti, a meno che quei cambiamenti non siano tecnici. Il tiki taka del Barcellona ad esempio l’ho amato e continuo ad amarlo con tutto me stesso. Una squadra intera, Busquets e portiere esclusi, che sa giocare al calcio. Una libidine per chi ha le pupille esigenti come le mie.
Quando il cambiamento è prettamente fisico invece, mi innervosisco e provo un certo fastidio verso le squadre e i giocatori che hanno fatto della loro fisicità la propria forza. Per carità, è giusto che questa loro dote venga sfruttata ma proprio non riesco ad appassionarmi e ad amare certa gente.
Le Finali di quest’anno sono state l’emblema del cambiamento. Da una parte LA pallacanestro organizzata, trascinata dagli ultimi VERI cestisti nel senso letterale del termine e da un coach che ha sempre messo il gioco al primo posto. Dall’altra un circo volante fatto di pick and roll e di uno contro cinque con gli altri quattro spettatori non paganti. Ha vinto il circo. Perché è questo quello che è oggi l’NBA: un circo. Se pensate al circo cosa immaginate? Pagliacci, donne barbute, trapezisti ed animali più o meno ammaestrati. Ovvero i Miami Heat. L’Harlem Shake nello spogliatoio è l’immagine di una franchigia. Una Regina che pur di diventare Re ha scelto la strada più facile, una primadonna degradata a semplice governante, un pittoresco Uomo Uccello, un allenatore incapace e chi a fine carriera ha scelto i soldi e partire dalla panchina tradendo uno delle due storiche dinastie dello sport a stelle e strisce. E’ dura da ammettere ma nel bene (poco) e nel male (troppo) questa è la pallacanestro di oggi.
LeBron James ne è il pioniere. In un video che gira su YouTube, Federico Buffa alla foto di LeBron dice che è trent’anni avanti. Se lo dice Buffa è vero a prescindere. Stavolta lo è ancora di più. LeBron è come sarà la pallacanestro futura e mi si chiude lo stomaco al pensiero che tra trent’anni mi toccherà vedere un misto tra i robot di Real Steel e i cloni di Steve Rogers post Operazione Rinascita.
Ho notato che, salvo rari casi (Ricca e Carlino lo sapete che vi voglio bene!) i fan di LeBron James si dividono in tre gruppi:
- gente che non ha mai giocato a pallacanestro.
- gente che ha cominciato a vedere e a seguire la pallacanestro da cinque/sei anni a questa parte.
- ragazzi dai 12 ai 22 anni che sono convinti che la pallacanestro sia fatta soltanto di salti e di inchiodate al ferro.
E’ senza dubbio il giocatore più dominante del mondo ma non è il più forte. Può vincere per dieci anni di fila ma non è e non sarà mai il più forte. Specialmente di tutti i tempi. E non è neppure il più dominante perché Chamberlain prima e Shaq poi, se lo sarebbero messo dentro una confezione di Happy Meal per mangiarselo a colazione. Questo lo dico in particolare a coloro che passano le loro giornate a paragonarlo con i più grandi. In special modo con IL più grande.
Lo odio. Lo sapete e i motivi li ho già spiegati l’anno scorso e non ho voglia di mettermi a fare l’avvocato del 23. Una cosa però mi preme dirla. E’ più forte di me:
nelle 4 finali disputate di cui due perse, LeBron ha chiuso con 23.4 punti di media a partita con un picco di 37 punti nella gara 7 di stanotte ed un imbarazzante 8 in gara 4 contro Dallas nelle finali del 2011. Michael Jordan nelle 4 finali disputate di cui tutte e quattro vinte ha chiuso con solo 33.8, un massimo di 55 in gara 4 contro Phoenix nel 1993 e un minimo di 22 in gara 6 contro Seattle nel 1996. Non solo è sempre andato in doppia cifra ma ha sempre fatto più di venti punti.
Se non vi convince neppure questo (e so già che non vi convincerà) fategli vincere per lo stesso anno classifica marcatori e miglior difensore. Già, dimenticavo che oggi il miglior difensore lo danno a chi stoppa. Scommetto che prima o poi il modo di fargli fare questo double lo troveranno.
Mi piacerebbe vederlo giocare da infortunato. Più o meno tutti i più grandi hanno avuto dei periodi in cui erano falcidiati dagli infortuni e hanno stretto i denti pur di andare in campo. Mi viene in mente Iverson che non solo era un metro e settanta ma ha sempre avuto acciacchi e dolori ovunque e nonostante ciò faceva quarantelli come se piovesse. Bryant giocava con l’indice della mano destra lussato e non scordiamoci che dopo essersi rotto il tendine d’achille è andato in lunetta e ha fatto 2 su 2. O più recentemente Steph Curry che ha giocato due serie di playoff senza caviglia.
Allo stronzone niente.
Mai una distorsione, mai un’influenza, mai una pellicina alla mano, mai una tosse o un raffreddore, mai qualcuno che gli avesse avvelenato la pizza, mai l’HIV. Mai niente di niente. Sembra Bruce Willis in Unbreakable. Ma arriverà quel giorno prima o poi. Chissà cosa farà? Secondo me farà come Nadal che partecipa ai tornei solo quando è al 100% di forma fisica. Pur di non fare figure di merda e di continuare a gongolarsi sul suo titolo nobiliare, se ne starà in tribuna o magari in un altro tipo di laboratorio a farsi risistemare l’attaccatura dei capelli.
Di una cosa però voglio rendere atto al prode LeBron: è riuscito a farmi diventare simpatico ogni singolo giocatore che mi stava sulle palle! Pierce, Anthony, Terry, Parker, lo stesso Kobe. Se avessi una quindicina di anni in meno mi comprerei la maglietta di ognuno di loro. Sono doni anche questi, per di più naturali.
Dispiace che sia andata così, che abbia vinto il circo e non il basket ma soprattutto mi dispiace per Manu e per Tim, ultimi baluardi della pallacanestro alla vecchia maniera, probabilmente alla loro ultima apparizione sul parquet. Senza di voi sarà veramente dura. Mi toccherà aggrapparmi a Steph, anche perché i miei Knicks hanno nel DNA il gene di non regalare soddisfazioni, ma ho paura che con quel fisichino prima o poi si spezzerà tutto.
L’anno prossimo non so cosa farò. Non voglio lasciare dichiarazioni sul guardarla o meno. L’idea che ho da stamani è cercare più partite possibili su YouTube e su aMule ed iniziare dal 1990 in poi ma ho paura di sconvolgermi ancora di più.
Chiudo il post alla Mario Sconcerti ovvero parlando di numeri: Chris Bosh, che è considerato un Big Three, ha fatto 0 (zero, virgola, ovo, chiamatelo come vi pare ma il risultato è quello!) in una Finale NBA e ha 2 anelli al dito come LeBron, Joel Anthony e Mario Chalmers. Karl Malone, Stockton, Iverson, Barkley, Ewing e Miller giusto per citarne alcuni si sono ritirati a 0 (zero, virgola, ovo, chiamatelo come vi pare ma il risultato è quello!).
E’ evidente che c’è qualcosa che non va.


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