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Milano/ Teatro: Don Giovanni, o Il dissoluto assolto–Un (im)possibile commento

Creato il 19 maggio 2017 da Alextog @sandratognarini

Milano/ Teatro: Don Giovanni, o Il dissoluto assolto-Un (im)possibile commento

Milano/ Teatro: Don Giovanni, o Il dissoluto assolto–Un (im)possibile commentoA Teatro Libero di Milano nella settimana tra il 15 e il 21 maggio, è un testo di Josè Saramago con la regia di Serena Nardi. In scena, Monica Faggiani, Andrea Tibaldi, Sarah Collu, Silvia de Lorenzi e la stessa Serena Nardi. Lo spettacolo, secondo me, poggia su due pretesti: il primo è la stessa storia-archetipo di Don Giovanni, comparsa per la prima volta nel 1631 nella commedia di Tirso de Molina "L'ingannatore di Siviglia e il convitato di pietra", resa celebre dall'opera di Wolfgang Amadeus Mozart del 1787 "Il dissoluto punito ossia il Don Giovanni", ma anche presente in altri autori come Molière, Byron, Puškin e, appunto, Saramago. Il secondo pretesto ha a che fare con il gioco di specchi del Teatro nel Teatro: con lo stesso fine "terapeutico" spiegato nell'Enrico IV di Pirandello, anche qui ci sono delle persone che si riuniscono per interpretare i vari personaggi dell'opera lirica al fine di alleviare le sofferenze psicologiche di Giovanni, che si crede il famoso seduttore, forse per averlo interpretato troppe volte.

Teatro Libero non ha un sipario, quindi il pubblico che entra può subito vedere cosa c'è sul palcoscenico: resti sparsi di quinte, libri, cd, uno stereo portatile: siamo in un vecchio teatro abbandonato, diventato ultimo rifugio di Giovanni. Poi c'è una vecchia poltrona con l'alto schienale rivolto alla platea. Appena si entra in sala non ci si accorge che (Don) Giovanni è già lì, immerso nella penombra dei suoi pensieri: a tratti prende appunti, beve un po' d'acqua da una bottiglia di plastica e si rannicchia nel dormiveglia. Il pubblico non si accorge che il vero palcoscenico in questo momento è la platea e che Don Giovanni ne ascolta ogni rumore e ogni mormorio, stanco di farsi vedere per come gli altri credono che sia.

Serena Nardi, qui regista e interprete nelle vesti del Commendatore, qualche tempo fa ha interpretato, sempre a Teatro Libero, Marilyn Monroe: il pubblico entrava e vedeva Marlyn sdraiata a pancia in giù, coperta solo da un lenzuolo, in un fast-forward che rappresentava la sua morte, successiva ai fatti raccontati nello spettacolo. Anche in quel caso, la scelta registica faceva iniziare lo spettacolo prima che il pubblico se ne rendesse conto. E non tutti si accorgevano che la scena era ribaltata: chi doveva parlare, taceva; chi doveva tacere, parlava. La morte era sotto gli occhi di un pubblico di voyeurs. In Don Giovanni più che in Happy Birthday Mr President, Teatro Libero (e non è la prima volta) annulla la distanza tra palco e platea, prestandosi benissimo a un uso "spettacolare" in tutti i suoi ambienti, dal foyer al camerino.

Ma torniamo a Don Giovanni. La scelta di far interpretare i ruoli maschili alle attrici e i ruoli femminili all'unico attore, Andrea Tibaldi, simboleggia la convinzione che il genere di appartenenza non debba mai condizionare il tuo agire, ma è invece un tuo problema la maschera, il "carattere", che ogni giorno ti obbligano a mettere o, peggio, scegli di indossare ignorandone le conseguenze (ricordate il film The Mask?).

Una delle tante leggende metropolitane sul Don Giovanni di Mozart, rafforzata dal film Amadeus di Forman, racconta che Mozart e Da Ponte immaginarono il carattere del Commendatore sulle basi di quello del padre di Wolfgang. Il Commendatore rappresenta il Dovere, l'Ottusità, ciò che ti vieta il libero arbitrio, ciò che ti carica di colpe. Forse sarà vero, forse no, fatto sta che nello spettacolo tratto dal testo di Saramago a un certo punto si ha l'impressione che i personaggi dell'opera lirica che girano intorno a Giovanni (a partire dallo stesso Don G. che ancora lo possiede) non siano reali, siano dei fantasmi dal sapore un po' dickensiano che rappresentano le sue varie "maschere", scelte o imposte dall'esterno.

Il costume di Don Giovanni, indossato da Monica Faggiani, è atemporale, completamente diverso dai costumi degli altri personaggi, congrui invece alla storia originale sia nella versione teatrale che lirica. Mi ha ricordato quello di un Jedi di Star Wars. E Giovanni, che della maschera di Don G. seduttore conserva ormai solo stanche parole, ma non più l'abito, mi ha ricordato l'anziano Luke Skywalker, autoesiliatosi in un'isola deserta assillato dai suoi incubi, dai suoi complessi di colpa, dal ricordo delle sue opere e omissioni, ormai lontano dal giovane ribelle assassino di suo padre Anakin/Darth Vader (si ritorna sempre lì, al Commendatore).

Ma non è utile e nemmeno sano ragionare troppo sul significato di ciò che viene detto e mostrato e sul significato dei simboli messi in scena, qua e là. Si ride anche molto, per esempio dopo la gag tra Donna Elvira e Leporello che accennano "Acqua e sale" di Mina e Adriano Celentano. Chissà poi se era vero che l'unico che credeva di essere un personaggio dell'opera di Mozart fosse Giovanni. Magari la verità è un'altra, magari il vero "malato" era chi interpretava il Commendatore. O forse malati erano tutti gli attori e la storia si sviluppa in un ospedale psichiatrico. O forse i malati, ieri sera a teatro, erano solo quelli in platea. Intanto gli attori si tolgono i loro costumi, spostano qualche scenografia e mischiano ancora le carte. Come tutti dovremmo fare alla fine di ogni giorno: smontare le scenografie, limitare al minimo i momenti in cui indossiamo una maschera e, comunque, assolverci dalle nostre colpe. Per continuare a sorridere. E, quindi, a vivere.


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