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Mr. Ciak: Spectre, The Visit, Generazione Perduta, Io che amo solo te, Lo stagista inaspettato

Creato il 04 dicembre 2015 da Mik_94
Mr. Ciak: Spectre, The Visit, Generazione Perduta, Io che amo solo te, Lo stagista inaspettatoSi parlava, a proposito dell'entusiasmante Kingsman, di spie. Il lavoro che sognavo di fare, da bambino, affascinato dai tanti viaggi e dall'eleganza dello smoking. Dalla capacità, ricordo, che avevano di atterrare sempre in piedi, come succede ai gatti. Sono diventato, crescendo, uno che però non ama il cinema d'azione. Mi annoio lì dove, in genere, dovrebbe scattare l'applauso – gli occhi sbarrati, i piedi che scalpitano nelle scarpe. Finché, almeno, l'improbabile Daniel Craig – biondo, segaligno, sarcastico – non ha sostituito Pierce Brosnan, il Bond della mia infanzia a cui non mi ero mai appassionato davvero. Uno splendido inizio con Casino Royale; il dimenticabile – e infatti l'ho dimenticato – Quantum of Solace; il picco con Skyfall, denso e autoriale, che si era inserito ai vertici delle migliori visioni della sua annata. Non è passato molto. Tre anni, attesa ragionevolissima, con la promessa di grandi arrivi e grandi ritorni. Il maestro Sam Mendes di nuovo alla regia, per il ventiquattresimo 007. Forse l'ultimo, e l'epilogo lo lascia bene intendere, con il Craig che permise ai profani di avvicinarsi alla spia di Fleming. Com'è questo Spectre, visto solo adesso per i ritardi delle proiezioni nella mia città, ma rigorosamente al cinema? Un film lungo ma piacevole, che intrattiene senza annoiare e il cui massimo difetto è uno soltanto. Lo stesso che ricade su Writing's On The Wall: brano di apertura nostalgico e bondiano nel dna che ha la sfortuna, purtroppo, di arrivare dopo la hit di Adele. Spectre si muove nell'ombra del predecessore, Skyfall, e prova – con un cantante dalla vocalità similmente elegante, con strascichi emotivi che riecheggiano – a rinnovare i fuochi d'artificio. Bond raccoglieva l'eredità del Cavaliere oscuro, si immalinconiva, vestendosi a lutto, e il suo personaggio diventava pensieroso. Maturo, dopo generazioni e generazioni. In Spectre, Craig è in forma ma ha il volto segnato: quasi cinquantenne – l'attore, il personaggio – pensa al pensionamento e, con rimpianto, alle donne della sua vita: Vesper Lynd, mai dimenticata, e la compianta M. Il film, dall'incipit accattivante, si apre con un piano sequenza straordinario a Città del Messico. Seguono un inseguimento spericolato a Roma, che finisce con un tuffo nel Tevere, e botte e corteggiamenti, in treno, che omaggiano Hitchcock. Per tutto il tempo, c'è quel senso di addio, forte. Più forte senz'altro delle scene d'azione, coreografate nel dettaglio, e di una trama molto debole, a cui manca il guizzo. Lo si nota nei cattivi – Dave Bautista, rubato al ring, e un Cristoph Waltz tutto preso a interpretare il sopravvalutato ruolo di Cristoph Waltz – e nelle amanti – una Monica Bellucci che ci ricorda le sue scarse doti recitative e quella bellezza che non tramonta; una Léa Seydoux troppo scialba per rimpiazzare la Green, nei cuori nostri e in quello della spia, e giustificare un radicale cambio di vita. Ciliegine sulla torta, però, i comprimari – su tutti, Moneypenny e Q, a cui si vuole tanto bene – e la percezione del tempo che passa. Un beverone salutista, al posto del classico martini “agitato, non mescolato”; l'Aston Martin che chissà se passa la revisione, al prossimo giro; un Craig impeccabile ma che, nelle interviste, senza girarci attorno, si dice stanco morto di questa vita spericolata. Meglio ricordarlo che salta giù dai tetti, annienta il crimine e sistema i gemelli della camicia, prima di pensare a dispensare amore alle sue dame in pericolo. Saggio fermarsi qui, anche se poteva essere meglio - o peggio. (7)
Mr. Ciak: Spectre, The Visit, Generazione Perduta, Io che amo solo te, Lo stagista inaspettatoBecca e Tyler non hanno mai conosciuto i loro nonni. Sono bambini responsabili e spigliati e, a malincuore, sono cresciuti in fretta. Sua madre, la stessa che aveva tagliato i ponti con la famiglia in nome dell'amore, è stata abbandonata dall'uomo della sua vita. Lasciare che lei torni a essere felice, accanto al nuovo compagno, comporta un piccolo sacrificio: ad esempio, una settimana con quei nonni da scoprire da zero. Una fattoria isolata, una casa che si sveglia al tramonto, una telecamera per immortalare la felice riconciliazione - e qualcos'altro. Cosa succede alla nonna durante la notte? Perché c'è l'obbligo di tenersi alla larga dalla cantina? The Visit, commedia horror che sfrutta il found footage e la paura verso ciò che dovrebbe essere rassicurante – un tempo erano i clown, adesso i miei adorati vecchietti -, è il ritorno di Shyamalan alla macchina da presa. Uno che, dopo un esordio che aveva fatto gridare al miracolo, arrivato al misterioso The Village, ha però collezionato flop su flop. A sfavore del suo nuovo film, una tecnica che mi ha stufato e risvolti semplici. Però, a sorpresa, The Visit è un gradito ritorno alla base. Lontano dai fasti dei vecchi film, ma estraneo alle note stridenti degli ultimi. Da prendere così com'è, ma carinissimo. Lo spunto ricorda il miglior racconto del Re e la telecamera traballante ha una sua ragione d'essere, in mano a due protagonisti dalla bella faccia tosta, che ci divertono, ci preoccupano e ci colpiscono con moderazione. I toni sono lievi, inadatti a chi cerca un horror nudo e crudo, e Shyamalan fa bene, ma latita – all'appello mancano la sua strana spiritualità, il lato fantastico. Firma, però, una sorta di favola mistery – a rendere instabili i due anziani sono possessioni demoniache o i realistici mali raccontati in Amour? - e, dalla sua, ha scene vagamente disgustose che fanno tanto ridacchiare, protagonisti convincenti – in particolare, Deanna Dunagan, inquietante nonna hippie – e una chiusa, con un colpo di scena e subito dopo il perdono, a modo suo anche toccante. La riscrittura non dichiarata di Hansel e Gretel trova uno Shyamalan insolito, disimpegnato per precisa intenzione, e un pubblico molto favorevole: un'avventura di ragazzini intraprendenti e cattivi da cartone animato – penso a un Disturbia per l'infanzia – che sarà modesta sì, ma va oltre le previsioni iniziali e sta bene col Natale imminente. (6,5)
Mr. Ciak: Spectre, The Visit, Generazione Perduta, Io che amo solo te, Lo stagista inaspettatoSono amici stretti, giovani cadetti tornati a casa per l'estate. In un'enorme residenza inglese, studiano – e, di rimando, vengono studiati – la sorella del loro compagno. Com'è testarda la giovane che, in una casa di frivolezze, lotta per il diritto allo studio e si sogna scrittrice. Come possono non innamorarsi dell'orgogliosa Vera il cagionevole Victor e il sensibile Roland, che compone sonetti? L'inizio di Testament Of Youth – in Italia, passato direttamente su Sky, come Generazione Perduta – sembra sbucato da quel quadro famosissimo di Manet. Rampolli allegri, colti, distesi su un prato in compagnia di una ragazza che, bella e estroversa, li affascina tutti. L'idillio c'è – Vera sceglie il poeta e, per un po', i due si godono passeggiate nel verde e la speranza delle nozze – ma subito si rompe. La realtà entra, nella campagna incontaminata, con i titoli sui giornali e la leva obbligatoria. Scoppia la Grande Guerra. Gli aerei, all'orizzonte, al posto di Oxford e dell'amore. Quanti strazi può contenere una sola esistenza? Quanto può essere triste un melodramma, quanto equilibrata una produzione BBC, senza che le tragedie sembrino troppe o l'emozione venga svilita? Testament Of Youth, nel nostro paese trattato alla stregua di un film televisivo ma ribattezzato, per una volta, con un titolo forse anche migliore, impiega due ore appena per riassumere una storia vera – quella della a me sconosciuta Vera Brittain, autrice e attivista – e, con il suo gusto pittorico e un cast di professionisti, riesce a non sfigurare accanto a Espiazione e Una lunga domenica di passioni, per me tra i migliori titoli sul tema. James Kent, che si è fatto le ossa con tante mini-serie, prende da Wright e Jeunet l'eleganza della confezione, la fotografia curata, i sentimenti intensi. Ma se Testament Of Youth scuote molto, anche di più, è perché i titoli di coda ne rafforzano la già forte verosimiglianza e perché a raccontarsi è l'unica sopravvissuta a una generazione di vittime, impersonata dalla rivelazione dell'anno. Alicia Vikander, prossimamente agli Oscar, poco ma sicuro, per The Danish Girl, è una inumana macchina di emozioni. Non si strugge due volte allo stesso modo, espressiva e bellissima, e nel mentre quanto ci commuove? Insieme all'atipica olandese, strana per i capelli corvini e un accento british perfetto, i soliti grandi nomi della scuola inglese – West, la Watson, la Richardson – e giovani conoscenze telefilmiche – il promettente Egerton; quegli Harrington e Morgan intimiditi ma accettabili. Il memoir della Brittain, portato al cinema, ha tanta umanità e rispetto. Il conflitto visto da tre prospettive diverse – il soldato, la volontaria, il nemico tedesco che muore proprio come il nostro amico inglese: spaventosi, a tal proposito, gli sguardi in camera dei singoli protagonisti – e la vita che, nelle trincee e nelle stazioni affollate, ci ricorda che le donne sono d'acciaio e che si sopravvive a tutto. Perfino a noi stessi. (7,5)
Mr. Ciak: Spectre, The Visit, Generazione Perduta, Io che amo solo te, Lo stagista inaspettatoNon ci è voluto molto affinché un successo editoriale diventasse un successo cinematografico. Questo il destino di Io che amo solo te, bestseller di Luca Bianchini, che per una settimana e qualcosa è stato campione di incassi. Da meridionale doc, avevo trovato il romanzo omonimo piacevole, ma disseminato di innocui cliché sull'estremo sud: la nostra famosa ospitalità, le grandi abbuffate, gli scorci suggestivi e, nelle occasioni importanti, quella voglia di fare che spesso è ai confini del kitsch. Aveva gli occhi del torinese che parla di una Puglia che ha visto solo in vacanza. Meglio aveva fatto un turco, Ferzan Ozpetek, in quel Mine Vaganti che era stato un fantastico ritorno alla commedia all'italiana. Quel libro con lo stesso titolo di un'intramontabile canzone un po' lo ricordava, con i parenti serpenti, gli outing, le bugie a tavola. Sul grande schermo, sarebbe stata altrettanto forte la somiglianza? Con Scamarcio nuovamente a bordo, un ricco – ma male assortito, in definitiva – cast, lo sfondo di quella Polignano così affascinante in Spring, mi auguravo di sì. Ma Ponti non è Ozpetek e, tradotto in immagini, lo stile fresco di Bianchini risulta impalpabile: guardando la trasposizione cinematografica, la matrice letteraria si perde. Io che amo solo te è scorrevole, ma privo di stile: televisivo e senza particolari meriti. Occasione persa se, con toni simili e un identico protagonista, ci si poteva giocare la carta di una riscrittura, quasi, del film più bello del regista di La finestra di fronte. Amori presenti e passati – due innamorati di vecchia data allo stesso matrimonio, ma come consuoceri – si incrociano. Quella che avevo definito una nostralgica taranta dell'amore perduto, però, diventa una folcloristica barzelletta sul meridione, in cui la presenza della splendida Maria Pia Calzone – accanto a lei non spiccano i soliti volti di casa nostra, bensì una esilarante Riccobono e il giovane Eugenio Franceschini, qui omosessuale in cerca di una fidanzata di copertura – tenta, come può, di bilanciare i disastri di una pessima voce narrante e i cameo trash – Salvi, la Amoroso. Comunque modesto di suo, con attori che talvolta non si sforzano nemmeno di far proprio l'accento barese e comportamenti assurdamente sopra le righe, Io che amo solo te sembra una specie di cinepanettone “all stars” giunto in anticipo. (5)
Mr. Ciak: Spectre, The Visit, Generazione Perduta, Io che amo solo te, Lo stagista inaspettatoAnne Hathaway, nella commedia che avrebbe definitavamente lanciato una fortunata carriera nata sotto i castelli Disney, abbandonava una limousine in corsa quando il suo capo spietato, la superba Meryl Streep, ammetteva che le due – ambiziose e stacanoviste – avevano, in realtà, molto in comune. E la famiglia? E l'amore? Dopo tanti anni e un premio Oscar, la Hathaway – tornata fisicamente in forma, all'indomani della breve e struggente prova in Les Misèrables – interpreta Joules: direttrice di un'azienda di shopping online che, devota alla causa, tenta come meglio può di rimanere a galla, tra orari improponibili, concorrenza mostruosa, marito e figlia. Finché, da donna in crisi, trova aiuto e sollievo nell'assunzione di un collaboratore un po' particolare: Ben – vedovo e pensionato, eppure giovane dentro -, infatti, sarà la sua ancora di salvataggio. Il Robert De Niro più in parte dell'ultimo periodo, un angelo custode in giacca e cravatta, darà infatti lezioni gratuite di garbo, benevolenza e stile, in una redazione da mettere in sesto e in uno scontro generazionale, a tratti, nostalgico e divertente. Lo stagista inaspettato, nuova fatica di Nancy Meyers, regina di un certo fare cinema e parziale erede di Nora Ephron, è una commedia innocua che, per un gioco di rimandi più o meno voluti, somiglia a Il diavolo veste Prada, pur non avendone il cinismo, il piglio, l'aria iconica. Senza infamia e senza lode, si direbbe, visto un epilogo classico e immagini laccate, ma non troppo. Ma quale infamia può esserci, con due grandi attori che fanno conoscenza e se la ridono di gusto, due ore dai ritmi perfetti, un senso di bontà diffuso? Una commedia sofisticata, fieramente vecchio stile, dove gli anziani sono i nuovi giovani, le mamme i nuovi papà e le passate assistenti di capi diabolici nuovi boss aperti alle istanze del prossimo. (6)

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