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Mr. Ink: A Monster Calls, Get Out, I guardiani della galassia II, Personal Shopper, In guerra per amore

Creato il 10 maggio 2017 da Mik_94
Mr. Ink: A Monster Calls, Get Out, I guardiani della galassia II, Personal Shopper, In guerra per amore Conor ha una mamma che si sta spegnendo, una nonna che non sa come prendersi cura di lui e un padre lontano, americano, che se n'è lavato le mani. Ha tredici anni. Se avete letto la fiaba di Patrick Ness, saprete già cosa succede: un tiglio sbuca dal terreno e raggiunge la casa del protagonista. Gli occhi fiammeggianti, la voce di Liam Neeson e tre storie dal mancato lieto fine. Qual è la verità contenuta nella quarta, quella che soltanto il protagonista conosce? A Monster Calls, metafora struggente e originale, si fa cinema grazie allo spagnolo Bayona: uno che prima con gli spettri di Orphanage, poi con le onde anomale di The Impossible, sa colpire. Trasposizione curata e fedele, si conferma una meditazione sentita sull'elaborazione, gli stati della malattia e il lutto. Come in Ness, si evitano le frasi fatte e alla violenza dei bulli si risponde con la violenza. Si distruggono le cose, le case, e nelle tazze rotte e nelle finestre smantellate si cerca invano una specie di sollievo. Il dolore è furia cieca. E' un mostro che ti strappa dal letto e ti espone al gelo dei mancati lieti fine. Aggrapparsi all'illusione o abbandonarsi all'inevitabile? Durante la visione, ho trovato gli stessi spunti di riflessione e la stessa rabbia. Si piange, molto, e si impara la lezione insieme a un ragazzino che sta metabolizzando il tutto. La dolcezza di Felicity Jones incontra il rigore di mamma Sigourney Weaver, e la fiaba sposa i prodigi di una computer grafica che avrei dosato con più parsimonia. Le fiabe del mostro, infatti, sono mostrate con un'animazione troppo roboante che qui e lì tende a distrarre. Tra le pagine, invece, fioccavano bellissimi disegni in bianco e nero: l'essenzialità di cui un film già così intenso, così carico, avrebbe avuto bisogno. A Monster Calls si prende esagerata cura del lato visivo, ma non scorda il cuore. E te lo restituisce sciupato, come un foglio di carta con uno schizzo a matita sopra: un angelo custode che si fa mostro, di questi tempi, per fugare i mostri del cancro, i bulli, l'insensatezza tutta umana del senso di colpa. (7,5)
Mr. Ink: A Monster Calls, Get Out, I guardiani della galassia II, Personal Shopper, In guerra per amore Un weekend da passare con i genitori di lei. Sbucare dal nulla, presentarsi come il fidanzato ufficiale, ma con l'aggiunta dell'effetto sorpresa. Loro sono bianchissimi, tu no, e la tua ragazza ha deciso di non dirglielo con la scusa del politicamente corretto. Gli assalti della polizia raccontano un'altra storia però. L'intolleranza è virale. Grazie al piano sequenza iniziale sappiamo di non essere in presenza di una riscrittura di Indovina chi viene a cena. Sappiamo che Get Out è un horror - uno di quelli acclamatissimi, sopravvalutati senz'altro, che al botteghino fanno furore. Cosa andrà per il verso storto nella storia d'amore tra Chris e Rose, se le presentazioni non hanno creato ansie e imbarazzi - non più del solito? Una riunione annuale, ospitata in giardino, piena di cibo e parenti molesti. Domandano al protagonista (un Daniel Kaluuya dalla faccia di gomma) se gli afroamericani siano più bravi a letto, più forti nelle competizioni, se si sentano più alla moda con Obama presidente per due mandati. Solo i domestici hanno la pelle del suo stesso colore: strani e ingessati, sono i custodi dei segreti di famiglia. L'horror di Peele, regista che viene dal mondo del cinema comico, è popolato da zii sui generis e inserti grotteschi. L'inquietudine è la padrona di casa, il rumore di un cucchiaio che picchia contro una tazzina da tè fa gelare il sangue, ma si è combattuti tra domande e ghigni davanti alle stranezze di una mamma ipnotista e un papà chirurgo. Divertentissimo e claustrofobico, intelligente nel suo copia-incolla, Get Out è attuale nel messaggio ma mai serioso. A tratti, manca della crudeltà che ci si aspetterebbe: la realtà, soprattutto nell'epilogo, serberebbe di certo orrori maggiori. Con cenni alla Fabbrica delle mogli, ha fughe per la libertà annunciate sin dal titolo e un agghiacciante bingo a fine pasto. Dotato di un lampante sottotesto politico, appare dunque una satira – il prodotto giusto nell'anno sbagliato – in cui tutto è a rovescio. Ipotizzando un nuovo arianesimo, tra le righe, e il ritorno ai demoni dello schiavismo. (7)
Mr. Ink: A Monster Calls, Get Out, I guardiani della galassia II, Personal Shopper, In guerra per amore Qualche anno fa, complici i pareri della rete, avevo visto I guardiani della galassia. Cinecomic fracassone con splendida colonna sonora e trama da poco, mi era sembrato tale e quale agli altri del filone – non l'eccezione alla regola, se preferisci altro e magari soffri di una qualche forma di daltonismo (per distinguere un personaggio dall'altro, occhio, tocca affidarsi unicamente ai colori a fantasia della loro pelle). Avendo rimosso la visione del primo, trovavo tutt'altro che indispensabile concedermi il secondo capitolo. Mi è toccato accompagnare papà: uno che il cinema in solitudine non lo concepisce. In una sala non particolarmente partecipe ho visto un sequel che in fondo mi ha divertito: di certo più dell'altro, visto in una distratta visione domestica. Seduto in poltrona non mi annoio, anche se due ore e sedici sono troppe. Seduto in poltrona, dove tutto è più bello e più grande, guardo a cuor leggero anche cose che non fanno al caso mio. I guardiani della galassia è come lo immagini. Tutto luci ed esplosioni, tutto botte da orbi e rumori. Che dovresti dire, nel bene e nel male, che non sia intuibile? La trama, ma non azzardatevi a chiedermela domani, ruota attorno alla scoperta della natura semidivina di Star-Lord: un Pratt eclissato dal carisma di Kurt Russel, che vorrebbe antipaticamente apparire bello e simpatico a tutti i costi. Il Groot danzerino in apertura, il procione che si credeva un boss e un indelicato Batista, vera rivelazione della pellicola, sono la causa delle risate più sguaiate – non mancano i cameo folli, poi, tra i vari Stallone, Hasselhoff e Stan Lee. Contano più i legami di sangue o chi, senza nulla in cambio, ha abbracciato le nostre battaglie perse? Meglio la guida del burbero Youndu o l'affinità con un padre redivivo? Possono la Saldana e la Gillan, sorelle agli antipodi, odiarsi? Rumoroso, veloce e un po' stucchevole per via di quella sua morale tipicamente disneyana, ha momenti spassosi e in cuffia un Cat Stevens da brividi. Il resto, un falso cuore di ricotta (spoiler: in CGI pure quello) sullo sfondo di indistinguibili ammutinamenti intergalattici. Papà, dalla sua, è d'accordo. Cosa non si fa per la famiglia? (6,5)
Mr. Ink: A Monster Calls, Get Out, I guardiani della galassia II, Personal Shopper, In guerra per amore Assayas, nel bellissimo Sils Maria, ci aveva mostrato l'intensità di Kristen Stewart. L'attrice, lontana dallo sfarvallio dei vampiri di Twilight, conquistava il premio César. Il regista che ha il pregio di avercela mostrata nel pieno delle sue potenzialità poteva rinunciare a lei nel suo lavoro successivo? Americana a Parigi, la Stewart è ancora una volta l'assistente di una donna capricciosa. Personal Shopper significa fare la spola tra faccende da poco e lunghe attese. Acquistare abiti firmati su commissione, indossarli di nascosto per il brivido del proibito, e tormentarsi in completa solitudine. Maureen non ha mai smesso di piangere la morte del fratello: erano medium, complici, gemelli. Aspetta da allora un suo segno dall'aldilà. Aguzza le orecchie e mette in pausa la propria esistenza. Ma la fidanzata del defunto ha trovato un altro amore. E la sua casa, forse infestata o forse no, è già sul mercato. Una Stewart sempre padrona della scena, arruffata ma bellissima, è in cerca di scricchiolii significativi e della propria identità – un look definito, una sessualità inesplorata, un lavoro che la appaghi. Interroga le stanze buie. A testa bassa, studia i messaggi di uno sconosciuto che incalzano sul suo cellulare. Occultismo, stalking, un omicidio a metà e, infine, un viaggio. Una confusione di uomini eleganti e fantasmi, hall e atelier, mentre il motorino semina il traffico e i dettagli si annebbiano. Maureen, per tutto il tempo, è perseguitata da malintenzionato o da uno spirito? A infrangere i bicchieri è quel fratello desideroso di comunicare o il nervosismo di una giovane insonne? Domande retoriche, inappagate, che fanno parte del mistero di Personal Shopper – fascinoso e frustrante. Un dramma metafisico, dalle atmosfere hitchcockiane, che riflette sulla malinconia dei sopravvissuti senza darci le giuste chiavi di lettura. Chiedendo, forse, un'esagerata sospensione dell'incredulità. Le certezze, quando tutto è astrazione, sono una classe sconfinata, la tensione alle stelle per l'insospettabile trillo di WhatsApp, le cuciture impercettibili sulla silhouette di una attrice che cresce. (6,5) Mr. Ink: A Monster Calls, Get Out, I guardiani della galassia II, Personal Shopper, In guerra per amoreIl ritorno di Pif. Una conferma in cui riponevo fiducia, in un anno – quello passato – in cui gli italiani hanno saputo stupirci con storie confezionate con cura e cuore. Non faceva eccezione la serie ispirata all'opera prima del regista. La mafia uccide d'estate, tra fiaba e cronaca, toccava anche a puntate. Fedele al suo percorso, legato alla sua terra, Diliberto è tornato con In guerra per amore. Con lui: un asino volante, le ricostruzioni dei borghi degli anni '40 e una fidanzata bella come Miriam Leone. Pif torna, sì, e veste ancora i panni di un Giammarresi. Ancora, si parla di mafia. Ma la si affronta partendo da lontano: dalle origini, da New York. Arturo, travolto da vicende rocambolesche e comprimari buffi – su tutti, la strana coppia (di fatto) formata da un cieco e uno zoppo –, fa da spettatore all'avanzata degli alleati. Ma i tedeschi erano forse il male maggiore, se il loro arrivo porta all'amara restaurazione dello status quo ante? In guerra per amore è una commedia più ambiziosa del previsto: troppo, nonostante la nobiltà delle intenzioni. Se il comparto tecnico è di tutto rispetto, la sceneggiatura rivela innumerevoli ingenuità. Partiamo da una storia d'amore superflua, che da titolo apparirebbe invece centrale. Abbracciamo, poi, coprotagonisti pieni di potenziale e sketch comici fini a loro stessi. Quante storie? Quanta carne al fuoco? In guerra per amore è fatto meglio del precedente, ma è meno convincente. Storie che cominciano senza finire, rimanendo sospese. L'amore: nella messa in scena e, per dirlo storpiando una canzone, mai nell'aria. Anche se, difettoso e tutto, leggero ma mica tanto, gli si vuol bene comunque. (6)

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