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Nicolò Paoli - Weather - a cura di Viana Conti

Creato il 18 ottobre 2014 da Roberto Milani
Nicolò Paoli - Weather - a cura di Viana Conti
Nicolò Paoli - Weather
Silvy Bassanese Arte Contemporanea, Biella, riconferma l’appuntamento annuale di attenzione ai giovani artisti, inaugurando sabato 25 ottobre 2014, dalle ore 18 alle 21, la mostra personale Weather dell’artista Nicolò Paoli, a cura di Viana Conti. Un manifesto documenta la mostra con fotografie e testi critici. La mostra, appositamente ideata per gli spazi della galleria, attua, con fotografie, dipinti, disegni, video- installazioni, un ribaltamento ambientale immaginario dei torrenti montani nelle onde del mare, del folto del bosco nelle sabbie del deserto, abitate da seducenti ed inquietanti cactus chiodati, da piante siliconate, dai colori artificiali e acidi, visitate da insetti postatomici. Una mostra meteoropatica questa? Il titolo Weather indica il clima e la temperatura dell’evento espositivo, ma anche la sua intima motivazione: mettere in opera una condizione aerea, gassosa, vulcanica, geo e antropologica, superficiale e abissale, ossigenata e inquinata al tempo stesso. È una mostra-autoritratto dell’artista, riflesso nei frammenti di uno specchio deformante. Ha un unico concept, ma si articola in quattro stanze mentalmente visionarie: Stanza dei Tuffi, di Rorschach, dei Cactus, dei Fossili. L’artista: residente a Genova, nato a Mirandola il 25 novembre 1980, Nicolò Paoli è un corsaro romantico che naviga sulla cresta di adrenaliniche onde del Web, un rabdomante che fa sgorgare la pioggia sul deserto, volare le nuvole in galleria, per rianimare i suoi metal cactus, i suoi fiori inquinati dalle consuetudini quotidiane, è un solitario che dialoga amabilmente con le mucche, un aspirante glottologo che parla fluentemente russo a Genova e genovese in Russia. Quando, nel suo atelier di Quinto, non inchioda cactus, non scatta fotografie, non allestisce set, non prepara collage, non videoriprende Barbie dai tacchi a spillo, non disegna nudi femminili, in fantasiose posizioni erotiche, suona con la band dal nome, di suggestione ipnotico-ansiolitica, Roypnol. Pittore, alchimista, videomaker, performer, strumentista, si cala, senza difficoltà, in ognuno dei suoi alter ego. Nicolò Paoli, come da adolescente era dedito ad una subcultura giovanile di fumetti, animazione, icone, tatuaggi, piercing, scritte, pezze, stivali, jeans, capelli lunghi, aggrovigliati effetto dread o corti, dal giallo al blu, da adulto non esita a crearsi un ventaglio di alterità di cultura underground. Come Dylan Dog gotico e rassicurante, può portare sulle spalle lunghe trecce brune, indossare bermuda mimetici, ma, a differenza del protagonista del fumetto horror, non è astemio La sua opera, intessuta dell’assurdità del reale e della credibilità dell’assurdo, è animata da componenti surreali, fantascientifiche, fumettistiche. Il tempo, protagonista, ricorre nelle due dimensioni cronologica e atmosferica. Le Metalphoto e i Metalfossili di Nicolò Paoli, entrati in un processo matericamente e virtualmente alchemico, accadono nel tempo, risentono delle condizioni ambientali e meteo, fanno razza con le ossidazioni del supporto; come un vegetale, sono fotosensibili. Le spine dei Cactus, queste piante primitive, sono diventate, nelle opere di Nicolò Paoli, lunghi chiodi d’acciaio che, ferendo la superficie della tela vergine, la trapassano violentemente. Il loro fusto, cilindrico o globoso, ha un indubbio aspetto fallico, che assume, nell’immaginario dell’autore, non senza una profonda autoironia, l’allusione a certe ostentate ritualità della comunità virile. Le Metalphoto, di medie e grandi dimensioni, delle Stanze dei Tuffi, delle Macchie di Rorschach, dei Fossili, detengono il messaggio subliminale di una mostra in cui la presenza del soggetto umano viene dissimulata, mascherata, travestita, spogliata, mitizzata e smitizzata. Nelle mega fotografie digitali dei Tuffi, a effetto metallico satinato, qualcuno, un essere, un oggetto, un ente, di sé lascia labili tracce liquide, spruzzi d’acqua nell’aria, giochi di luce e ombra, per poi scomparire al di sotto di una superficie piatta, immobile, specchiante, come se nulla fosse accaduto. Eppure quello scintillio di gocce, quello spostamento d’acqua parlano di un trapasso dal visibile all’invisibile, di un metaforico tuffo nel passato, di un’immersione nel tempo. Tematica non meno significativa è quella delle sue Macchie di Rorschach: fotografie digitali, in bianco e nero, rinvianti al noto test psicologico proiettivo, teso a indagare dinamiche interpersonali, profili e nodi dell’io, risvolti della creatività. Inedito, questo ciclo di lavoro recente, riferito in particolare alle orchidee, è di impatto formale e psicologico coinvolgente ed inquietante. Rientrano nel suo work in progress sull’identità e sulla dissimulazione, scatti analogici, elaborati poi digitalmente, di grandi nudi femminili o ritratti del volto (stupendo quello, in mostra, della madre Paola), sottoposti a solarizzazione, a trattamenti di ossidazione, a interventi gestuali con resine e vernici, che li assimilano, in qualche modo, a ritrovamenti, fittizi, di fossili: ognuno di questi lavori fotografici è un pezzo unico, irripetibile, in antitesi con la riproducibilità connessa a tale mezzo. L’effetto-fossile si estende, nel suo lavoro, dalla figura a resti ittici, di vegetazione o animali primitivi, non esclusa la comparsa di un’archeologia portuale di gru ad acqua, a mano, a vapore, tipica del porto di Genova: testimoni tutti di una remota vita transitata, come in natura lo è dalla bio alla litosfera, così, in arte, dall’immagine originaria ad un supporto che ne accolga le vestigia, tramite un’alchimia segreta. Tali immagini in bianco e nero si contaminano con gli affioramenti ruggine del fondo metallico, che non cessa di agire nel tempo, maculando progressivamente la superficie. Cresce, in parallelo, un ciclo di disegni a matita acquarellabile, che addensa e al tempo stesso sfrangia i contorni del segno, lasciandoli colare verso il fondo della tela bianca: i soggetti sono per lo più nudi che trovano ascendenze, per intensità espressionista, negli abbandoni, nelle torsioni e contrazioni dei soggetti maschili e femminili di Egon Schiele. Nell’opera di Nicolò Paoli, i diversi linguaggi interagiscono, si contaminano, si scambiano i ruoli, entrano nella quarta dimensione del tempo: il fermo immagine video-fotografico, le installazioni ambientali, si animano sotto interventi gestuali di spray painting, di proiezioni, di azioni esibitivo-performative, spesso sconfinanti sul piano sonoro.
INFO: Nicolò Paoli WEATHER Mostra a cura di Viana Conti Inaugurazione sabato 25 ottobre 2014 ore 18 Durata - 25 ottobre 201 – 31 gennaio 2015 Orari della galleria da martedi a venerdi 16 – 19 Sabato, domenica e festivi su appuntamento. Galleria Silvy Bassanese Arte Contemporanea Via G. Galilei 45 13900 Biella Italy Tel 015355414 mob 3382540156   e-mail [email protected] Facebook  Galleria Silvy Bassanese Arte Contemporanea
Nicolò Paoli Weather
Silvy Bassanese Arte Contemporanea, Biella a  cura di Viana Conti
Ho preso tempo, da quando ero un bambino, un bambino dai capelli rasta naturali. Ho perso tempo. Nella mia vita d’artista, caoticamente ordinata, sono regista unico del buono e del cattivo tempo. Trovo credibile far piovere sul deserto per rianimare i miei metal cactus, piangere e urinare sui miei fiori inquinati di consuetudini quotidiane, dialogare con una mucca che mi riconosce e saluta. La contraccambio subito dipingendola con un’aureola da santa, tra le corna. Voglio parlare undici lingue contemporaneamente, scrivere un libro che chiunque, sotto i ponti o a Copacabana, possa comprendere, voglio tuffarmi in un buco nero e riemergere raggiante tra le onde della scogliera di Nervi, tra le rocce taglienti che feriscono, leniscono, guariscono, le mie ferite. Voglio cantare, a voce spiegata, ogni bicchiere di vodka che mi sono bevuto urlando, giocando con Leone, rinascendo, strinato, dal centro della Terra. Weather è la mia pelle che si abbronza e si sbronza, è il deposito di polveri su cui esplode ogni mio istante, è quel remoto fossile su cui, un giorno, nel tempo, un terrestre o un alieno, sorridendo pronunceranno, forse, il mio nome.      Nicolò Paoli
Premessa Nicolò Paoli, residente a Genova, nato a Mirandola il 25 novembre 1980, è un artista che condivide l’anima di un sognatore romantico e quella di un pirata postmodern: windsurfer di adrenaliniche onde del Web. Fatalmente attratto dall’immagine e dal suono, non cessa di praticare, da sempre, la musica dell’arte e l’arte della musica. Come Dylan Dog,  reale e immaginario, gotico e rassicurante, può portare sulle spalle lunghe trecce brune, viaggiare in mini, indossare bermuda mimetici, ma, a differenza del protagonista del fumetto horror, non è astemio. Soffre di qualche fobia, ma in compenso è meteoropatico e ipocondriaco. Non nutre particolare interesse per il denaro, mentre Dylan si fa  pagare in anticipo. Quando, nel suo atelier di Quinto, non inchioda cactus, non scatta fotografie, non allestisce set, non prepara collage, non videoriprende Barbie tacchi a spillo e guêpière, non disegna nudi femminili in fantasiose posizioni erotiche, suona con la band dal nome, di suggestione ipnotico-ansiolitica, Roypnol, con sonorità sincretica grunge, heavy metal, punk rock. Pittore, alchimista, videomaker, performer, strumentista, si cala, senza difficoltà, a intermittenza o simultaneamente, in ognuno dei suoi alter ego, non escluso quello del figlio Leone e della moglie Barbara. La sua opera è intessuta dell’assurdità del reale e della credibilità dell’assurdo. La sua identità, indecidibile quanto inafferrabile, affonda le radici in un remix di figure fondamentali ed estreme, al tempo stesso, da Gandhi al chitarrista Dimebag (un tipo di Marijuana scadente usata in Texas) Darrell dei Pantera, per intenderci, ma che hanno segnato anche la sua generazione. Una generazione Punk che ha adottato la parola d’ordine No future! dei Sex Pistols, parola che riecheggia ancora in un diffuso ribellismo giovanile, dolente, insicuro, disincantato, scippato, dal mondo del potere adulto, di prospettive concrete, compulsivamente segnato dall’iperconsumismo di un erotismo mediatico, dall’istantaneismo cyborg del tempo reale, dalla derealizzazione identitaria, dall’estetizzazione dell’esistenza, ora globalmente galleggiante sui canali elettronici, ora collassata e implosa nei buchi della rete. È un artista che, con il suo interlocutore, usa disinvoltamente il pronome noi, raccogliendo la moltitudine delle voci, dei suoni, delle icone, delle pulsioni, delle proiezioni, che gli provengono dalle sue varie anime. D’altronde non era già Rimbaud che scriveva È falso dire: IO penso: si dovrebbe dire io sono pensato.Car JE est un autre. Si le cuivre s'éveille clairon, il n'y a rien de sa faute. Perché IO è un altro – continua - Se l'ottone si sveglia tromba, non è affatto colpa sua. La cosa mi pare ovvia: io assisto allo sbocciare del mio pensiero: lo guardo, lo ascolto: do un colpo d'archetto: la sinfonia si agita nelle profondità, oppure salta con un balzo sulla scena – da Une Saison en Enfer, Arthur Rimbaud. E per restare nel mondo dell’arte, non è il poeta visuale genovese Martino Oberto che dichiara, nella sua Anaphilosophia: Io non penso, spenso? Oggi, le dilaganti Interactive Touch Screen Tablet, i Social network, non cessano di indurre questa generazione, anche minorenne, a comunicare e interagire con chiunque,  prescindendo dal proprio corpo, divenuto ormai un’estensione immateriale, uno strumento bionico, con l’esito di rendere fluida, multipla, sfuggente, liquida, l’identità personale. Soggetti ormai esperti sul terreno del simbolico, tentano di esercitare i loro alter ego anche fuori dalle reti, pratica in cui l’artista risulta, da sempre, maestro. Nicolò Paoli, come da adolescente era dedito ad una subcultura giovanile di fumetti, animazione, icone, tatuaggi, piercing, scritte, pezze, stivali, jeans, capelli lunghi, aggrovigliati effetto dread o corti, dal giallo al blu, da adulto non esita, visionariamente, a crearsi un ventaglio di alterità in cui identificarsi, di provenienza, appartenenza, tessuto sociale, gruppo, cultura underground, svago, delocalizzati e trasversali, aderenti a un’ideologia anarco-pacifista, mai, tuttavia, perdendo di vista i valori dell’autenticità. Uno dei suoi miti? Il suddetto chitarrista statunitense heavy metal, anni Ottanta, Dimebag o Diamond Darrell (Dallas 1966, Columbus 2004)assassinato da un suo fan durante un concerto. Di lui sottoscrive il celebre aforisma Heavy metal is what I’m into. Shit that moves you. Shit that has heart and soul! Heavy metal è ciò che sono nel mio intimo. Merda che ti muove. Merda con cuore e anima.
Una mostra meteoropatica Il titolo Weather indica clima e temperatura di questo evento espositivo, ma anche la sua intima motivazione: mettere in opera una condizione aerea, gassosa, vulcanica, geo e antropologica, superficiale e abissale, ossigenata e inquinata al tempo stesso. È una mostra-autoritratto dell’artista, riflesso nei frammenti di uno specchio deformante. Il tempo, ineludibile protagonista, ricorre nelle due dimensioni cronologica e atmosferica. La mostra ha un unico concept, ma si articola in quattro stanze mentalmente visionarie: Stanza dei Tuffi, di Rorschach, dei Cactus, dei Fossili. Ogni spettatore potrà identificarsi, associandosi o dissociandosi da uno spazio di autoriconoscimento. Le Metalphoto e i Metalfossili di Nicolò Paoli, entrati in un processo matericamente e virtualmente alchemico, accadono nel tempo, risentono delle condizioni ambientali e meteo, fanno razza con le ossidazioni del supporto; come un vegetale, sono fotosensibili, mutano impercettibilmente e dialogano con le diverse prospettive e aspettative di chi guarda. Sono opere leggibili su un terreno instabile, di impermanenza materico-percettivo-emozionale. Sulle pendici di Monte Moro, Quartiere Azzurro, a Genova, vegeta e fiorisce, naturalmente, un lussureggiante universo di ulivi, alberi tropicali, ninfee, rampicanti, fiori esotici, erbe aromatiche, basilico: è il giardino dei Paoli. Al primo piano dello stabile si espande però un altro giardino, l’atelier di Nicolò Paoli, che sembra scaturito dall’immaginario di Tim Burton ed accudito da Edward Mani di forbice: lì crescono e proliferano inverosimili cactus chiodati, lì fioriscono piante siliconate, abitate da insetti postatomici, dai colori artificiali e acidi. Non è inverosimile che dal suo immaginario scaturisca anche la savana africana, delineando, sulle sue tele bianche, tra un baobab e un’acacia, le sagome nere, immobilizzate, di zebre al galoppo, leoni in caccia, rinoceronti all'attacco, caimani sonnolenti, ippopotami a mollo, giraffe di vedetta. I suoi cactus, rigogliosi e prolifici, a giudicare dai mini e maxi globi che si riproducono dal corpo centrale, non sono usciti da una foresta tropicale, ma da un laboratorio da metalmeccanico. Le spine di queste piante primitive, con potenzialità allucinogene, sono diventate, nelle opere di Nicolò Paoli, lunghi chiodi d’acciaio che, ferendo la superficie della tela vergine, la trapassano violentemente. Il loro fusto, cilindrico o globoso, ha un indubbio aspetto fallico, che assume, nell’immaginario dell’autore, non senza una profonda autoironia, l’allusione a certe ostentate ritualità della comunità virile. La sua chiodata Cactus Passion trova anche una colorazione dark nella loro fioritura notturna, frequente in alcune specie, nella loro impollinazione da inquietanti chirotteri e lepidotteri come i pipistrelli e le falene. Irrinunciabile il riferimento, in campo artistico, con i dovuti distinguo di ordine storico-critico, alle foreste di chiodi di Günther Ücker, esponente tedesco del Gruppo Zero. Le Metalphoto, di medie e grandi dimensioni, delle Stanze dei Tuffi, delle Macchie di Rorschach, dei Fossili, detengono il messaggio subliminale di una mostra in cui la presenza del soggetto umano viene dissimulata, mascherata, travestita, spogliata, mitizzata e smitizzata. Nelle mega fotografie digitali dei Tuffi, a effetto metallico satinato, qualcuno, un essere, un oggetto, un ente, di sé lascia labili tracce liquide, spruzzi d’acqua nell’aria, giochi di luce e ombra, per poi scomparire al di sotto di una superficie piatta, immobile, specchiante, come se nulla fosse accaduto. Eppure quello scintillio di gocce, quello spostamento d’acqua parlano di un trapasso dal visibile all’invisibile, di un volo nel vuoto, in picchiata, senza paracadute, di un metaforico tuffo nel passato, di un’immersione nel tempo. Tematica non meno significativa è quella delle sue Macchie di Rorschach: fotografie digitali, in bianco e nero, rinvianti al noto test psicologico proiettivo, teso a indagare dinamiche interpersonali, profili e nodi dell’io, risvolti della creatività. Inedito, questo ciclo di lavoro recente, riferito in particolare alle orchidee, è di impatto formale e psicologico coinvolgente ed inquietante, alla luce della loro morfologia, maculatura, presenza di affinità genetiche, messa in atto di mimetismi sessuali, ibridismi. L’orchis (dal greco oρχις=testicolo, per via dei suoi rizotuberi accoppiati) seducente fiore di natura polimorfa, dalle caratteristiche, talvolta, epifite e saprofite, riunisce, in un unico corpo colonnare, organi maschili e femminili, si può riprodurre sessualmente e asessualmente, diffonde odori attrattivi. Un soggetto quindi che, nella sua struttura alata di petali, sepali, labello e sperone, nelle sue strategie simulative, non manca di stimolare a livello formale, strutturale e comportamentale, l’immaginario di un artista, di per sé, già incline  alla multidimensionalità dell’io. Rientrano nel suo work in progress sull’identità e sulla dissimulazione, scatti analogici, elaborati poi digitalmente, di grandi nudi femminili o ritratti del volto, sottoposti a solarizzazione, a trattamenti di ossidazione, a interventi gestuali con resine e vernici, che li assimilano, in qualche modo, a ritrovamenti, fittizi, di fossili: ognuno di questi lavori fotografici è un pezzo unico, irripetibile, in antitesi con la riproducibilità connessa a tale mezzo. L’effetto-fossile si estende, nel suo lavoro, dalla figura a resti ittici, di vegetazione o animali primitivi, non esclusa la comparsa di un’archeologia portuale di gru ad acqua, a mano, a vapore, tipica del porto di Genova: testimoni tutti di una remota vita transitata, come in natura lo è dalla bio alla litosfera, così, in arte, dall’immagine originaria ad un supporto che ne accolga le vestigia, tramite un’alchimia segreta. Tali immagini in bianco e nero si contaminano con gli affioramenti ruggine del fondo metallico, che non cessa di agire nel tempo, maculando progressivamente la superficie. Cresce, in parallelo, un ciclo di disegni a matita acquarellabile, che addensa e al tempo stesso sfrangia i contorni del segno, lasciandoli colare verso il fondo della tela bianca: i soggetti sono per lo più nudi che trovano ascendenze, per intensità espressionista, negli abbandoni,nelle torsioni e contrazioni dei soggetti maschili e femminili di Egon Schiele. Nell’opera di Nicolò Paoli, i diversi linguaggi interagiscono, si contaminano, si scambiano i ruoli, entrano nella quarta dimensione del tempo: il fermo immagine video-fotografico, le installazioni ambientali, si animano sotto interventi gestuali di spray painting, di proiezioni, di azioni  esibitivo-performative, spesso sconfinanti sul piano sonoro. Viana Conti


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