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Nostalgia degenere: tre spaghetti western da portarsi nella bara

Creato il 14 aprile 2014 da Cicciorusso
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Asmara: l’ultimo baluardo in difesa del cinema italiano

Esse, per mancanza di pastore, si sono disperse, sono diventate pasto di tutte le bestie dei campi, e si sono disperse. (Ezechiele 34:5)

Il tema del declino del cinema italiano l’abbiamo già affrontato, su queste pagine, parlando del “caso Morituris“. Ma dal momento che il clima nel paese sta mutando positivamente, si respira aria nuova e siamo tutti più felici con i nostri 80  , 60  , 15  euro in più al mese nel portafoglio, smettiamo di parlare male di questa nostra bistrattata nazione e concentriamoci sul vero rinascimento artistico avvenuto in 150 anni di storia unitaria: il cinema di genere. Quello straordinario periodo, a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, nel quale l’Italia sembrava il Dario Hubner della stagione 2001/02: un popolo di onesti mestieranti, spesso dediti al vizio, che improvvisamente riesce a tramutare in oro qualsiasi cosa. A memoria, non ricordo una singola nazione europea (e non solo), capace di “inventarsi” letteralmente stili e generi in una maniera tale da influenzare l’industria cinematografica continentale ed americana per decenni. Di quella miracolosa congiunzione astrale fatta di creatività, genio, fenomeni nell’arte dell’arrangiarsi e capacità di intercettare i fervori sociopolitici del tempo, nessuno ha saputo raccogliere l’eredità e la carcassa del cinema italiano di quel periodo è diventata una succulenta pietanza per registi stranieri. Questo modesto contributo di un nostalgico reazionario, intende ripristinare il dominio della carne sullo spirito. Iniziamo con il western.

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IL GRANDE SILENZIO (Sergio Corbucci, 1968)

Un villaggio tra il Messico e gli Stati Uniti, dimenticato da Dio e dalla legge, è territorio di caccia di spietati bounty killer, che agiscono indisturbati e spalleggiati dal banchiere/rigattiere/rappresentante legale Pollycut (Luigi Pistilli). Mentre gli uomini sono costretti a ripiegare sulle montagne, le donne restano in paese e chiedono aiuto a Silenzio (Jean-Louis Trintignant), il pistolero muto. L’imminente amnistia induce gli assassini ad attuare più rapidamente il piano di giustizia sommaria ed il governatore ad inviare uno sceriffo per contrastare il fenomeno dei cacciatori di taglie. Segue storia d’amore tra Silenzio ed una delle vedove e poi sangue, tanto sangue, fino al cupissimo finale.

Lontano dalle squallide strade fangose di Django e dagli assolati paesaggi di Navajo Joe, Sergio Corbucci si sposta direttamente sulle Dolomiti e dà un’ulteriore picconata all’epica western americana, fatta di eroi senza macchia, al servizio del bene. I bounty killer, capitanati da un Klaus Kinski in stato di grazia, sono raffigurati in tutta la loro cinica brutalità e come degenerazione di un sistema sociale incapace di trovare autonomamente l’equilibrio interno, contrariamente alle teorie parsonsiane, ancora parzialmente in voga in quel periodo. Non c’è salvezza ne redenzione, non c’è nessuna vittoria del bene sul male e non c’è nessuna morale positiva in un microcosmo popolato da avidi sfruttatori e spietati contabili della morte.Sorprende che un film talmente pessimista sia opera di un regista che, a partire dagli anni settanta, si dedicherà quasi ed esclusivamente alle commedie. Il finale, suggerito da Trintignant, cambiato dai produttori e ripristinato dallo stesso Corbucci, non trova uno spiraglio di ottimismo nemmeno quando scorrono i titoli di coda che spiegano come il fenomeno dei cacciatori di taglie sia stato debellato di lì a breve.

 

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SE SEI VIVO SPARA (Giulio Questi, 1967)
Una joint venture di banditi yankee-messicani rapina dei soldati ma la spartizione del bottino avviene seguendo il metodo di ripartizione delle risorse in voga nelle dottrine economiche: gli americani prendono i soldi, i messicani le fucilate in fronte. Di questi ultimi, uno solo si salva (Tomas Milian) e viene curato dagli indiani, mentre gli ex compagni traditori si dirigono verso un villaggio di pazzi bigotti, dove verranno trucidati senza pietà dalla popolazione locale, intenzionata a mettere le mani sulla refurtiva. Nel frattempo il messicano superstite torna sulle tracce del bottino, arriva al villaggio e si ritrova a fare i conti con una serie di personaggi avidi e doppiogiochisti, fino al massacro finale.

Se sei vivo spara è un caso più unico che raro di western sforbiciato dalla censura, fino al definitivo ritiro dalle sale per un decennio, nonostante il buon riscontro ai botteghini.Tornò al cinema soltanto nel 1975, quando il genere era ormai in pieno declino di pubblico per poi diventare un piccolo cult col passare degli anni, sia tra gli appassionati di pellicole di genere, sia nella comunità LGBT. Giulio Questi, che girò il film con l’intento principale di reperire fondi per un altro progetto in lavorazione (il titolo inglese, Django Kills, serviva a sfruttare il successo del personaggio di Franco Nero per vendere il film all’estero), diede vita ad una delle più riuscite contaminazioni tra horror e western, operazione tentata tre anni più tardi da Margheriti, con E Dio disse a Caino, che però si rifaceva più alle atmosfere del horror gotico alla Mario Bava che non a quello più grandguignolesco. Già a partire dalla trama, Se sei vivo spara, presenta elementi di rottura tanto con il western classico, quanto con il nascente spaghetti western, a cominciare dal continuo rovesciamento dei ruoli tra buoni e cattivi, confine talmente labile che appare quasi impossibile far entrare almeno uno dei personaggi nella prima categoria.

se sei vivo spara
L’aspetto certamente più innovativo — causa principale del blocco imposto dalla censura — è la presenza di un gruppo di cowboys apertamente omosessuali che Questi, ex partigiano, ha provocatoriamente scelto di vestire in camicia nera. Come confermato recentemente anche da Gianni Amelio (giovanissimo aiuto regista del film), più di una sequenza venne cancellata mentre su altre impose il veto uno dei produttori, in particolare quella in cui un ragazzo effeminato seduceva Milian dopo la cena nel ranch. Al di là delle innovazioni (per l’epoca), rimane comunque una perla nella carriera di un regista ritiratosi precocemente dal cinema e che, nel 1992, si è macchiato di uno dei più grandi crimini nella storia dello scorso secolo: il remake del Segno del Comando.

 

quattro apocalisse

I QUATTRO DELL’APOCALISSE (Lucio Fulci, 1975)
Sfuggiti al massacro del paese, promosso da uno zelante sceriffo in vena di igiene morale, quattro personaggi — un baro (Fabio Testi), una prostituta incinta, un alcolizzato ed un sensitivo che sostiene di parlare coi morti — vagano senza meta finché incontrano, sulla loro strada, il fuggitivo Chaco (Tomas Milian), sadico torturatore che violenta la donna e ferisce gli altri prima di scappare. Il viaggio del gruppo prosegue tra città fantasma, villaggi di minatori, morti e (non) duelli finali.

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Seconda, vera, incursione nel genere western per Lucio Fulci, che aveva diretto, nove anni prima, Le colt cantarono la morte e fu….tempo di massacro, oltre ad un paio di avventure di Zanna Bianca che di western avevano soltanto il contesto storico di contorno. Uscito nel 1975, rappresenta il canto del cigno di un genere che ormai aveva sparato tutte le cartucce disponibili, parodie comprese, e che produrrà ancora pochissime pellicole degne di nota (Keoma, Mannaja e poco altro). È anche l’ultimo western in carriera per Tomas Milian, che porta sullo schermo un personaggio radicalmente opposto rispetto a quello interpretato nel suo esordio italiano, Se sei vivo spara: se quest’ultimo, pur con tutti i suoi aspetti negativi, era una vittima degli eventi, il bandito Chaco, ispirato a Charles Manson, è un concentrato di malvagità gratuita, una sorta di nemesi del Topo di Jodorowsky, che trova il senso della propria esistenza soltanto nella violenza e nell’umiliazione del prossimo. Fulci, che sarà stato anche “il terrorista dei generi” ma non è mai stato un regista western, butta nel calderone un po’di tutto, dal cannibalismo alle città fantasma, fino ai trip lisergici dal messaggio ambiguo ed ambivalente. Il risultato finale è una sorta di road movie allucinato ed allucinante, perfettamente inquadrabile, tanto nell’estetica quanto nelle tematiche, nella filmografia fulciana se non fosse per la parentesi romantica tra Testi e la Frederick, alla quale il regista concede almeno un epilogo degno della sua carriera. Belle le musiche, composte da Vince Tempera e Massimo Luca (gli autori della sigla di Ufo Robot), anche se completamente fuori contesto.

 



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