Magazine Cultura

Note

Creato il 20 marzo 2017 da Antonio

Note

Su un muro di Firenze.
Anonimo, 2017

A Faber che ascolta.
Al centro della nostra vita sensoriale c'è la vista, questo sembrerebbe un fatto fisiologico ed evolutivo ma è anche e soprattutto un fatto culturale. Usiamo termini che si richiamano all'esperienza visiva per esprimere apprezzamento e valore o biasimo e incertezza. Un'idea chiarissima, un discorso limpido, l'evidenza dei fatti, un pensiero splendido, un percorso cristallino, una specchiata fama, un lucente avvenire, così come all'altro estremo usiamo una storia oscura, un periodo buio, una versione opaca dei fatti, un racconto poco chiaro, ecc.
Perché mettere in discussione questa supposta centralità dell'esperienza visiva rispetto agli altri sensi? Per sublimare una percezione alterata che rende insistente l'esperienza sensoriale attraverso sensi diversi dalla vista? Per utilizzare a fini performativi e artistici una patologia? Per focalizzare l'attenzione sulle esperienze sensoriali che abbiamo con organi diversi da quelli che riteniamo primari? No. Ognuna di queste spiegazioni è riduttiva, parziale, limitata e in fin dei conti errata.
Perché l'iperacusia o l'acufene dovrebbero condurre un artista a sviluppare e coltivare l'ascolto come principale esperienza sensoriale? Davvero è possibile pensare si tratti soltanto di un mirabile esempio di autoterapia?
Per un artista nato nel Salento non si può tentare una risposta a queste domande senza passare attraverso la lingua che ha avvolto l'artista già prima della sua nascita. Non si può prescindere dal dialetto salentino (di Melissano in particolare) e da una delle sue peculiarità per esprimere le esperienze sensoriali. Se il tatto, l'olfatto, la vista e il gusto hanno i loro corrispettivi verbi specifici (tocca, ndora, viti, custa), l'udito transita attraverso il grande fiume del sentire (senti). Nel mio dialetto non esiste ascoltare, l'equivalente di questo verbo è sintire che significa ascoltare ma esprime anche l'esperienza di qualunque altro senso così come ogni altra esperienza che coinvolga i sentimenti a qualunque livello: dolore, gioia, memoria, speranza. Ecco che sentire non è soltanto ascoltare bensì esperienza estetica totale, che coinvolge tutti i sensi e ogni livello emotivo. La cosa è rafforzata dal fatto che sentire veicola le percezioni di altri sensi come accade in italiano: senti ci ndoru (senti che profumo), senti u sapore (senti il sapore), senti comu è raspusu (senti come è ruvido). L'ambivalenza di sentire/ascoltare e sentire/provare una sensazione fa dell'ascolto un'esperienza sensoriale privilegiata. Solo attraverso questo filtro linguistico è comprensibile la necessità di fare dell'ascolto un'esperienza totale.
Ma c'è un altro livello interpretativo da considerare. Se le aggettivazioni che gravitano intorno alla vista rinviano alla ragione delle "idee chiare e distinte", l'ascolto (u sintire) chiama in causa i sentimenti. Si scorge un ulteriore elemento del discorso in cui i diversi sensi diventano metafora di differenti approcci verso l'esperienza, da un lato l'approccio razionale del vedere, dall'altro l'approccio sentimentale del sentire. Da qui si intuisce che il suggerimento latente di una performance dell'ascolto non è quello di una autoterapia per una forma patologica soggettiva, bensì quello di una terapia per una forma patologica sociale che ponendo al centro un'esperienza sensoriale/razionale perde di vista, è il caso di dire, ogni altra esperienza.

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