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Note su Zero Dark Thirty

Creato il 22 febbraio 2013 da Veripaccheri

di K. BIGELOW
by TheFisherKing
Note su Zero Dark Thirty Il buio ("dark") e' il cuore nero di questo film di K. Bigelow. Il buio del raziocinio, innanzitutto, che lasciandosi sommergere dal desiderio di verità e di vendetta - la cattura e l'eliminazione di Osama bin Laden - produce due follie opposte che allontanano la verità e riducono la vendetta ad una perversione tra sadici e masochisti: l'uso sistematico e, alla luce dei fatti, poco remunerativo della tortura, con annessa menzogna in diretta di un Presidente (Obama in un "60 minutes" del 2006 afferma che "l'America non tortura") e una copia fuori controllo di calcoli probabilistici, analisi, valutazioni, azzardi, triangolazioni, sotto forma di centinaia di dossier, file, fotografie, dvd, intercettazioni e delazioni, corruzioni (una Lamborghini gialla nuova di zecca sposta il limite ancora un po' più in la')....
La "sfacchinata notturna" del titolo e' solo l'epilogo, tutto sommato titolare di una sua coerenza, di un gigantesco meccanismo che ingoia persone, anni, miliardi di dollari e nonostante protocolli, procedure, standard sempre più sofisticati, sembra muoversi solo in virtù di una capillarità pervasiva e inerziale. Il buio che stagna al fondo della macchina governativa, dice la Bigelow, prolifera sulle incongruenze e le contraddizioni di una realtà talmente composita e lontana dal "mood" medio occidentale (Afghanistan, Pakistan, Iraq) che la sola pretesa di esaurirla in una visione d'assieme - per non parlare della sempiterna e malamente dissimulata ossessione di controllarla - appare demenziale. Eppure, più e' demenziale, più prolifera. All'interno di un marchingegno tale, l'uomo scompare o, che e' lo stesso, diventa "analista", "supervisore", "single tasker", "torturatore": in ogni caso singolarità isolata che deve guardarsi in special modo proprio dalla struttura che lo dirige, dalle sue omissioni, i suoi sistematici non-detti, i suoi opportunismi solo in superficie lungimiranti.

Volenti o nolenti, la società americana e' il principale laboratorio - anche psicologico - da cui fuoriescono le linee guida degli scenari che verranno e il cinema USA e' da sempre uno dei più acuti testimoni di questi tentativi di trasformazione o di scivolamento su imprevedibili chine. L'impatto della tecnologia, il furore impietoso del denaro, l'accelerazione e conseguente volatilità dei rapporti, la sostanziale solitudine di massa, una qual stanchezza (di un mondo, l'Occidente, di una cultura, di un certo modo di vivere - l'inquietante intercambiabilità tra necessita' e aspirazioni, l'eterogenesi dei fini -) sono alcuni temi centrali della modernità che negli ultimi anni hanno incrociato gli interessi di una regista come la Bigelow (anche in ragione di traversie produttive dopo lo scarso seguito avuto da "K-19", 2002, che hanno accelerato il progressivo allontanamento dalle logiche e dai dollari di Hollywood per approdare, in accordo col sodalizio umano e professionale, ora concluso, con Mark Boal, alla Annapurna pictures di Megan Ellison), caratterizzando invece da tempo l'indagine di un primo della classe come Michael Mann.
I due autori, seppur specularmente, hanno in comune l'aderenza stretta al dato di realtà e variazioni stilistiche che, al netto di ovvie differenze, sono riconducibili ad una matrice che possiamo dire gemella anche se generatrice di esiti autonomi e originali. Ambedue, infatti, a contatto con una materia così incandescente quale e' la contemporaneità, hanno elaborato una sorta di "estetica in divenire", una corrente continua di immagini e parole, di rimandi, di spazi e situazioni tipiche che s'inseguono da un film all'altro: in Mann, "Heat", 1995, "Insider", 1999, "Collateral", 2004, "Miami Vice", 2006, per dire, sembrano un solo grande affresco sull'intelligenza e la sagacia di singoli che sfidano il caso o entità più grandi di loro; che spezzano o ridefiniscono i legami familiari e sentimentali; che utilizzano la tecnologia ma non vi si consegnano; così come per la Bigelow, "Strange days", 1995, "The hurt locker", 2008 e appunto "ZDT", 2012 annodano inestricabilmente solitudine, alienazione, distorsione dei concetti di Bene e di Male, fatica o impossibilita' di uscire dall'ambito del ruolo che ci siamo/ci hanno disegnati/o addosso.
Note su Zero Dark Thirty Se pero' per Mann l'esigenza dell'imporsi o del ristabilire la "verità" non e' così stringente sin dai tempi di "Strade violente"/"Thief" (1981) - in cui un James Caan parco di parole ma lucido si avvia scientemente verso la propria fine e il tavolo decisivo su cui si gioca la partita e' semmai quello di sfidarlo a viso aperto il caos, per tentare di imporre le condizioni che rendano possibile la sopravvivenza di uno scambio umano anche se conflittuale (la famiglia nelle sue più diverse declinazioni; gli amici; i sodali; il clan; il corpo di polizia; la gerarchia criminale spietata ma diretta) e per far ciò, unendo avanguardia tecnologica e dilatazione dei tempi, si avvale di uno stile smagliante e solenne sempre in miracoloso equilibrio tra sperimentazione e manierismo - per la Bigelow l'insistenza con cui i suoi caratteri solitari battono su un tasto per rimarcare una certa "verità", la loro (l'inconsolabilita ' autolesionistica di un amore infranto per il Lenny Nero di "Strange days"; le dosi massicce di eccitazione a surrogato di una autentica pienezza vitale per il serg. artificiere William James in "The hurt locker"; la maniacalita' al limite della paranoia della Maya di "ZDT") conferisce al suo fluire un aspetto più "granuloso", spezzettato, inquieto, di continuo portato alla frammentazione del punto di vista e quindi alla moltiplicazione delle incertezze, delle tensioni che percorrono, praticamente da cima a fondo, questi film.
Su un binario si trova allora a rotolare la scia del romanticismo sgargiante quanto pervaso di un suo testardo calore ("heat"), di Mann: padronanza delle tecniche, spolvero tecnologico e inesausto rilancio sugli uomini in un mondo che tende sempre più a negarli. Sull'altro, incalza la processione delle solitudini senza remissione della Bigelow (tranne, forse, Lenny Nero ma in extremis) e con loro, il freddo e il buio ("dark") di una condizione immodificabile ("Ho visto troppi maschi nudi. Devo tornare a fare qualcosa di normale per un po'", dice J. Clark/Dan, riflettendo sui trattamenti che ha inflitto ai prigionieri che gli sono stati affidati. E, di fatto, ci torna negli Stati Uniti ma per fare carriera tra Langley e Washington. Così come si ripresenterà ancora sulla scena delle operazioni. Maya stessa si apostrofa come "Non sono il tipo che scopa" e quando il capo della CIA J. Gandolfini/L. Panetta le chiede "Cos'altro ha fatto per noi, per l'Agenzia ?", lei risponde "Niente, signore. Niente di niente", tradendo nello sguardo uno sgomento e un disgusto che va ben al di la' del tran tran professionale). Il passo di una condizione esistenziale simile e' scandito da uno stile caratterizzato da soggettive strettissime in alternananza e sovente con camera a mano; da un montaggio serrato a caricare le attese; da dialoghi spicci e tecnici. In generale, il tono restituisce impassibile come su tutta l'enorme faccenda mediorientale aleggi oramai più che altro un cupo senso di stremata efficienza. Tirare ancora i fili per far emergere la verità (le omertà, i patti inconfessabili, tutto quello che si giustifica di fronte alla "sicurezza nazionale") davvero non conta più, a questo punto. Finire e sparire, allora. Magari nel ventre vuoto di un cargo. Soli e al buio, in ogni caso.
(Curiosità a potenziale alto tasso di buio: ad oggi non sono ancora state del tutto chiarite le circostanze relative all'"incidente" occorso all'elicottero "Chinook" il 07 08 2011 che ha, pare, decimato proprio il gruppo di Navy Seals protagonista dell'irruzione ad Abbottabad poco più di tre mesi prima).

The Fisher King

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