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#occupyyourlife

Creato il 16 novembre 2011 da Fishcanfly @marcodecave

Ultimamente va di moda l’occupazione, l’occupazione fine a se stessa: c’è chi occupa la propria vita e chi addirittura arriva a occupare tutto. Tutto, niente sarò più vuoto, avremo l’aristotelico horror vacui. Purché si riempia tutto, basta che niente rimanga come prima: non è importante chi ci si mette dentro, chi rischia in primo luogo, che genere di impegno ci mettono le persone lì dentro. Venite dentro, c’è posto: occupiamo. Occupare diventa la trasposizione consumistica della protesta, pensateci bene. Tutti possono farlo, non si sa bene chi organizza, chi fa cosa.

#occupyyourlife

#occupyyourbau : il primo ad essere occupato sarà il tuo cane

Purché nemmeno uno spillo passi.

L’occupazione è solo una fase, in realtà. C’è una grande differenza tra occupazione e riappropriazione. C’è una grande differenza tra l’inizio del progetto e il palazzo bell’e fatto. Non è solo una questione terminologica: è capire il termine che si vuole dare a ciò che si fa.

L’occupazione fa parte del momento; è ben raro che diventi progetto politico, anche perché è di questo che si parla. L’indignazione non farà che sfociare nella rabbia, nel pessimismo, nell’antipolitica. Da sola l’indignazione non basta: al massimo verrà twitterata e fagocitata nel ciclo inesauribile dell’informazione.

#occupyyourlife

La riappropriazione è diversa. Non è improvvisa: è meditata; non è d’impatto: è silenziosa. La riappropriazione è forse la categoria a cui bisogna ridar respiro, ridare valore di convivenza, di impegno pacifico nella lotta politica. Quella politica che sottintende dialogo, partecipazione, confronto, che ognuno può praticare autonomamente e collettivamente. L’occupazione invade; la riappropriazione concilia. Non che scenda a compromessi: la riappropriazione concilia perché ristruttura. E ristruttura a partire da persone che si incontrano nel foro pubblico.

Occupare non è esattamente un sinonimo di riappropriare: lo è solo se non esclude una nuova fase di pratica quotidiana dell’occupazione. Ovvero, da una fase straordinaria, dovremo riassumerla in una ordinaria: nell’esempio, dunque. Nella democrazia che, a duemila e passa anni dalla sua ‘invenzione’, pare che qualcuno abbia riscoperto.



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