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Papa Francesco sfida il riduzionismo della cultura secolare

Creato il 21 marzo 2013 da Uccronline

Papa francesco 

di Aldo Vitale*
*ricercatore in filosofia e storia del diritto

 

«Il Signore disse a Caino:“ Dov’è Abele, tuo fratello?”. Egli rispose:“ Non lo so. Sono forse il custode di mio fratello?». Così recita uno dei primi passi della Genesi ( 4,9 ). Impossibile non rinvenire il collegamento concettuale e teologico con le parole di Papa Francesco nella sua Omelia dello scorso 19 marzo 2013, allorquando il neo-eletto Pontefice ha fermamente ribadito l’imperativo etico in base al quale ciascuno è e deve essere custode dell’altro, del proprio prossimo specificando inoltre che «la vocazione del custodire, però, non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti».

Papa Francesco, quindi, ha lanciato una sfida al mondo secolare il quale, sempre più atrofizzato nella sua visione soggettivistica e nella sua concezione relativistica della natura umana, inciampa su un duplice errore. Per un verso, infatti, si tende ad esaltare il valore della tutela dell’ambiente e della natura, equiparando addirittura l’uomo alle altre creature, senza cogliere e problematizzare le differenze esistenti, mentre, all’un tempo, per altro verso si ritiene che ad una accresciuta tutela dei diritti degli animali (sottraendo gli stessi agli esperimenti da laboratorio, alle manipolazioni genetiche, alla vivisezione e ad altre pratiche artificiose ) non corrisponda una simile salvaguardia da estendere in favore dell’uomo, il cui embrione, per esempio tra i tanti, può essere creato, modificato, manipolato, selezionato, distrutto a seconda delle esigenze o dei desideri del momento.

La provocazione di Papa Francesco si oppone, quindi, alla “vocazione riduzionistica” della cultura secolare contemporanea, ritematizzando in senso più ampio e luminoso il problema dell’ecologia che, a questo punto, può essere interpretata come vera e propria bioetica globale, anzi, riproponendo il problema del creato e della custodia reciproca come dimensione etica universale, Papa Francesco, in modo più che razionale, ha indicato la via per intendere la bioetica come vera e propria forma di ecologia umana. Nell’ambito bioetico, il tema del custodire è quanto mai fertile e foriero di suggestioni. Vi è il custodire della madre rispetto al proprio feto; il custodire del medico rispetto alla vita dei propri pazienti; il custodire dei parenti rispetto alla dignità di chi versa in stati patologici cronici o terminali; il custodire dello scienziato rispetto alla indisponibilità della vita nelle sue molteplici caratterizzazioni e fasi di sviluppo; il custodire dei legislatori rispetto all’integrità sociale fondata sulla famiglia quale società naturale incardinata sull’unione tra uomo e donna; il custodire della sanità pubblica rispetto al diritto alle prestazioni mediche delle fasce meno abbienti; il custodire del bioeticista rispetto al senso del dolore e della sofferenza; il custodire del giurista rispetto a ciò che è giusto o ingiusto, oltrepassando, se necessario, il mero dato della legislazione positiva.

Il grande scienziato Jerome Lejeune amava raccontare il suo stupore allorquando venne a scoprire, durante una sua conferenza, che l’espressione da lui stesso utilizzata per anni di “tempio segreto” per identificare la gravidanza, coincideva con l’analoga espressione, tipica della cultura giapponese, shi-kyu, cioè “palazzo del bambino”; in entrambi i casi emerge vigorosamente il tema della custodia. In un tempio, infatti, si trova ciò che è sacro, così come nel tempio della vita, cioè la gravidanza, pur nella sua sacrale misteriosità, anzi, proprio per la sua segretezza, si custodisce il feto; al feto si dedica addirittura un “intero palazzo”, cioè la gravidanza, affinché possa essere cresciuto, accudito, per l’appunto custodito. Nella gravidanza, si potrebbe ritenere, l’umanità custodisce se stessa, non già in termini banalmente riconducibili alla successione biologica, circostanza di per sé evidente, ma nel senso ontologico ed etico, per cui in essa l’umanità custodisce il senso di se stessa in quanto consacra la custodia dell’altro, di quell’altro che è più debole, di quell’altro che è più indifeso.

La sfida di Papa Bergoglio alla modernità, quindi, si muove esattamente in questa direzione, cioè nell’avere il coraggio di fuoriuscire da un’etica utilitaristica ed individualistica, per recuperare, tramite la custodia dell’altro, l’etica della naturale relazionalità. Come ha evidenziato Ryszard Kapuscinski, «l’uomo della società di massa è caratterizzato dall’anonimità, dalla mancanza di legami sociali, dall’indifferenza verso l’altro e, a causa del suo sdradicamento culturale, dall’impotenza e dalla vulnerabilità al male, con tutte le sue tragiche conseguenze, di cui la più disumana sarà l’Olocausto». Papa Bergoglio, del resto, si inserisce lungo la via del magistero morale tracciata in questo senso dai suoi predecessori. Giovanni Paolo II, infatti, nel 1995, parlando all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, non evitò di ribadire che «non viviamo in un mondo irrazionale o privo di senso, vi è una logica morale che illumina l’esistenza umana e rende possibile il dialogo tra gli uomini e tra i popoli». Benedetto XVI, infine, ha più volte approfondito il problema, ricordando per l’appunto che l’interruzione volontaria di gravidanza e la sperimentazione sugli embrioni rappresentano una negazione dell’atteggiamento di accoglienza verso l’altro, cioè, in sostanza, una diretta negazione dell’altro: «Scrive Giovanni Paolo II nella Lettera enciclica Centesimus annus: “Non solo la terra è stata data da Dio all’uomo, che deve usarla rispettando l’intenzione originaria di bene, secondo la quale gli è stata donata; ma l’uomo è stato donato a se stesso da Dio e deve, perciò, rispettare la struttura naturale e morale, di cui è stato dotato ”. E’ rispondendo a questa consegna, a lui affidata dal Creatore, che l’uomo, insieme ai suoi simili, può dar vita a un mondo di pace. Accanto all’ecologia della natura c’è dunque un’ecologia che potremmo dire “umana”, la quale a sua volta richiede un’“ecologia sociale”».

Papa Francesco, insomma, già dall’inizio del suo pontificato non solo si dimostra attento continuatore del magistero morale dei suoi predecessori, ma lascia intendere che il suo Pontificato rappresenterà un baluardo in difesa dei diritti indisponibili, all’insegna non già di un naturismo ideologico o di un ambientalismo cieco e aprioristico, ma proponendo una ecologia che abbia al suo centro un umanesimo integrale, razionale, relazionale. In un’epoca in cui impera una cultura tanatocratica, tramite l’invito al mondo secolare ad attivarsi in favore delle ragioni della natura, il nuovo Pontefice esorta tutti e ciascuno ad abbandonare gli schemi irrazionali ed irragionevoli dell’ideologia per abbracciare, invece, gli assiomi razionali di una ecologia umana, cioè fondata sulla verità ontologica dell’uomo. Per questo, in conclusione, possono utilizzarsi le stesse parole di Papa Francesco che ha ricordato come tutti «siamo custodi della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente; non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo».


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