Magazine Astronomia

Parlava con il Sole

Creato il 11 febbraio 2011 da Stukhtra

di Mario Gatti

“Benedetta ragazza: è già qui. Testa dura”, pensava D. mentre osservava l’auto sistemata nel posteggio ai piedi della collinetta in cima alla quale era posto il piccolo edificio con la cupola sopra. E sì che gliel’aveva detto di dormire un po’ di più al mattino, visti tutti gli impegni che aveva e che la stancavano non poco. Ma non l’avrebbe mai rimproverata, per nessuna ragione al mondo. Proprio lei, poi: non ci sarebbe mancato altro.

Parlava con il Sole

Mentre saliva lentamente il vialetto verso l’Osservatorio si godeva il calduccio della splendida mattina di primavera che il Sole mandava finalmente su quel paesucolo arrampicato a quasi 2.000 metri, su un vasto altopiano circondato per tre lati da alte montagne. Il quarto lato, quello a est, era però libero da ostacoli naturali e lo sguardo poteva spaziare giù per tutta la vallata, fin quasi alla città, che si riconosceva più che altro per la linea grigia di caligine che la sormontava. E il Sole, manco a dirlo, arrivava proprio da quella parte. Splendeva forte e caldo. Giù in fondo, in città, lo vedevano meno e di certo meno bene.

Era fortunato, pensava. Laureato da poco in fisica, specializzato in teoria dei campi e relatività, aveva trovato lavoro in quel posto un po’ in culo ai lupi per la verità, ma che ora adorava e non avrebbe più cambiato con nessun altro al mondo. Aveva risposto a quell’inserzione sul giornale un anno prima, quasi per scherzo. E invece adesso era lì, a continuare una tradizione cominciata da tempo.

Una coppia del villaggio aveva un figlio unico, che sin da bambino si era appassionato all’astronomia e alle cose del cielo in generale, ma in particolare al Sole. Aveva letto la storia del famoso astronomo inglese Richard Carrington, il primo a osservare un brillamento solare, che si era fatto costruire una villa con tanto di telescopio in cupola e ci era vissuto con tutta la famiglia. Sognava di poter avere anche lui una roba del genere, prima o poi. Il ragazzo aveva anche un’altra grande passione: la montagna. Normale, per chi era nato da quelle parti. Sin da piccolo amava, accompagnato dal padre, girare per le sue cime e arrampicare di qua e di là sulle pietraie in estate e sui ghiacci in inverno. Fino a diventare un alpinista provetto ed esperto dopo aver frequentato diverse scuole di roccia. Ma non era contento di arrampicare solo sulle sue montagne: lui voleva raggiungere le cime più alte della Terra. L’ottimo patrimonio di famiglia gli consentì di pagarsi le spese per aggregarsi a diverse spedizioni internazionali, dove si fece conoscere e apprezzare, al punto che finì coll’essere pagato lui per partecipare a diverse scalate. Così coronò il suo sogno di conquistare le vette del tetto del mondo. La sorte gli sorrise sulle prime tre: il Lhotse, il Nanga Parbat e l’Annapurna. Gli fu fatale sul Chomolongma, la Dea Madre del Mondo, quello che noi occidentali chiamiamo Monte Everest. Il cedimento di una cornice di neve mentre scendeva dalla cresta sud-est, dopo aver raggiunto la vetta, lo trascinò giù per il Kangshung, la spaventosa parete che precipita per quasi 3.000 metri verso il lato tibetano della montagna, in un terrificante intrico di claustrofobici crepacci ghiacciati profondi centinaia di metri. Raramente l’Everest restituisce le sue vittime. Quelle del Kangshung mai: giacciono per l’eternità sepolte nel ghiaccio, diventano parte della montagna.

Così, per onorare la memoria di colui che non tornò mai nemmeno da morto e per perpetuarne il ricordo, i suoi genitori, possessori di un patrimonio sterminato in denaro e immobili giù in città, vollero far costruire nel piccolo villaggio quello che il loro sfortunato figlio aveva sempre sognato: un Osservatorio solare. Il padre ne fu il custode e l’utilizzatore per molti anni, vivendo sempre nel ricordo di quel dolore tremendo che la vita gli aveva riservato, perché non c’è niente di peggio di un padre che deve sopravvivere alla morte di un figlio. Passava le sue giornate lassù in cupola, piazzata nel punto più alto del paese, osservando il Sole, contandone le macchie e seguendone il ciclo di attività, come probabilmente avrebbe fatto il suo ragazzo se la montagna non se lo fosse ingoiato per sempre. La passione del figlio era diventata la sua.

Nel villaggio ovviamente l’Osservatorio era diventato una specie di santuario, un’istituzione. Che diavolo! E chi altri ce l’aveva una cosa così da quelle parti? Per volere di tutti fu istituita una Fondazione, che portava il nome del ragazzo scomparso, il cui scopo principale era quello di mantenere sempre vivo il suo ricordo attraverso la gestione e la cura dell’Osservatorio.

Poi un giorno il vecchio morì. Sua moglie lo seguì pochi mesi dopo. Lasciarono tutto quello che avevano alla Fondazione, che impegnò una parte di tutto quel ben di Dio per fare un restyling completo all’Osservatorio: rifacimento della cupola, automatizzazione dei movimenti, un nuovo telescopio rifrattore da 150 millimetri di apertura e 3 metri di focale (rapporto f/20, ottimo per il Sole), riscaldamento, mobilio nuovo, computer, collegamento a Internet, fax, telefono, locale per conferenze, servizi e altro. Il patrimonio immobiliare, solo in riscossione di affitti, permetteva di pagare tranquillamente uno stipendio a una persona che avrebbe dovuto occuparsi delle osservazioni del Sole (nel frattempo l’Osservatorio era stato inserito nel network mondiale di stazioni solari per il conteggio delle macchie), nonché delle numerose visite che, nella stagione estiva, molti effettuavano lassù per godersi lo spettacolo di un cielo scuro e trapuntato da tante di quelle stelle che nessuno se le immaginava, giù nella bottiglia di orzata in cui era immersa la città per quasi tutto l’anno.

Anche D. era figlio unico e anche i suoi genitori, scomparsi da diversi anni, gli avevano lasciato un buon gruzzoletto che gli aveva permesso di terminare gli studi. Ora campava con tranquillità grazie al dignitoso stipendio che la Fondazione gli passava. In fondo si trattava di lavorare al mattino, perché nel pomeriggio, soprattutto in inverno, il Sole spariva dietro le montagne. D. doveva calcolare il numero di Wolf e inviarlo a chi di dovere e in estate trascorrere diverse serate a intrattenere il pubblico in visita all’Osservatorio per scrutare il cielo stellato… anche se lui pensava che il cielo più bello si vedeva in inverno. Ma in inverno non ci veniva nessuno: troppo freddo… e poi la neve, vuoi mettere la neve?

Perciò D. era proprio contento, anche perché i pomeriggi sempre liberi gli permettevano di lavorare a un suo vecchio progetto: scrivere un libro dedicato alla relatività di Einstein, che lui sentiva un po’ sua per quanto l’aveva studiata e approfondita negli anni dell’università. E poi in fondo era anche orgoglioso del fatto che quelli della Fondazione avessero visto in lui la persona adatta a continuare nel tempo lo scopo per cui era nato quell’Osservatorio: un giovane serio, preparato e soprattutto appassionato all’astronomia in generale e al Sole in particolare.

Oddio, lui all’inizio poi tanto appassionato al Sole non lo era, ma alla fine lo era diventato davvero, perché la cosa gli piaceva: guardare una stella che tutti i giorni ti presenta (quando ne ha voglia) qualcosa di nuovo lo intrigava tantissimo e gli faceva rivivere le sensazioni che sicuramente doveva aver provato il suo maestro ideale, Albert, quando nella sua mente si facevano strada le idee che avrebbero rivoluzionato il modo di pensare dei fisici e la fisica stessa.

Ma soprattutto lì c’era lei.

Lei in Osservatorio ce l’avevano mandata quelli della Fondazione, per dare una mano a quel giovanotto, tanto bravo, per carità, ma un po’ distratto e a volte disordinato. Al punto che, quando era su in cupola a fare il disegno delle macchie, nemmeno sentiva il telefono squillare. E anche se l’avesse sentito non sarebbe sceso a rispondere: prima veniva il Sole, che cavolo, e tanto avrebbero richiamato. Così si era deciso di affiancargli una sorta di assistente, quanto meno per prendere gli appuntamenti delle visite all’Osservatorio, per la contabilità, per gestire le piccole spese di manutenzione. Tutte cose che non appartenevano a D.

Quando la vide per la prima volta, mentre si presentava e gli spiegava le proprie mansioni lì, non sentì nemmeno che cosa stava dicendo. Notò solo quegli occhi chiari, stretti un po’ a fessura mentre quel sorriso fantastico veniva incorniciato da una cascatella di capelli tra il biondo e il castano che arrivavano sì e no appena sotto il collo della ragazza. Se gli avessero tirato un calcio nelle palle non se ne sarebbe nemmeno accorto. Lui, che non aveva mai creduto ai colpi di fulmine, all’amore a prima vista e a tutte le minchiate che raccontano quelli che vogliono far piangere il prossimo, era invece già bello pronto, cotto e cucinato e puntino. Capì dal primo istante che non aveva mai provato una cosa del genere. Dopo pochi giorni aveva anche capito benissimo che era innamorato perso di lei.

Lei però gli sfuggiva. Non nel senso che se ne fregava apertamente di lui. Al contrario: era gentile e carina. Ma il loro rapporto era molto asettico e si limitava alla collaborazione nel lavoro. Lei era molto impegnata nel villaggio: nel pomeriggio, dopo aver lavorato al mattino in Osservatorio, seguiva i bambini della piccola scuola materna del paese e alla sera gli anziani di una casa di riposo, posta poco più in basso nella valle. Quindi non c’era quasi mai, nemmeno la domenica, perché i vecchietti soprattutto nei giorni di festa hanno bisogno di chi si occupi di loro. E lui la domenica, al mattino e quando c’era il Sole aveva il suo lavoro. Gli Osservatori solari non conoscono tregua: quando il Sole c’è, fosse anche Natale o Pasqua, lo si deve osservare.

Lui da un lato ammirava questa sua dedizione verso il prossimo, dall’altro la considerava una iattura perché non c’era mai modo di poterla incontrare al di fuori di quelle poche ore al mattino. Ma c’era il Sole e tutto il resto da fare. Poi da non moltissimo tempo aveva visto finire una storia con una tipa giù in città. Una che non faceva per lui, lo sapeva. Però un po’ lo frenava ancora. Sapeva benissimo che non aveva mai amato nessuna ragazza come quella lì che gli gironzolava attorno in Osservatorio, ma non sapeva come dirglielo. O forse non voleva. Inconsciamente temeva di perderla prima ancora di averla trovata. E questo pensiero lo terrorizzava. Lei era tutto per lui. Pensava a lei di giorno, di notte, sempre.

Anche a lei quel ragazzo lì, forse un po’ matto come tutti i fisici, non dispiaceva mica tanto. Al punto che pian piano finì coll’appassionarsi a propria volta al suo lavoro. Senza limitarsi alle scartoffie burocratiche e a rispondere al telefono, cominciò a seguirlo in cupola mentre lui osservava il Sole. La prima volta restò affascinata nell’osservare la stella che, in una giornata di vento e nuvole, appariva alla proiezione dell’oculare continuamente attraversata da fasci di striature scure in movimento, fino a quando il vento ebbe la meglio e un disco splendente, coperto qua e là da gruppi di macchie (era un periodo di avvicinamento a un massimo), stette lì buono buono a farsi vedere, dando tempo a D. di disegnare con calma su un foglio quello che appariva ai suoi occhi. Lei rimase stupita dall’abilità con la quale lui riportava sul disegno quello che si vedeva, la raffinatezza dei particolari, la sfumatura delle penombre, le piccole macchie, puntini che lei nemmeno vedeva ma lui sì. Ma soprattutto rimase colpita dal fatto che lui parlava con il Sole.

“Dai, bella, non ti nascondere”. “Su, fa’ la brava”. “Eh sì, così va proprio bene”. “Nuvola di merda, togliti dalle palle, voglio vedere la mia stellina”. “Ok, adesso ci siamo, eccoti qua, gruppetto del…”. Tacque perché c’era lei di fianco, che tanto aveva capito benissimo cosa stava per dire e sorrise. Con quel sorriso. Uno dei suoi.

“Ma sei matto? Parli con il Sole? E poi perché al femminile? Sì chiama il Sole, mica la Sole, no?”.

“Sì, ma non è una stella? E le stelle sono femmine. E poi una cosa così bella non può essere trattata al maschile, almeno vista con gli occhi di un uomo”. Perché è tanto bella, ma tu lo sei molto di più, avrebbe voluto aggiungere, ma non ci riuscì.

Ormai era diventata un’abitudine: lei lo seguiva al telescopio ogni giorno ed era ormai contagiata dalla passione per il Sole. Un giorno lui sparò una delle sue stranezze parlando con il Sole che la divertì moltissimo, tanto che gli appoggiò per un attimo la testa sulla spalla. Lui istintivamente le diede un bacio leggerissimo sui capelli e li sfiorò con una carezza. Lei si tirò indietro di scatto e poi lo guardò con occhi fermi come fossero di pietra. Lui disse qualcosa come per scusarsi, che non voleva, non credeva, non sapeva. “Insomma scusami, scusami, non succederà più…”.

“Ma quanto sei scemo”, rispose lei. E lo abbracciò in silenzio fino a che le mancò il fiato e quel poco che le restava lo perse in un bacio che a D. sembrò durare un’eternità, come quella che stava passando il ragazzo morto nei ghiacci del Kangshung.

Così il ragazzo che parlava con il Sole cominciò a farlo con la sua ragazza accanto. Fecero grandi progetti, ma ci voleva tempo. Lei era nata lì al villaggio, non giù in città. Era sveglia e aperta di idee, ma non voleva dare un dispiacere ai suoi vecchi che volevano per lei una famiglia, un matrimonio, dei figli. E poi anche lei in fondo la pensava così. Lui un po’ meno, ma non gliene fregava niente. Importava solo lei. Stare con lei tutta la vita. Perché sapeva che non avrebbe mai amato nessuna come amava lei. Mai. Con calma avrebbero messo da parte i soldini necessari, perché tutto sommato la Fondazione pagava bene, e poi si sarebbero comprati una casetta lì nel villaggio, perché di andare a vivere giù in città non se ne parlava proprio. E come lo vedi il Sole in quella schifezza là?

“Beh, io vado, eh? Per oggi basta. Chiudi tutto tu. E mi raccomando: domattina vieni più tardi, vedi di dormire un po’, hai sempre da fare la sera con i tuoi vegliardi”.

“Non li chiamare vegliardi, stupidone. Pensa che anche noi un giorno lo saremo, no?”.

“E’ vero… e tu se non ci fossi dovrebbero inventarti. Ti voglio bene. A domani”.

“Ciao, uomo che parla col Sole”.

Si diedero un bacio veloce, poi lui cominciò a scendere lungo la stradina che portava al parcheggio, quella che saliva al mattino presto. Ma quando arrivò all’auto accadde quello che ogni tanto lo riportava alla realtà.

La macchina di lei non c’era.

E non poteva esserci, perché lei non avrebbe potuto guidarla. Dieci anni prima una di quelle porche malattie che se beccano una ragazza giovane non le danno scampo perché sono subdole, rapide e fatali se l’era portata via nel giro di tre mesi. L’aveva consumata tanto rapidamente quanto il vento spegne un fiammifero, ma non era riuscita a cancellare il suo sorriso. Quel sorriso: lui l’aveva visto l’ultima volta quando se n’era andata, con gli occhi aperti e il viso ridotto a uno scheletro. Ma con quel sorriso sulle labbra che nemmeno la più bastarda delle morti le aveva tolto.

Durò poco. L’auto ora era di nuovo lì. Quando lei avrà finito di chiudere tutto su se ne andrà a casa e ci vedremo domani, pensò lui.

Alzò gli occhi verso il Sole. Stranamente non ne fu accecato. Gli sembrò anzi che la stella gli sorridesse, con quello stesso sorriso che conosceva così bene e che non avrebbe dimenticato per tutta la vita.

Il giorno dopo avrebbe parlato di nuovo con il Sole, ma come ormai faceva da tanti anni lo avrebbe fatto come se lei fosse stata lì vicino, con la testa appoggiata sulla sua spalla. E lo avrebbe fatto fino alla fine dei suoi giorni.

Il giorno dopo avrebbe parlato di nuovo con lei.


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