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Per amore della libertà, senza targa.

Da Suddegenere
Per amore della libertà, senza targa. In Sardegna, foto di Caterina Luciano. senza targa, di Paola Bottero e Alessandro Russo – sabbiarossaED 2012 – collana Riflessioni (ritratti), illustrazione di copertina di Caterina Luciano.

Per amore della libertà.

Fare un elenco di cosa non funziona in Calabria e di quali sono i suoi demoni sarebbe un’impresa semplice, sebbene dispendiosa in termini di tempo. Più difficile è riuscire a scriverne, come fanno Paola Bottero ed Alessandro Russo, in maniera attenta, con intelligenza e sagacia, senza scadere in stereotipi frutto di ragionamenti ed analisi superficiali, ma –forse- soprattutto con humanitas, con amore.

Senza targa (sabbiarossaED, 2012) sfata un’ affermazione – divenuta quasi luogo comune – secondo la quale “la Calabria non può essere salvata dai calabresi”, frutto forse di approssimazione o arroganza, o di un distorto senso del fatalismo e della rassegnazione. Questo libro è una dichiarazione d’amore per la libertà di esistere e di agire la propria vita ed i propri desideri nello specifico di un territorio, come quello calabrese, nel quale già sopravvivere dignitosamente sembrerebbe una missione impossibile. L’orchestra di fiati di Delianuova, La Casa di Roberta, la Gurfata, Progetto Sud sono solamente alcune delle buone pratiche di cittadinanza, delle realtà tutte calabresi narrate da un giornalista calabrese e da una scrittrice che ama definirsi calabrese d’adozione.

Senza targa è un libro corale nel quale la narrazione viene sapientemente condotta quasi in parallelo ad un’ avvincente ricostruzione giornalistica. Alla ricerca del tempo e delle occasioni perdute, di gadget del “nuovo marketing” come l’orologio di Capaci con le gocce di sangue e l’aspirina antimafia, e delle targhe “qui la ‘ndrangheta non entra”, ideate dalla Commissione contro il fenomeno della mafia del Consiglio Regionale Calabria insediatasi verso la fine del 2010 e destinate, per l’affissione, ai Comuni calabresi. Si rischia di rimanere impigliati nelle maglie delle mille sfumature di grigi e dei neri, nell’impero della Cacania arrivata sul Mediterraneo, dove chi comanda soffoca imprese, rende lorde toghe e divise, attacca chi amministra la cosa pubblica, toglie il fiato alla speranza. Fino ad uccidere; e si muore per un’operazione di appendicite, per vendette trasversali, sciolte nell’acido o “suicidate”, ma comunque Sdisonorate.

Ma senza targa è anche un’alleanza di intenzioni. Un libro scritto da una donna e da un uomo che, coppia nella vita come nel lavoro, aderendo al proprio desiderio, propongono  la pratica di scrittura e di narrazione più autentica, quella “a partire da sé”. In fedeltà al proprio genere: dita femminili per ritratti femminili, dita maschili per ritratti maschili. Il viaggio, infatti, parte proprio dalla dichiarazione di provenienza e collocazione, geografica ed umana, dell’ autrice e dell’ autore: Sud, partendo da un nord femmina; Nord, partendo da un sud maschio, e da una dichiarazione politica e d’intenti:
Non ci piacciono le targhe. Non ci piacciono le ostentazioni. Facciamo quello che facciamo, ci comportiamo come ci comportiamo, perché crediamo che non si possa fare altrimenti, e non per raccontarlo o scriverlo da qualche parte, men che meno su una targa. I principi nei quali crediamo sono incisi in modo indelebile. Ma per leggerle, quelle scritte, bisogna andare oltre una targa, oltre una facciata. Per leggerle bisogna essere come i nostri dodici apostoli di cui vogliamo raccontare la storia. Senza paure. Senza grigi. Senza dubbi. E senza targa.”

Storie di r-esistenza.

“Riassumono dodici diversi modi di intendere la lotta alla malavita, i nostri dodici apostoli della buonavita. Intervistandoli abbiamo respirato la semplicità della grandezza di ciascuno. […]
Riconoscerete in ciascuno di loro un po’ di voi.
Riconoscerete in ciascuno di loro un po’ di noi.”

Il viaggio prosegue in uno spazio di sconfinata umanità, fatto di interconnessioni, come in un labirinto di specchi nel quale ci si sdoppia e ci si ricompone, in un continuum che potrebbe protrarsi all’infinito. Ci si ritrova ad inseguire la stessa utopia di Liliana Esposito, “che ci sia la compassione” e si possa vivere assieme “godendo il bello”, magari riflesso negli occhi di un nipote; mentre si prova, sempre e comunque, a “dire agli altri chi hanno di fronte”, e si può farlo anche per strada, facendo arte assieme a Patrizia Prestia ed ai gurfi,perché “il primo valore è l’onestà intellettuale”; e allora viene da consigliare anche a te, come fa Mario Congiusta ai giovani calabresi, di “non sentire l’appartenenza (alla Calabria) come un dovere perché restando si combatte la ‘ndrangheta”ma di viaggiare molto, perché “l’impegno civile non può soffocare il desiderio di emanciparsi”; ma se il “sogno si fa segno”, come dice don Pino Demasi, è forte il desiderio di “essere leva, strumento di cambiamento, da calabrese in Calabria, senza paura di sporcarsi le mani”; e diventa possibile persino cambiare musica, assieme a Gaetano Pisano ed all’orchestra giovanile di fiati di Delianuova, “coltivare il talento e operare con grande rigore e professionalità” ; oppure moltiplicare non i pani e i pesci ma la pasta ed il pollo e patate, come fa Norina Ventre, che è diventata Mama Africa, “la più bella mamma del mondo”; e riuscire a trovare “la voglia di aiutare gli altri a non subire un dolore assoluto come quello dell’assassinio della figlia” perché, ci ricorda Mary Sorrentino, ancora si muore di malasanità; “far bene il bene” di don Giacomo Panizza diventa anche il nostro imperativo categorico ed il Sud diventa un nostro Progetto; e disprezzi la codardia e l’ipocrisia di “chi parla in nome della giustizia e della legalità nelle università, nelle piazze, nei partiti, poi non fa nulla” assieme a Romano De Grazia; e se pure sei buono non sei “fesso” e ci tieni, come don Ennio Stamile , alla verità ed alla libertà anche se “oggi non viviamo da liberi. Non siamo persone libere”; soprattutto le donne non sono libere, oggi come ieri, neanche di andare a mare in motorino facendo una strada di campagna senza rischiare di essere brutalmente stuprate e assassinate, e allora ci provi a sopravvivere oltre le lenti nere di Matilde Spadafora; ti fai forza, ti fai coraggio, alzi la testa e stai ben dritta, perché alla fine prevale  la voglia di “ cercare di continuare questo percorso di cambiamento”, come fa Carolina Girasole, che è “una figlia, una mamma, una donna”.

Anche questa è la forza di senza targa, quella di donne e uomini che lasciano le porte aperte  all’amore ed al futuro, scegliendo di reinventarlo, coltivando la loro energia in fedeltà a se stesse e se stessi.
Sono modi, questi, di intendere la lotta alla malavita che corrispondono a desideri soggettivi ma che corrispondono anche a ciò di cui ha bisogno quell’universo lacerato dai grigi e dai neri che non è più solo la Calabria, e che stenta a riconoscere come necessarie e a sostenere le affermazioni di libertà.

Il dramma vero, forse, è questo. Riguarda i tentativi più o meno consapevoli e colpevoli, da parte di società civile e Istituzioni di isolare, delegittimare e calunniare, anziché sostenere e valorizzare chi ha il coraggio di lottare fino in fondo per senso di giustizia ed equità, per il bene comune.

[…] Ma come si può far valere tra gli individui il divieto di uccidere o di rubare, quando lo Stato stesso uccide e ruba? Quali saranno i giudici affidabili, se non lo sono i governanti stessi della nazione? Come ridefinire diritti e doveri di ciascuna, di ciascuno, in questa complessità della nostra cultura, che non è prevista dal diritto scritto? A quale autorità si appoggeranno, i responsabili, nei loro verdetti? Alla religione? E quale religione? […]” (L. Irigaray, Io, tu, noi)

 Doriana Righini


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