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Perché i morti non serbano rancore. Intervista a Nando Vitali.

Creato il 24 febbraio 2012 da Retroguardia

Perché i morti non serbano rancore. Intervista a Nando Vitali.Nando Vitali, I morti non serbano rancore, Gaffi, 2011, Pagg. 296, 15.50 €
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di Marino Magliani

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E’ possibile pensare a un romanzo sulle foibe senza farsi sfiorare dal pregiudizio: un libro sul revisionismo? Devo ammettere che io ci casco sempre, ed è la prima cosa che mi è venuta in mente: la solita corrente… Mi è successo lo scorso dicembre, a Roma, durante la Fiera dei libri. Presi il libro e non lo lessi subito, intendo in quei giorni. Eppure sarebbero bastate due pagine, tre, forse (cominciai a leggere e a pensarci su dopo una decina di giorni, distante qualche migliaio di chilometri) per capire che I morti non serbano rancore, di Nando Vitali (Gaffi, 2011) era un’altra cosa, era una cosa che faceva i conti con dell’altro, entrava nelle cicatrici carsiche ma non se ne serviva per… Forse se ne serviva solo per uscirne, una volta per tutte. Se ne serviva un figlio, Lorenzo Goretti, senza mai esserci stato, nel ventre dei carsi, eppure si può dire anche senza esserne mai uscito. Perché questa è la storia di una di quelle guerre che non finiscono mai, di un padre che l’ha combattuta e di un figlio che l’ha ricevuta come un’eredità, una disfunzione genetica, se mi si consente, un trauma. A volte si riesce solo a guarire, o a tentare almeno di capire, attraverso qualcosa… Ma cosa? Il racconto che proviene dal proprio sangue?

 
Nando Vitali, forse ti chiederai perché un giorno, uno che vive in Olanda, ma che è ligure, e scrive e traduce per vivere, abbia deciso di chiederti quest’intervista. Non gli bastava leggere il tuo romanzo? E’ una miscela esplosiva che mi ha affascinato, Vitali, la tua lingua è il luogo. E’ lirica, carsica, trasudante, e assomiglia alla lingua di tante cose ruvide che amo. Il luogo è la frontiera, qualcosa di vago che ho attraversato tutta la vita, senza mai capire qual sia stato il dentro o il fuori. Forse perché non esiste né uno né l’altro, ma tutto fa parte di una regione ambigua, una vasta trincea che prende vasti pezzi di territorio. Mentre la guerra che racconti non è cosi, è una guerra che si gioca, anzi che non si sapeva che si sarebbe giocata lungo una frontiera che poi sarebbe diventata una linea netta come forse nessun’altra frontiera europea. Di qui c’era l’io, di là Erik il Rosso. Mi viene in mente che un mondo fatto di noi e di loro con la mia frontiera «ligure », così privata, che divideva i due blocchi, a un certo punto poteva scapparci. Ma forse queste sono solo cose che mi vengono in mente perché sono pigro e preferisco spostarmi in lungo anziché scendere in un posto dove pensavamo che i morti serbassero il rancore del mondo.

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N.V. Secondo il mio punto di vista uno scrittore come me cerca nella scrittura una via per la guarigione. Ovvero, si scrive di ciò che ti sta a cuore, e in un certo senso per fare luce su qualcosa di cui si è all’oscuro. La storia del Capitano Goretti è la storia di un conflitto personale, oltre che la rappresentazione simbolica di eventi storici. Trattati però con l’occhio sporco di una memoria incerta, nebbiosa, e per questo più fertile, che ricrea e rigenera in modo inaspettato e poetico.
Dunque la scelta della lingua non poteva che essere alimentata dalla poetica metaforica, che offre al lettore una possibilità in più di partecipare attivamente all’evolversi della trama.
La storia riemerge proprio in modo carsico dal dettaglio minimo di un racconto appena accennato di un ponte conteso. E’ il ricordo di una striminzita eredità tenuta in serbo per una vita, e sulla quale era piantata questa parola misteriosa: foiba.
Da lì nasce tutto. Su questa ossessione che andava esorcizzata, sanata, si accumula il romanzo che raccoglie l’esperienza della voce narrante nel presente, e la salda col passato di una guerra che non smette mai di pulsare nella mente come se fosse una vena che batte. E che alimenta il pensiero.
Io sapevo che questa storia andava raccontata per me, ma anche per quegli uomini ignorati dalla storia, finiti nella discarica delle cose da tacere, e che invece la narrazione aiuta ad attraversare lo stato purgatoriale nel quale si trovano.

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M.M.Vuoi raccontarci per favore qualcosa su chi era il nemico, per il capitano Goretti, in guerra e in pace, se c’è stata pace? E su come Lorenzo, suo figlio, attraverso il racconto dei morti, abbia visto il mondo?

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N.V Per il Capitano Goretti il nemico era lo straniero al quale devi contendere la terra, che per un soldato di allora era anche la Patria. Ma quel Capitano rimase comunque un soldato dal cuore diviso. Non fu mai fascista veramente, ma fu un marinaio prima di mare e dopo di terra. Come successe ai personaggi di Eduardo De Filippo, al ritorno trovò sorprese sgradevoli che non riuscì a mettere in relazione con le contingenze atroci della guerra. Guerra che forse fu più terribile per i civili. Napoli, città più bombardata d’Italia, fu stuprata dai tedeschi e dai liberatori. Inoltre alla fine del conflitto, anche gli eroi vennero rimossi, se non addirittura colpevolizzati. Devono essere stati anni difficili per tutti, dove la verità aveva mille teste e molte interpretazioni. Ma la storia delle foibe fu la rimozione di una serie di massacri che finirono in una sorta di discarica dalla quale sono riemerse responsabilità e orrori solo dopo oltre cinquant’anni.
Lo sguardo di Lorenzo, che prova a ripercorrere la vicenda del Capitano è l’occhio di un figlio che dopo avere ignorato le ragioni del padre, sente la necessità di una riconciliazione che parte dalla necessità di un racconto, sia pure fantasioso e poetico, che dia pace a quei morti e a se stesso.
Il risultato è quello di un romanzo che vuole dare forma epico letteraria a quello che accadde, sapendo che la verità vera non è degli scrittori e degli artisti in generale. Loro possono solo essere dei cantastorie in giro per il mondo.

 


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