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Perchè la ragion pratica pura non deve essere criticata? (KANT)

Creato il 25 marzo 2012 da Mente Libera

Fonte -> http://it.answers.yahoo.com/question/index?qid=20100608032334AAQAVCD

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La ragion pratica (quella della seconda critica) è per Kant la ragione intesa come guida della “prassi” ovvero dell’agire pratico-morale (ed è di fatto identificata con la volontà)
La ragion teoretica (discussa nella prima critica) è invece la ragione intesa come complesso delle facoltà conoscitive umane, analizzate in particolare nella loro componente a priori.
Se Kant, nella prima critica (Cr. Rag. pura), ritiene di dovere appunto criticare la ragione teoretica nel suo uso puro (come si vede soprattutto negli esiti della dialettica trascendentale con la definizione degli errori trascendentali che l’intelletto-ragione compie quando oltrepassa l’ambito dell’esperienza o conoscenza possibile: il fenomeno), nella seconda (la Rag. pratica) le considerazioni “critiche” riguardano in effetti (come si evince dal titolo stesso dell’opera) non la ragion pratica nel suo uso puro (che è l’unico moralmente legittimo) quanto la pretesa della ragion pratica empirica (ovvero la volontà condizionata da pulsioni sensibili e circostanze particolari) a guidare da sola l’agire dell’uomo.
La ragion pratica pura è infatti quella che confoma l’agire della volontà alla pura forma della legge morale (che si presenta a sua volta come imperativo categorico): di conseguenza tale uso puro della ragion pratica (in parole povere l’agire conforme alla legge morale o a priori morale che, è per definizione, incondizionata ovvero prescinde da motivazioni empiriche) è l’unico pienamente legittimo e non deve essere sottoposto a critica (è per questo che non viene scritta da Kant una “Critica della ragion pura pratica”).
Diversamente stanno le cose per la ragion pratica empirica che, come avviene p.es. nelle massime e negli imperativi ipotetici, determina la volontà ad agire sulla base di motivazioni concrete e particolari e dunque non in modo incondizionato (come fa invece la ragion pratica pura). Il titolo “Critica della ragion pratica” significa dunque, come spiega lo stesso Kant, critica delle pretese della ragion pratica “empiricamente condizionata” di determinare, DA SOLA, la volontà ad agire (quando questo accade, infatti, non si dà comportamento autenticamente morale perché non si agisce bene per puro senso del dovere ma, nel migliore dei casi, per un fine particolare e concreto dello stesso soggetto agente).

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