Magazine Cultura

Perchè leggo YA (e lo promuovo pure)

Da Federicapizzi @LibriMarmellata

Qualche giorno fa, Virginia Stefanini – bibliotecaria e curatrice del blog Gigi il giornale dei giovani lettori – ha pubblicato sulle sue pagine un interessante e documentato articolo dal titolo “La narrativa per giovani adulti e i suoi lettori”.

Il pezzo ha suscitato subito il mio interesse perché, come più volte ho dichiarato anche in questa sede, la mia attività di promozione della lettura si sta sempre più orientando verso la fascia d’età adolescenziale e ho avviato da qualche mese gruppi di lettura – sia reali che virtuali – con adolescenti.

Ho scoperto quindi, leggendo le parole di Virginia, che, soprattutto negli States, infervora un dibattito sull’opportunità, o meno, che gli adulti leggano, con piacere e soddisfazione, romanzi per ragazzi.

Non ha senso che ora io entri nel merito e nei motivi delle controversie, anche perché la collega l’ha fatto magistralmente (quindi leggete prima il suo articolo) ma di fatto i detrattori dello “YA per A poco Y” sostengono che sia quantomeno imbarazzante che un adulto fatto e finito si accontenti della visione del mondo parziale e dai toni troppo accesi dei libri per teenager ( qui lo dice chiaramente e a grandi lettere la scrittrice Ruth Graham). Un po’ come se un esperto di fotografia trovasse belle quelle foto scattate con le app per i cellulari che esasperano luci e colori in un technicolor finto e raffazzonato.

Ovviamente a questi signori detrattori potrei porre diverse obiezioni. Tipo, la più ovvia: che loro stessi, paladini delle relatività contro lo stereotipo, di fatto fanno di tutta l’erba YA un povero fascio; quando basterebbe una maggiore cultura del genere per distinguere tra autore e autore, tra temi e temi, tra classici e contemporanei, tra sensibilità e piattume. Insomma, come ovunque, tra minore e maggiore valore.

Ma non sono qui a fare una battaglia a colpi di luoghi comuni quindi voglio prendere la questione da un altro punto di vista. E cioè il mio.

La mia attività, pur avendo sovente l’intensità di un lavoro, appartiene di fatto alla sfera delle passioni e degli interessi personali, per cui sono ben coscia di non avvicinarmi ai libri per teenager perché, in qualche modo, costretta per lavoro – come magari un’insegnante illuminata o una libraia accorta potrebbero fare – ma, ribaltando i termini, mi sono ritagliato uno spazio semi-professionale nel mondo YA perché, prima di tutto, mi ci sento a mio agio.

Mi sono quindi interrogata sul perché io, lettrice esperta che è già entrata negli anta, che ha alle spalle chili e chili di romanzi col bollino blu dei bravi lettori adulti, mi sia lasciata prendere dal genere più vituperato del momento e se sia possibile che in difetto sia io, presa da un smania di regressione che somiglia, nella versione letteraria, alla crisi di mezza età.

Visto che poi, tra una pagina di “Colpa delle Stelle” e l’ultimo romanzo della Murail, mi sono trovata anche a leggere un saggio di Eco – “Sei passeggiate nei boschi narrativi” – sul ruolo del lettore e sul suo scambio con l’autore nella costruzione e nella lettura di un romanzo, mi è venuto spontaneo riallacciare arditamente i due temi e interrogarmi sul compito, la funzione – e quindi l’identità – del lettore nello YA.

Se è vero, come sostiene Eco, che ogni autore nella stesura delle sua opera si pone di fronte ad un lettore modello – e cioè ad un lettore ideale che incarna l’ottimale ricevente della sua poetica – mi sono domandata se esista o meno un lettore modello YA.

Ora la questione si intriga perché se dobbiamo rivolgerci al lettore – e non più all’autore, dicendo, come si è soliti, che Chambers e Green sono bravi, che la Roth è un poco peggio e forse Almond è il migliore – bisogna capire chi è questo fantomatico personaggio e se la sua identità risiede nell’età o in altro.

Sarebbe facile – facilissimo – asserire che il lettore modello di un romanzo YA è un ragazzo o una ragazza dai 13 ai 18 anni, che va a scuola, si innamora, entra in conflitto con la famiglia e ha bisogno di ribellarsi. Tutto il resto è out, fuori dalla porta.

Lo scrittore parla al lettore modello, e non ha alcun interesse a rivolgersi a me, mamma quarantenne che ha passato da tempo l’epoca del compito in classe e del batticuore.

Questo asserisce Ruth Graham e quindi vergogna per tutti, chiudete quei libri dalla copertina rosa e celeste, con le farfalline e le stelline

Di fatto la signora Graham ci dice una cosa precisa nel suo articolo (e la ripete): gli adulti sono migliori. L’esperienza li ha portati a saper valutare il mondo nelle sua complessità, conosce il tuttotondo, perché ostinarsi sul bassorilievo?

Come sempre l’inghippo, almeno a mio parere, è là dove non la cerca nessuno. Esattamente nella visione comune del ragazzo, e delle ragazza adolescente.

E’ vero che i romanzi YA sono per i ragazzi, è vero che il lettore modello delle YA è un ragazzo adolescente ma – e qui FA la differenza l’autore di valore, cioè colui che non appiattisce la giovinezza sullo stereotipo – L’ADOLESCENZA E’ MOLTO PIU’ COMPLESSA DI QUELLO CHE VOGLIAMO AMMETTERE.

Quindi il lettore modello è un adolescente, ma non piatto e scontato, bensì essere  in mutazione, curioso e interessante. Non bisognoso di un prodotto di scarsa qualità fondato sullo stereotipo ma di un lavoro attento e sfaccettato.

Non è tutto bianco e tutto nero. Gli adolescenti sono giovani adulti che hanno le competenze intellettuali sanissime e in gran forma e stanno imparando ad apprezzare i grigi. L’autore di valore quei grigi glieli fa vedere, il mondo glielo mostra, come è e non per forza sbiadito o in technicolor.

Quella di mostrare un tema qualsivoglia nella sua accezione-luogo comune si chiama operazione di mercato e il suo lettore modello è lo sprovveduto. Vale per gli YA come vale per le 50 sfumature di grigio. Non c’entra un piffero l’adolescenza, c’entra il senso critico.

Quindi, fermo restando che i libri per adolescenti sono per adolescenti – perché e per come è questione complessa e che sto ancora studiando – perché possono piacere anche agli adulti? Cosa ci troviamo?

Esattamente quello che troviamo negli altri romanzi. E’ vero, i protagonisti sono spesso ragazzi ma questo significa che non dovrei leggere libri con protagonisti uomini perché sono donna?

Le storie di personaggi giovani mi aiutano a confrontarmi con un io-ragazza che dimora costantemente in me perché io sono frutto di tutte le età che sono stata e in me alberga ancora, con belle radici, l’idealista e la passionale, non perché non sono cresciuta ma perché sono cresciuta così.

Nei turbamenti di un giovane che cresce io non ci trovo distanza, nella fantascienza distopica, nel fantasy non ci trovo irrealtà – leggo anche per essere portata in mondi fantastici – per gli amori che sbocciano non provo derisione – magari a tratti un po’ di nostalgia, sì – nelle storie di ragazzi e ragazze in altre parti del globo ravvedo informazioni importanti per formare – sì, perché la sto ancora formando – la mia visione del mondo. I romanzi YA presentano solo una particolarità: hanno la forza e la capacità di parlare ai giovani. Sovente per far questo adottano  – ma nemmeno sempre – protagonisti giovani.

A me i giovani piacciono, forse mi ci sento ancora – giovane dentro – e allora li leggo.

Serbo gelosamente dentro di me quella parte di lettore modello di YA che il tempo non mi ha rapito e non perché incapace di abbracciare il cinismo – o l’ambigua versatilità del mondo – ma proprio perché la conosco e so che nei ragazzi, di dissidi e controversie, nel albergano tante.

Inoltre nessun uomo è un’isola. Ciascun adulto vive braccio a braccio con bambini, adolescenti, ha l’esigenza di capirli ed entrare in comunicazione con loro anche grazie alle storie che sono da sempre veicolo di esperienze.

Leggo YA per i miei ragazzi, quindi anche, per proporre loro libri belli che li sappiano far sentire capiti e rapiti, che facciano in modo che si instauri un rapporto positivo con i libri e la lettura (e in quel ruolo sono educatrice e me ne vanto) ma, nel momento in cui li leggo, hanno sempre qualcosa da dire anche a me. Fosse solo un ricordo, un’emozione, un ingrediente in più per far sì che non mi senta “adulta” o “giovane” ma persona complessa nella quale tutte le sue età si sono stratificate e vivono.

Federica Pizzi


Potrebbero interessarti anche :

Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog

Possono interessarti anche questi articoli :