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Perchè provocare è cosa buona e giusta (appunti per un saggio sulla faziosità)

Creato il 20 settembre 2014 da Stupefatti
Perchè provocare è cosa buona e giusta (appunti per un saggio sulla faziosità)
L’opinione pubblica italiana non esiste. Non esiste la libera opinione, la riflessione intellettuale senza compromessi, rispettosa soltanto della propria coerenza e legittimità morale-razionale.

C’è sempre qualcosa sotto, sopra, dietro.

Gli italiani sono storicamente un popolo di analfabeti (1). Mentre nei paesi della Riforma si diffondeva l’alfabetizzazione – perchè la Bibbia si doveva leggere per conto proprio – nei paesi cattolici la Chiesa Apostolica Romana dichiarava peccato la lettura autonoma del testo biblico, senza la mediazione del clero. (2)

Nel dopoguerra i giornali, gli intellettuali, i pensatori erano quasi esclusivamente, in un modo o nell’altro, legati alla politica. Erano di scuola comunista, socialista, cattolica, repubblicana. Tiravano – più o meno volontariamente – acqua a un qualche mulino. D’altronde la figura dell’ “intellettuale organico”, la strategia di guerra culturale chiamata “egemonia”, l’ha inventa Gramsci, italiano. Non è mai esistito un mercato autonomo della cultura, del pensiero, in Italia. Su tutto c’era l’influenza dei partiti politici. I giornali aprivano e chiudevano indipendentemente dai loro bilanci.Le realtà che in qualche modo hanno provato a posizionarsi in modo diverso rispetto a questo contesto sono stati forse La Repubblica di Scalfari e Il Giornale di Montanelli, nati entrambi a metà degli anni ’70. Ma cosa sono diventati? Repubblica quasi una lobby di potere, Il Giornale letteralmente “comprato” e “arruolato” dal potere politico.Con la seconda Repubblica, crollato il sistema partitico, è arrivato il sistema berlusconiano. L’intellighenzia si è prostituita a diversi interessi, a diverse fazioni, seguendo sempre lo stesso modus operandi della Prima Repubblica. 

In altre parole, in Italia, l’idea di “esprimere una opinione liberamente” quasi non esiste. Si esprime una opinione per supportare questa o l’altra causa o personaggio, o per attaccare qualcosa o qualcuno, o perché fa comodo in qualche contesto strategico-politico etc etc etc.

Parlare di onestà e ipocrisia intellettuale quasi non ha senso, in questo contesto. Sono categorie che appartengono ad un altro mondo. 

Anche oggi – Terzo Millennio, Terza Repubblica – la generazione dei 40enni sembra troppo incrostata da questa muffa politico-ideologica per avere idee proprie, mentre la generazione dei 20enni sembra troppo rincoglionita dal marketing e dai social network per andare oltre i soliti vuoti slogan. Per questo i Grandi Italiani sono I Grandi Provocatori, quelle personalità che hanno saputo toccare i tasti giusti e far saltare i coperchi del perbenismo, dei paraocchi, del politicamente corretto e delle opinioni formulate e espresse senza vera riflessione.

Provocatore era Leopardi, totalmente alienato, tanto disperato che ha avuto il coraggio di mettere a giudizio il mondo. Provocatori erano Pasolini – personaggio perverso e inaccettabile, per questo capace di scoperchiare verità inconfessabili, di dire “Io so ma non ho le prove” e far tremare l’Italia. Poi Sciascia, con la sua serenità intellettuale, il suo illuminismo sorridente e profondo, la sua timidezza esplicita e quell’integrità morale che lo ha preservato da ogni compromesso. Sciascia che, con il suo articolo “I professionisti dell’antimafia” ha lanciato la pietra nello stagno dei benpensanti, svelando abissi di stupidità. Delizioso era pure il bastian contrario Giampaolo Pansa, almeno prima che – come un Sado Maso – cominciasse a godere troppo delle strumentalizzazioni che subiva. E ora, che c’è da fare?
Per affrontare questa situazione, e se davvero si tiene alla qualità del dibattito pubblico e delle proprie opinioni, le armi migliori sono indubbiamente, la satira e la provocazione intellettuale. Perché ormai è troppo facile andare avanti per slogan e cause giuste. Bisogna ragionare pure, criticamente, sulle cose che sembrano intoccabili.

L’antimafia è un bell’esempio, con la schifosa volgarizzazione dei suoi “eroi” – Falcone, Borsellino e compagnia bella – diventati ormai spillette da attaccare alle giacche dei figli di papà. Semplici etichette svuotate di senso. La storia è stata così spazzata via. La complessità, la contestualizzazione, l’analisi: tutta roba troppo difficile per i multitasking fottuti da Facebook. Tutto è diventato slogan, salutiamo la mafia che ci sta ringraziando.In questo modo infatti Falcone e Borsellino non possono insegnare più niente, ma servono soltanto a sponsorizzare gli eventi, i concerti e le manifestazione delle tante inutili carovane antimafia.Bisognerebbe invece essere così onesti da analizzare e criticare tutto con il distacco necessario, senza tifo da stadio e livore da fazione. Tipo, nell’antimafia, individuare le cose di cui si potrebbe fare a meno, senza aver paura di far incazzare un sacco di persone. Ma è solo un esempio. Soltanto chi agisce in questo modo – con questo coraggio, onestà e spregiudicatezza – dovrebbe essere considerato “intellettuale”. E soltanto in questo modo l’intellettuale potrebbe servire a qualcosa, guardarsi allo specchio e non avere rimorsi di coscienza (3).

Già pubblicato su Pupi di Zuccaro
nel giugno 2013
Note

1) Sta cosa del divieto di leggere la Bibbia in volgare e della consequenzialità Chiesa Cattolica/Analfabetismo l'ho riciclata per quest'altro post: "Professori idioti, laureati idioti, intellettuali idioti. Appunti per un saggio sul nozionismo". Forse è un luogo comune, sicuramente è una considerazione grossolana, un causa/effetto becero, tagliato con l'accetta. Non conosco bene la Storia per avere precisione scientifica, tra la fine dell'impero romano e l'unificazione d'Italia ho una gigantesca lacuna. Nel post citato, per esempio, c'è un commento di Valerio Bologna che mi ha aperto nuovi punti di vista e mi ha donato nuovi spunti di riflessione. 2) Questo post mi è tornato in mente dopo la visione di "Belluscone" di Franco Maresco. La riflessione che ne è uscita dal film in questione fa più o meno così: "Se si vuole conoscere la realtà, avvicinandosi in qualche modo a una fantomatica conoscenza autentica, se uno vuole farsi un'idea del posto in cui vive, profondamente, intimamente, se uno vuole conoscerlo davvero, al di là delle spiegazioni prefabbricate, le pappette ideologiche, le pigrizie mentali, beh, l'unica è tenersi alla larga da laureati, professoroni e "intellettuali" e stare vicino invece agli analfabeti, agli ignoranti, agli idioti. Ciò che si impara dalle conversazioni con loro (analfabeti ignoranti idioti) è incommensurabilmente superiore rispetto alle "verità" che ti possono dare i laureati professoroni "intellettuali". Non so se è così in assoluto, ma in Italia - per varie ragioni - è sicuramente così. 

2-bis) Sul film di Maresco. Belluscone e la metafora spietata sotto il cielo di Sicilia (ArtTribune). Video (Il Fatto Quotidiano). Venezia, Belluscone di Maresco anatomia di una farsa in salsa siciliana (Il Fatto Quotidiano). Belluscone, applausi a Venezia (Repubblica). Intervista Maresco (Rapporto Confidenziale). Belluscone, qualche riflessione a caldo (Rosalio). Il film geniale di Maresco santifica Silvio e riabilita Marcello Dell'Utri (Resapublica). Interessante intervista di Maresco su Il Manifesto. 3) Alcuni brani che saranno utili per il "Saggio sulla faziosità" che non scriverò mai. “Dopo trenta conversazioni, comincio ad avere un’idea della vera situazione di questo paese. Non opinioni, ma fazioni. Pochi liberali, la miseria e il suo sfruttamento, e, gradualmente, una certa inerzia”. Osservazione di Albert Camus su l’Italia. Dai “Taccuini”, 4 dicembre 1954. "La critica letteraria italiana non vive un periodo felice. Ma i suoi assassini sono i critici letterari stessi, troppo pieni di sé ch non hanno nessuna intenzione di rinunciare alla loro arroganza culturale e soprattutto esercitano quel mestiere per trarre da esso vantaggi personali. Il critico letterario di una volta recensiva libri non per procurarsi potere , non per compiacere alcune case editrici, o fare il ruffiano con il libro scritto da un amico. Il recensore di un altro tempo parlava di libri perché li amava". Nicola Vacca su Satisfiction. "La verità è che questo Paese si amano le Chiese, e le Chiese hanno sempre bisogno di santi e di martiri, poco importa se veri o piuttosto costruiti per l’occasione; in Italia si ama il conformismo, esso è espressione della pigrizia nazionale, dell’oscena vocazione a belare nel coro: fosse quello berlusconiano, fosse quello dei vuoti rituali dell’antimafia da operetta. Dire che non ti piace uno dei noiosissimi libri di Saviano, equivale ad andare a cena con Bidognetti o a fare affari con Schiavone. Sei finito. Chi ha avuto la patente di antimafioso può dire fare quello che vuole perché nessuno oserà avanzare la minima critica. Può scrive delle opere illeggibili, fare film osceni eppure tutti in coro, con vuoto e fascistissimo unanimismo italico, stanno lì a porgere il loro servo encomio. Nessuna voce critica si distingue. Il conformismo violento spegne ogni intelligenza" Domenico Valter Rizzo su Il fatto quotidiano. "Che i guai degli italiani non dipendessero dai regimi politici, l’avevo capito da un pezzo. Erano i regimi politici, caso mai, che s’intonavano ai difetti degl’italiani. Così la Liberazione non era ancora completata che la cultura del dopoguerra era già tutta svenduta. E svenduta al Pci. Togliatti sfruttò da maestro le manie epuratrici degli altri partiti, specialmente di quello d’Azione invasato di puritanesimo giacobino, per aggiogare al suo carro coloro che ne erano minacciati. Non li assunse come militanti, ma come “compagni di strada”. E ne fu compensato perché costoro si mostrarono molto più zelanti dei militanti: alcuni dei quali, forti del loro passato, sapevano anche dirgli di no. I metodi dei comunisti erano quelli della scuola delle Frattocchie, che stava a metà tra il convento medievale e la caserma prussiana. Per prima cosa, dunque, s’impadronirono degli archivi della polizia segreta, del ministero dell’Interno e del Minculpop. Cominciò così il grande ricatto al quale tutti, o quasi tutti, gl’intellettuali italiani si piegarono perché tutti, o quasi tutti, compromessi col regime: che peraltro, in cambio di titoli e prebende, richiedeva al massimo qualche omaggio formale, e talvolta neppure quello. Togliatti, insomma, invece dell’epurazione fece l’amnistia, e coi relitti del fascismo fraudolentemente legittimati ingrassò il suo partito avendo mano libera perché i democristiani, da buoni palancari, della cultura non s’interessarono affatto Quanto ai renitenti, adottò due tattiche: o l’accusa di fascismo, oppure il silenzio su tutto ciò che facevano o dicevano. Il caso forse più clamoroso fu l’ostracismo dato a Giovannino Guareschi, il cui «Candido›› costituì, insieme al «Borghese››, una delle pochissime voci controcorrente di quegli anni. Il suo Don Camillo è certamente l”opera più significativa dell’immediato dopoguerra. Il pubblico lo comperava a decine di migliaia di copie, lo traducevano persino in giapponese, ma per la nostra critica letteraria non esisteva. Oltretutto quella storia di odio-amore fra un parroco e un sindaco comunista precorreva i tempi. Dentro c’era già l’Italia del compromesso storico, un fatto politico che allora non si sarebbe potuto neppure immaginare, ma che Guareschi con il suo intuito aveva prefigurato. Indro Montanelli, Soltanto un giornalista, a cura di Tiziana Abate, Bur. Da ettorebarra.blogspot.it

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