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Creato il 17 luglio 2017 da Francosenia

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André Gorz, il filosofo che voleva "liberare gli individui dal lavoro"
- Intervista con Anselm Jappe - (apparsa su "L'Obs” del 25/6/2017) -

Negli anni 1980, il pensatore André Gorz, giornalista su "L'Obs". aveva riflesso a lungo sul reddito universale di base. In quell'epoca, tale idea di un'indentità monetaria generalizzata, pagata a prescindere dalla prestazione di un lavoro, non si trovava al centro del dibattito: veniva propugnata solamente da piccoli gruppi, di solito all'estrema sinistra. Inizialmente, Gorz era contro il reddito di base, prima di cambiare idea. Il filosofo Anselm Jappe, docente alla Scuola di Belle Arti di Sassari (Sardegna, Italia), ci spiega il suo percorso.

A partire da quando André Gorz si è interessato al reddito universale?

Anselm Jappe: Fin dal suo primo ingresso nel dibattito negli anni 1980. Ma allora espresse immediatamente dei dubbi a tal riguardo. Allora, da parte sua, puntava ad una emancipazione sociale attraverso la riduzione radicale del tempo di lavoro. Ma all'inizio, provenendo dal pensiero marxista classico, non metteva affatto in discussione la centralità del lavoro.
Fu solamente negli anni 1990 che si lascia convincere dall'idea di una reddito di base - soprattutto a partire dal suo libro "Miseria del presente, ricchezza del possibile" (1997) [Manifestolibri, 1988]. Egli vede in questo una strada maestra per trasformare il capitalismo, la società basata sul lavoro, sul denaro, sul valore e sulla merce. Il "Reddito sociale garantito" (RSG), come lo chiamo io, rimane associato al suo nome. Il "successo" dell'idea, avvenuto dopo qualche anno, può sembrare una sua vittoria tardiva. Tuttavia, le motivazioni del RSG che egli proponeva erano assai più radicali di quelle che vengono esposte al giorno d'oggi.

Per lui, il reddito universale era un "ordigno esplosivo" per abbattere il capitalismo?

Anselm Jappe: Quest'idea ha costituito una tappa delle sue riflessioni sulla necessaria uscita dal capitalismo. A partire dai suoi libri, "Addio al proletariato" e "La strada del paradiso", usciti agli inizi degli anni 1980, lui è stato uno dei primi a sinistra a parlare della fine del proletariato in senso classico. Tuttavia, in quell'epoca si credeva che fosse ancora possibile una "trasformazione" radicale della società capitalista.
Ciò doveva consistere ora in un superamento del lavoro, del denaro, della merce e del valore. Si trattava di liberate gli individui dal lavoro, e non di liberare il lavoro, come avevano sempre proclamato i marxisti tradizionali. Bisognava «sottolineare il fatto che il diritto alla vita di ciascuno non poteva né doveva dipendere più dalla vendita di sé stesso in quanto forza lavoro» e rendere possibile un'indipendenza davanti al mercato, ma anche dal potere statale.
Questo superamento del lavoro non era quindi, secondo lui, un bel programma "utopico". Sarebbe stato inevitabile: la rivoluzione tecnologica, e soprattutto la microelettronica, creando un divario sempre più grande fra ricchezza concreta (il valore d'uso) ed il valore della merce. Nella teoria marxista, la quantità di valore viene data soltanto dal lavoro; l'utilizzo delle tecnologie, che ha come risultato la diminuzione del lavoro, mette perciò in crisi la produzione del valore, e simultaneamente, alla lunga, il funzionamento dello stesso capitalismo.
Una volta constata questo, Gorz propone per primo una «economia dualistica», ovvero un settore senza scopo di lucro verrebbe finanziato per mezzo di un settore commerciale del quale presupponeva il proseguimento. Le prime menzioni in Gorz di un reddito universale si riferiscono al finanziamento della parte no-profit della vita individuale e collettiva attraverso una redistribuzione monetaria.
Alla fine degli anni 1990, Gorz si è avvicinato alle tesi sul "capitalismo cognitivo" portate avanti dalla rivista "Multitudes". I redattori di quella rivista sono fra i partigiani più accesi del RSG; essi propongono anche una tassa sullo scambio di conoscenze e di sapere che avviene in rete, in cui vedono la fonte principale della creazione di valore oggi. Tutte queste idee che all'epoca apparivano folli, ma che oggi vengono prese sul serio.
Gorz aveva perciò concepito il reddito di base come una misura che doveva permettere agli individui di dedicarsi a delle attività che venivano sottratte alla logica di mercato (fra cui egli metteva, in maniera certamente discutibile, il software libero e soprattutto le fab-lab [ https://it.wikipedia.org/wiki/Fab_lab ], le stampanti 3D, con lo scopo di consentire tutte le produzioni autogestite). Queste attività non sono "lavoro" in senso ordinario, esse non producono un "valore" che si trasforma in denaro sul mercato. Eppure queste sono assai spesso le attività più importanti - ad esempio il giardinaggio, aiutare gli altri, l'acquisizione di conoscenze.
Com'è logico, la "disoccupazione", dice Gorz, «non significa né inattività sociale né inutilità sociale, ma solamente inutilità rispetto alla valorizzazione diretta del capitale». Bisogna rompere con una situazione in cui l'individuo deve giustificare la sua esistenza per mezzo del suo contributo all'accumulazione del capitale (altrimenti viene ridotto in miseria ed "escluso" dalla società), come avviene oggi. Ma Gorz non crede affatto che il solo Reddito Sociale Garantito possa essere sufficiente per raggiungere questo obiettivo; ritiene che sia solo un passo in tale direzione giusta. La cosa è poco nota, ma Gorz negli ultimi anni della sua vita è tornato una seconda volta sul soggetto: ha espresso delle riserve riguardo al RSG e alla sua glorificazione.

Perché queste riserve di fronte ad un'idea che pure sembrava così coerente con il resto del suo pensiero?

Anselm Jappe: Non è il radicalismo dell'idea che lo spaventa: Gorz non faceva affatto parte di quei pensatori che "dimenticano" il loro radicalismo di gioventù in nome del pragmatismo. Le sue ultime idee sono ancora più radicali delle sue idee precedenti. E sono molto più radicali di quasi tutto ciò che passa oggi per essere "anticapitalismo", ma che in generale è solo una tiepida critica del neoliberismo.
Negli scritti dei suoi ultimi anni, Gorz prende semplicemente atto dell'impossibilità di realizzare la "economia dualistica" che aveva preconizzato nel quadro di una società capitalista che si trova sul punto di cadere a pezzi.

Perché quest'ultima evoluzione?

Anselm Jappe: Si sono combinate due evoluzioni. In primo luogo, si tratta dell'epoca in cui Gorz prende le sue distanze radicali dallo Stato, rompendo con l'epoca in cui egli attribuiva allo Stato il ruolo di garantire l'esistenza di un «settore non di mercato» nell'economia. In seguito, prende coscienza della natura largamente fittizia del denaro che circola oggi, e che quindi non può essere ridistribuito in maniera durevole. Il RSG, che si basa esso stesso sul denaro, non può rappresentare altro se non una misura d'emergenza, un mezzo di transizione, e non il fine in sé.

Denaro "fittizio", non è molto teorico?

Anselm Jappe: Gorz è venuto a conoscenza della "critica del valore" tedesca, in particolare quella di Robert Kurz, e del libro "Tempo, lavoro e dominio sociale" di Moishe Postone. Gorz condivide con questa scuola la consapevolezza che è il capitalismo stesso ad abolire il lavoro; questo capitalismo non è in espansione, ma dopo decenni va a sbattere contro i suoi limiti interni. Contestare soltanto la speculazione finanziaria e le banche è troppo miope e può portare a delle forme pericolose di populismo.
Inoltre, constata che l'utilizzo sempre più crescente delle tecnologie nella produzione industriale fa necessariamente diminuire la quantità di lavoro utilizzato, e che perciò il valore di mercato della produzione diminuisce anch'essp. In altre parole: poiché la quantità di lavoro richiesto dalla produzione diminuisce, non si può domandare alle persone di "vendere" la loro forza lavoro, di "guadagnarsi da vivere" per mezzo del lavoro. L'idea di un settore "che lavora" e che finanzierebbe un settore "che non lavora" non ha alcun senso.
Per lui, la diminuzione del lavoro comporta una diminuzione equivalente del denaro che rappresenta un quantità reale di lavoro produttivo. La diminuzione globale del lavoro, del valore e del denaro a partire dagli anni 1970 - conseguenza della "terza rivoluzione industriale" - è stata quindi falsamente compensata per mezzo della creazione di montagne di "denaro fittizio": crediti, bolle immobiliari e del mercato azionario... È un'illusione credere che questo denaro potrebbe essere semplicemente utilizzato "differentemente".
Si aspettava una grande crisi finanziaria, che avrebbe fatto evaporare una buona parte del denaro in circolazione - e quindi anche il denaro che doveva servire per un reddito di base. Va notato che la crisi del 2008 è sopravvenuta un mese dopo la sua morte...

Per lui, ormai si trattava di uscire dal denaro? Dallo scambio della merce?

Anselm Jappe: Arriva comunque alla conclusione che il salario, ed il denaro in generale, non possono mai costituire un vero strumento di emancipazione. Con il denaro, si rimane sempre in una società capitalistica - una società indesiderabile anche quando funziona, e che ora nemmeno cammina più.

Mettere di nuovo in discussione la sua adesione al RSG è quindi direttamente legato alla sua critica del denaro...

Anselm Jappe: Sì. Il denaro è solo la rappresentazione di un processo che trasforma il lavoro in capitale. Il marxismo puntava a liberare il lavoro dalla morsa del capitale. Ma per Gorz, lavoro e capitale, sono la medesima cosa: quel che nutre il capitale, è il lavoro. E via via che il lavoro diminuisce, il sistema si autodistrugge. Dobbiamo quindi riflettere su come uscire dal sistema, piuttosto che "trasformarlo" e creare delle "nicchie" come il reddito di base. Dal momento che questo metodo non apre alcuna autentica prospettiva di emancipazione sociale.
Nei suoi ultimi scritti, come l'articolo "Pensare l'esodo dalla società del lavoro e della merce" (2007), Gorz arriva ad affermare che il RSG non deve costituire un "trasferimento", vale a dire una semplice redistribuzione del denaro a favore dei più poveri, all'interno di una società sempre basata sul lavoro salariato, poiché così si rischierebbe di rafforzare il capitalismo in crisi.
Il fine non deve più essere, secondo Gorz, quello di "trasformare" il capitalismo, ma di venirne fuori sottraendoli dei territori sempre più vasti. Alla fine, egli dubita anche dell'idea di un reddito monetario nel senso abituale del termine e fa riferimento al possibile utilizzo di una moneta alternativa (sulla quale mi sembra lecito nutrire dei grossi dubbi).

Perciò, non ha mai rinnegato apertamente l'idea del reddito universale...

Anselm Jappe: No. Non l'ha mai condannata apertamente. Ma l'ha vista solo come una tappa per poter andare molto più lontano. Egli scrive:
«In sintesi, il RSG anche per lui rimane immanente al capitalismo, ma bisogna comunque rivendicarlo in una prospettiva che trascende il sistema.»
Il fine è lo sviluppo degli individui, e questo non sarà possibile che quando la ricchezza reale verrà liberata dalla sua forma valore: la quantità di lavoro che è stata necessaria per la sua produzione, indipendentemente dal suo contenuto.

fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme


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