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Più complessi di un concerto di Capodanno

Creato il 18 luglio 2011 da Lipesquisquit
(autoplagio tattico 04)
Riflettendo sul motto di un grande teoreta moderno, sono riuscito a cambiare atteggiamento nei confonti della assoluta impossibilità di trasferire un blog dalla piattaforma Splinder alla piattaforma Blogger. Checchè ne dicano le leggi fisiche virtuali, infatti, io trasferirò il mio vecchio blog sul nuovo, e lo farò così: un pezzo alla volta, i pezzi che più mi aggradano, così avrò anche più roba da postare, tiè.
“Il problema non è il problema. Il problema è il tuo atteggiamento rispetto al problema.” – Jack Sparrow  -

(martedì, 8 giugno 2010)Volendo scrivere un post introspettivo, lagnoso e lungo in un modo inaccettabile, potrei iniziare parlando del fatto che Orion non ha mai voluto studiare, ma ciò nonostante per una magnifica attitudine naturale è sempre stato un archivio geografico umano, almeno per quanto riguarda l’Italia. Con i luoghi dello spazio terrestre, Orion ha sempre avuto un rapporto particolare, il suo senso dell’orientamento è imbattibile, e la sua capacità di memorizzare i dettagli geografici, sia dal vivo che sulle cartine, è pressochè illimitata.Tanto per rendere l’idea, quando era bambino e andava in gita con la scuola, Orion non giocava con i compagni sull’autobus, non cantava “un elefante si dondolava sopra un filo di ragnatela”, e nemmeno dormiva, no: lui guardava fisso fuori dal finestrino, memorizzando tutto il fottuto tragitto, e ovviamente se lo ricorda ancora oggi, qualsiasi sasso di qualsiasi tragitto di qualsiasi strada che ha percorso nei suoi cinquantaquattro anni.Guai a cercare di convincerlo che un essere umano normale non funziona allo stesso modo, guai a fargli presente che ricordarsi tutti gli affluenti del Po nella vita non servirà mai a niente, ma soprattutto guai a dirgli che non avrebbe dovuto pretendere lo stesso livello di ossessione geografica dal suo primogenito maschio.

Già, perché è andata esattamente così: dopo aver fallito nell’educarmi alla caccia e al calcio, ritenendo la mia infanzia non ancora sufficientemente traumatizzata, Orion decise che sarei dovuto diventare un genio della geografia, e così per tutta la durata delle scuole elementari ogni momento era buono per farmi ripetere tutti gli affluenti di sinistra del Po, o i nomi delle Alpi da est a ovest e viceversa, o tutte le province di una regione a caso in ordine alfabetico.Il vero problema era che a questa cosa io non volevo e non potevo sottrarmi, perché era diverso dal correre dietro alla selvaggina o correre dietro a un pallone: stavolta si trattava di studiare, e Orion ormai aveva capito l’antifona, cioè che io ero uno di quei bambini perfettini, secchioni e ambiziosi, uno di quelli che ci tengono davvero a queste cose, che vogliono disperatamente dimostrare a tutti le proprie qualità intellettuali, perciò, se mio padre mi diceva di studiare quella merda, io la studiavo, il tutto nell’escatologica attesa di un imminente trionfo finale in cui avrei dimostrato al mondo la mia grande conoscenza, al mio cospetto tutti si sarebbero sentiti delle inutili merde senza speranza, tutto il mondo all’unisono mi avrebbe detto “BRAVO”, e a quel punto ovviamente sarebbe arrivata la felicità, quella vera.
Dopo un primo approccio appassionato, però, la cosa per me divenne noiosa e frustrante, perchè a scuola nessuno si sognava di chiederci le province regione per regione o gli affluenti del Po, alle maestre e a chiunque altro giustamente non gliene fregava un cazzo, l’apprendimento puramente mnemonico era considerato un modello superato e anch’io cominciavo a convincermi di questo, la mia nuova coscienza evoluta e superiore mi suggeriva che la geografia studiata in questo modo era inutile e mi costava troppo tempo e troppe risorse. Piuttosto, se davvero volevo diventare qualcuno e annichilire i grandi dell’umanità, avrei dovuto concentrarmi meglio su tutto il resto dello scibile umano, ma ovviamente Orion non la pensava così: ogni dettaglio della cartina geografica italiana doveva entrare nel mio splendido cervello di erede maschio. Per guadagnarmi un minimo di autonomia, e ricevere un minimo di gratificazione da mio padre, io dovevo diventare un Google Maps vivente.Era stressante: io odiavo immensamente i dannati fiumi e le dannate province e la dannatissima disposizione delle province, ma, anche se ne soffrivo tremendamente, passavo lo stesso interi pomeriggi a studiare la geografia secondo i dettami di Orion, dovevo farlo, era l’unica cosa che potevo e che sapevo fare per lui, e quando lui mi diceva “bravo” quella soddisfazione mi ricaricava, mi dava la forza per studiare tutte le altre cose, di nascosto, di notte, sfruttavo ogni espediente possibile, e intanto aspettavo l’occasione per sfondare e dimostrare al mondo che ero un semidio bellissimo e intelligentissimo, e poi c’erano così tante cose interessanti e diverse dalla fottuta geografia mnemonica, leggevo Esplorando il Corpo Umano, leggevo libri sui serpenti, leggevo l’enciclopedia Scoprire, leggevo la Bibbia a Fumetti, addirittura cominciavo a trovare banale Topolino.Questa infanzia così felice e spensierata produceva interessanti effetti sulla mia psiche di dolce e tenero fanciullo: ero educato e rispettoso, studiavo, andavo in chiesa, al mattino e alla sera dicevo le mie preghierine, e poi sfogavo lo stress bruciando formiche con una lente di ingrandimento, uccidendo e seppellendo in giardino un preoccupante numero di lucertole e picchiando le bambine sull’autobus della scuola, dove ogni giorno si poteva partecipare ad un adorabile piccolo Fight Club di maschi contro femmine.
Dopo qualche tempo, in quinta elementare, una mattina a scuola il direttore in persona decise di farci un’improvvisata, ed entrò nella nostra classe.Il nostro direttore era un tipo abbastanza severo, alto, con la barba, sguardo fiero e autoritario. Salutò la maestra, poi ci guardò tutti, uno per uno. Noi eravamo in piedi, rigidi e intimoriti, ma io ero eccitatissimo, perché sentivo che quella poteva essere la mia occasione, quella che aspettavo da tanto: forse il direttore voleva vedere se eravamo preparati, ed io lo ero, cazzomerda se lo ero. Avanti, bestione, fammi una domanda, ti incenerisco sul posto. Non lo vedi che qui l’unico homo sapiens sono io? Non perdere tempo con gli altri, è me che vuoi. Anzi, sono io che voglio te.“Questi ragazzi studiano?”, chiese deciso il direttore alla maestra, con lo sguardo inquisitore ancora puntato su di noi.“Certo, direttore, sono bravissimi. Gli stavo giusto spiegando…”, e bla bla bla, si, avanti puttanella, smettila di farfugliare e digli che sono io il più bravo, gli altri possono anche andare a giocare a nascondino o a scambiarsi le fottute figurine.“Benissimo, allora vediamo…”, disse il direttore, mentre pensava ad una domanda da farci e a chi farla. Camminava lentamente, il bastardo, ci squadrava dalla testa ai piedi, e piano piano si avvicinava a me. Io lo fissavo, lo fissavo deciso e con prepotenza, ero su di giri come un ciclista dopato durante lo scatto finale. Avanti vecchio, su, incrocia il mio sguardo, sono l’unico che vale qualcosa, qui. Dai, che ti raddrizzo la giornata.“Tu!”, disse, fermandosi davanti a me.Cazzo, si! Grazie Signore, lo sapevo, lo sapevo che sarebbe successo! Ecco la mia occasione, ora finalmente annichilirò questi frugoletti puzzolenti con cui sono costretto a trascorrere le mie mattinate, risponderò alla domanda e verrò segnalato come studente brillante e meritevole di gloria.“Dunque, dimmi…”Non mi fai paura, hai capito? Sono in grado di rispondere a qualunque cosa. Dio bono, finalmente ci siamo, oggi tornerò a casa trionfante e raggiante, e lo dirò a Orion, ah, cazzo se glielo dirò. Finalmente capirà che non deve più rompermi i coglioni con la geografia, finalmente realizzerà che mi ha sempre ostacolato, e che nonostante tutto io mi sono ritagliato la mia strada con le mie sole forze, andando testardamente controcorrente, perché sono destinato a cose più alte io, fisica, astrofisica, metafisica…“…ecco, si: dimmi le province della Lombardia.”.
Eh no.Eh no, cazzo.No, dai, avanti, pizzicati la mano, pizzicati la mano, staccati un dito, dai che ti svegli, è solo un brutto sogno.Solo un brutto sogno.
“Allora, hai capito cosa ti ho chiesto, figliolo?”.
Fammi un’altra domanda, dannazione, fammene un’altra, riformula, chiedimi che significa E=mc2, chiedimi i punti deboli del sistema hegeliano, avanti vecchio, non puoi farmi questo.
“Giovanotto, queste province?”
Il mondo fa schifo.In un modo incomunicabile, fa schifo.
“Nessun’altro sa rispondermi?”
Guardami, barbuto figlio di puttana, sto perdendo il mio candore e la mia innocenza, proprio adesso, capisci? Io posso anche dirti le province della Lombardia, ma tu non potrai mai capire davvero che cosa mi hai fatto oggi, non potrai mai sapere quanto efficacemente mi hai mostrato la facilità con cui la vita è in grado di prenderci per il culo in qualsiasi momento, e non saprai mai nemmeno che, solo per aver realizzato questo, io conosco già il mondo meglio di te.E adesso, reggiti forte.
“Milano Bergamo Brescia Como Cremona Mantova Pavia Sondrio Varese”.(Lecco, Lodi e Monza all’epoca non erano province)
Mi sforzai di dirle in un modo composto e neutro, ma il tono della mia voce esprimeva comunque la noia e lo scazzo profondo per il fatto che dovevo comunque ringraziare davvero Orion e la sua ossessione per la geografia mnemonica, l’ultima cosa che mi sarei aspettato dalla vita.Tuttavia, per tutti i presenti il mio era piuttosto il tono saccente e seccato di quello che l’argomento lo conosce così bene che è quasi scocciato all’idea di dover rispondere ad una domanda così banale. Si, agli occhi di tutti ora ero davvero superiore, la stella che brilla di luce propria che avevo sempre sognato di essere, sembrava quasi che stessi per aggiungere “Bene, se abbiamo finito con le cazzate, ora qualcuno potrebbe farmi una domanda vera?”.Era il mio momento di gloria, ma non era affatto come lo avevo immaginato, non avevo previsto di dover subire lo scacco beffardo dell’esistenza in tutta la sua inesorabilità.
“In… in ordine alfabetico! Eccellente!”, gridò il direttore sconvolto, con gli occhi spalancati, e subito dopo mi strinse vigorosamente la mano mentre io morivo dentro, poi si complimentò vivamente con la maestra, che intanto era tornata ad uno stadio anteriore alla menopausa.Il direttore uscì dalla classe soddisfatto e sorridente, mentre intorno a me era tutto un vociare e un battere di mani: in quel momento ero il secchione alfa, l’essere superiore che aveva tenuto testa al direttore in persona. Le mie compagne di classe mi guardavano con occhi nuovi e interessati, mentre ognuno dei miei odiosi compagni maschi mi fissava pensando “mi fai schifo, però hai le palle e per questo ti rispetto”.Tutto quello che avevo sempe desiderato, ottenuto in quell’esatto preciso unico modo in cui non volevo ottenerlo.Fu allora che cominciai a pensare che forse non dovevo aspettarmi troppo, dalla vita e dall’umanità, non dovevo dare peso alle conquiste, agli applausi, ai rimproveri, alle voci del mondo, non dovevo stare in ansia per questa roba da film americani in cui tutti si ammazzano per il successo, perché forse le persone, ingenuamente, con quella stessa innocenza che io avevo appena perso, guardano tutte dalla parte sbagliata.Già, forse il gioco non vale la candela, perchè forse davvero è solo un gioco, e forse c’è altro a cui badare, forse la vita vera è un’altra cosa, e forse essere asociali non è il problema.Forse è la soluzione.

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