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Pregi, bugie e voltafaccia. Renzi impara bene dai rottamati

Creato il 23 settembre 2013 da Ideaoccidente

Matteo-Renzi-1-1024x731Sarà colpa dell’accento toscano o forse di un modo di parlare così vivo rispetto a quanto ci ha abituato la sinistra italiana dal 1994 ad oggi, ma Matteo Renzi riesce a tenermi davanti alla televisione per più di qualche minuto. Ed è davvero straordinario. Quando Prodi guidava l’armata Brancaleone sinistrorsa ero solito guardare i talk show in piedi per contrastare l’effetto soporifero delle sue parole.  Con il giovane Matteo, invece, il tono è piacevole, sa essere simpatico (anche se a volte scadente) ed aggressivo al punto giusto. Non parla in monotono, e forse è per questo che piace. Sarà l’accento, dicevamo. Già, perché anche Bersani – come il Mortadella – è emiliano ed entrambi sostituiscono efficacemente i sonniferi. Gli incubi degli italiani, prima delle ultime elezioni, non erano le sue future azioni di governo, ma cinque possibili interminabili anni di dichiarazioni.

Insomma, Matteo non mi dispiace: ha dalla sua l’età e il non essere passato per il Partito Comunista. Non sono pochi gli italiani a pensarla così, calcolando le folle accorse ai comizi alle Feste Democratiche. Ma Matteo sa far breccia anche tra gli elettori berlusconiani, i quali non lo credono di sinistra e lo vedono come nuovo capopopolo: quando verrà a mancare il Cav saranno guai e Alfano è lontanissimo dalla capacità trascinatrice di Matteo. Lo stesso Berlusconi si chiede “cosa ci stia a fare Renzi nel Pd” e non avrebbe difficoltà a sostituire rapidamente il delfino.

Matteo non cambia bandiera (per ora) e rimane nel Partitone Democratico, sperando un giorno di guidarlo e di trasformarlo – finalmente – in un partito veramente socialdemocratico e non ancorato a schemi e personaggi del passato. Bene. Ma la sua parabola fino ad ora in forte ascesa rischia di avere una battuta d’arresto, a causa di scelte politiche in alcuni casi azzardate e promesse non mantenute. Andiamo con ordine.

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Il Rottamatore ha impostato tutta la sua campagna alle primarie del Pd contro Bersani su un principio preciso e – in linea di massima – abbastanza corretto: bisogna rinnovare la classe dirigente, via le facce note ed invecchiate. Ad essere sinceri Matteo ha fatto l’errore di tirare un po’ troppo la corda su questo tema ed è stato valutato incompatibile con la carica di candidato premier. Probabilmente avrebbe fatto meglio di Bersani (non che ci voglia molto), ma mettersi contro tutta la nomenklatura ha un prezzo. E Matteo il conto l’ha pagato, perciò ha cominciato a maturare l’idea che fosse necessario trovare qualche sponda per poter puntare alla direzione del Pd e – perché no – anche alla candidatura alle prossime elezioni.  Così non ha disprezzato l’appoggio di Franceschini e anche le lievi lusinghe dell’intramontabile D’Alema, che da rottamato sta cercando uno spazio tra i rottamatori. O, quantomeno, spera di non finire allo sfasciacarrozze.

Non finisce qui. Nonostante sia uno scout e di famiglia cattolica, il sindaco ha già collezionato qualche bugia. Niente di che nell’arcipelago dei voltafaccia che è la politica, ma l’immagine da santarello che si è costruito cozza un po’ con quanto sta iniziando a fare. Non molto tempo fa, Renzi disse che la carica da Segretario del partito non poteva e non doveva essere sovrapposta a quella di candidato premier. Certo, allora alla guida del Pd c’era Bersani e Matteo sperava nella poltrona di Palazzo Chigi. Quella di Palazzo Vecchio cominciava a stargli stretta e lo conferma oggi: non gli basta più lo scranno di premier, ma vuole anche il trono democratico. Come biasimarlo? Due poltrone sono meglio che una. Però se ne va a quel paese la famosa promessa “non mi candiderò a segretario” del 19 maggio di quest’anno. Cambiare idea non è poi così difficile, basta imparare da quei vecchi volponi da rottamare.

L’altra balla del giovane candidato alla segreteria democratica riguarda Firenze. Dopo l’amara sconfitta alle ultime primarie, Matteo se ne uscì di scena dicendo che sarebbe “tornato a fare il sindaco”. Le sirene della politica nazionale, però, hanno continuato a cantare e Matteo è stato incapace di legarsi alla sedia di sindaco come Ulisse all’albero maestro della nave. Si è lasciato incantare dal flop bersaniano ed è tornato alla carica. E Firenze? Può aspettare, almeno fino all’8 dicembre quando si saprà qualcosa in più dall’Assemblea del Pd sulle regole per la corsa alla segreteria. Qualche giorno dopo dovrebbe iniziare la campagna elettorale per un nuovo mandato da sindaco cui Renzi non vuole rinunciare nel caso gli fosse sbarrata la strada per Roma. Ho però il presentimento che ormai Matteo abbia varcato la soglia e non possa più tornare sui suoi passi per puntare nuovamente a Palazzo Vecchio.

Le qualità politiche ed oratorie del sindaco fiorentino, bisogna ammetterlo, sono indiscutibili. È riuscito a farsi spazio in un’ambiente che di democratico – spesso – ha solo il nome e dove le lotte fratricide sono all’ordine del giorno. E Matteo ha usato un metodo che potrebbe aver imparato da Scalfari, fondatore di “Repubblica”, il quale ne è maestro e ne ha fatto largo uso per rendere il giornale il primo quotidiano italiano: trovare un nemico. Barbapapà si scagliò contro Craxi, Ezio Mauro puntò Berlusconi, Matteo ha scelto la nomenklatura. Ed ha funzionato. Ora, però, accanirsi contro i vari D’Alema e Bersani non porta più vantaggi e lui stesso si è rammaricato per la scelta del termine “rottamatori. La strategia vincente però non si cambia – e questo Matteo lo sa -, quindi ha trovato un nuovo nemico: Enrico Letta, anche lui giovane e già alla guida del paese. Letta e il suo governo è sono stati più volte presi di mira dal feroce Renzi, che spera di sfilargli la sedia da sotto il sedere alla testa di un Governo tutto democratico.  Non so dire se questa volta funzionerà, staremo a vedere.

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Chiudiamo cercando di rispondere ad una domanda: perché Renzi ha accelerato così tanto il passo per diventare leader della sinistra italiana? Ebbene, Matteo sa che se aspetta troppo rischia di bruciarsi e di perdere tutto l’appeal sin qui conquistato. Mente, infatti, quando dice che “non m’interessa la scadenza del governo Letta, io posso aspettare” e sa di farlo. Così spinge sull’acceleratore e cerca di chiudere presto vittorioso almeno una battaglia. Altrimenti saranno guai. Anche per noi: non è che candideranno Fassina alle prossime elezioni?

Giuseppe De Lorenzo


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