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Quando D’Alema rottamò Natta e Occhetto, da ‘Pubblico’

Creato il 18 ottobre 2012 da Candidonews @Candidonews

Quando D’Alema rottamò Natta e Occhetto, da ‘Pubblico’

Riporto un articolo integrale di Luca Telese su Pubblico. Per chi ‘rimpiange’ Massimo D’Alema:

Gubbio, 30 aprile 1988. Un morso al collo. Una stretta che ti toglie il fiato. Mentre sta per salire sopra un palco per un comizio, Alessandro Natta viene colpito da un dolore. C’è l’asfissìa che gli spezza il respiro.

Quel giorno Alessandro Natta, segretario del partito comunista sta per avere un infarto: «La mia fortuna – mi racconterà molti anni dopo – era una sola: non avevo ancora iniziato a parlare. Altrimenti sarei morto come Enrico Berlinguer». Quella mattina lo ricoverano all’ospedale di Perugia. Poi a Roma. La paura è grandissima. Poi il segretario si riprende, il 10 maggio.

Nel primo giorno di degenza, davanti alla stanza ci sono dei dirigenti, che parlano con tono concitato: «Si deve fare da parte!», sente dire una signora dall’aspetto anonimo, che siede lì davanti che nessuno conosce. La mattina dopo un giovane dirigente toscano, Vannino Chiti lamenta su L’Unità: «C’è una assenza di direzione.

Il 3 giugno Achille Occhetto rilascia allo stesso giornale del partito una intervista- fiume. Una pagina intera . È un’investitura. La sera Massimo D’Alema dice a Italia Radio: «Il rinnovamento è necessario». C’è un problema. La signora che ha assistito a quel dialogo spietato, è la moglie del segretario. Dopo quell’episodio Alessandro Natta si dimetterà amareggiato.

«Esigo rispetto», grida Massimo D’Alema oggi. «Massimo deve essere rispettato», aggiunge Livia Turco. «Renzi divide», diceva ancora ieri D’Alema, quasi furibondo da Lilli Gruber a Otto e mezzo. Sarà pure vero. Ma l’ex ministro degli esteri, forse, dimentica, che lui di rottamazioni ne ha messe in scena almeno due.
Quella di Natta fu la più penosa, la più dolorosa, la più greve.

Il gruppo dei cosiddetti «quarantenni» di Botteghe Oscure all’epoca era tutto unito dietro ad Achille. Occhetto. E nel giorno dei funerali di Enrico Berlinguer, nel 1984, nei sotterranei del Palazzone rosso, lo stesso Occhetto, e un giovane D’Alema, avevano celebrato un accordo che sarebbe passato alla storia come «il patto del garage». Era una sorta di tregua armata, in cui i due si ripromettevano di marciare uniti contro i grandi vecchi del partito. Quel giorno i due avevano perso. Ed infatti, al posto di Occhetto, il candidato giovane, e al posto di Luciano Lama, il candidato della destra «migliorista», aveva prevalso la soluzione di mediazione, quella di Alessandro Natta.

Colto, istruito, benvoluto da tutti, Natta era il contrario dell’ambizione, ed era il rappresentate del gruppo di comando che aveva lavorato con Berlinguer. Natta aveva scelto subito Occhetto come vice. Però tardava, esitava a investirlo come suo successore. Ecco perché, in quel 30 aprile, il giorno dell’infarto di Gubbio, tutto si fa più veloce. E soprattutto feroce.

Il retroscena di quella defenestrazione viene rivelato, con un lungo articolo, da Daniele Protti su l’Europeo. Natta già sa tutto, ma quell’articolo è la goccia che fa traboccare il vaso. Rassegnate le sue dimissioni, con molta meno supponenza di alcuni dinosauri di oggi si dimette da segretario e scrive: «Torno umile frate». Però invia due lettere di fuoco alla direzione del partito.

Una delle due resta «secretata», per tanti anni, dopo un intervento di Aldo Tortorella. Questa lettera verrà rivelata soltanto nel 1999, inclusa nella biografia di D’Alema scritta da Giovanni Fasanella. Le parole di Natta sono di fuoco, e fanno riferimento a quella scena terribile, in ospedale: «Compagni, non vi siete comportati lealmente. C’è stato un tramestio, davanti alla mia stanza di ospedale. Quello che avete fatto per me è stato offensivo, perché erano cose del tutto non necessarie. Alessandro Natta».

L’ex segretario del Pci vuole dire che era già convinto di dover passare la mano, già deciso alla successione. Pochi mesi prima un intero comitato centrale del Pci si era riunito per discutere di una vignetta «Nattango», pubblicata da Tango, il supplemento satirico de l’Unità. In quel finto Forattini, che in realtà è disegnato da Sergio Staino, Natta balla al suono dell’organetto, come una marionetta, il ballo imposto da Craxi e da De Mita.

La battaglia politica, per la prima volta la satira e la sanità, entrano nella battaglia politica. Nel 1991 al successore di Natta, Achille Occhetto, manca il quorum nel giorno dell’elezione a segretario del Pci. È il 5 febbraio del 1991. Occhetto rimane allibito, scosso, ferito. Viene sorpreso dalle telecamere del Tg3, e da un inviato de La Stampa, Fabio Martini, mentre cerca di stordirsi (o di riprendersi) con un Johnnie Walker. Grida in faccia a Walter Veltroni: «Adesso trovatevi un altro segretario», e si ritira a Capalbio, sotto la neve. Dice a tutti, e ha ragione, che quel killeraggio, è avvenuto non solo per le assenze.

Ma perché c’è stata una regia dalemiana. Nel 2009, a venti anni di distanza, Claudio Velardi, all’epoca l’uomo più vicino a Massimo D’Alema, e scrutatore in quella drammatica votazione mi racconta: «Metà del congresso voleva vedere passare il cadavere di Achille Occhetto. Fu come in quel giallo di Agatha Christie in cui tutti i passeggeri del treno hanno un motivo per uccidere e ognuno pianta il suo coltello sul corpo della vittima». Rottamato.

Ma la cosa che più colpisce, oggi, è il viaggio di ritorno in macchina che Velardi fa con D’Alema, e la conversaizone non meno drammatica che mi racconta: «Massimo era carico di adrenalina, e ogni tanto ripeteva ad alta voce: ”È morto, è morto, è morto!”. Chi, gli chiedo. E lui: “Ma come, chi? Il papero». In quel 1991 i cocci vengono rimessi insieme.

Lo stesso D’Alema rifiuta la segreteria che gli viene offerta dai grandi vecchi delle due mozioni congressuali. «Occhetto è troppo amato – dice a Velardi – adesso la base non capirebbe». E’ tempo di aspettare. Ed infatti D’Alema attende la doppia sconfitta del 1994 per chiudere la partita. Si presenta a Botteghe Oscure per chiedere la testa di Occhetto direttamente all’interessato. Lo ha raccontato lo stesso ultimo segre- tario del Pci: «Venne da me un deputato di Gallipoli a dirmi che ero una sorta di obsolescenza della politica».

No, non furono indolori, quelle rottamazioni. E non lo sono mai state le battaglie politiche. Così come sono state cruente tutte le battaglie per il potere nel Pci, Pds Ds Pd dalla scissione di Livorno fino ad oggi. Un altro dirigente del gruppo dei quarantenni, Claudio Petruccioli, Petruccioli racconta benissimo il senso di insofferenza della sua generazione per quei grandi vecchi, che non vogliono mollare la presa. Il futuro presidente della Rai li chiama «i trentenni del 1956».

Avevano fatto il partito nuovo, avevano passato le tempeste dello stalinismo. Per loro, quei ragazzi degli anni Novanta provavano la stesso insofferenza di quelli di oggi. Ma, va detto quella generazione, era meno attaccata alle cariche di quella che l’ha sostituita. È davvero singolare sentire gli sfoghi di Massimo D’Alema di fronte a richieste banali, come quella di fare un passo indietro. Di fare politica in modo diverso. Di fare politica fuori dal Palazzo.

L’unica differenza fra le battaglie politiche di ieri e di oggi, è che uomini come Natta si ritirano senza troppo clamore. E senza andare a gridare la loro rabbia in un programma di Lilli Gruber.


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