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Quei maledetti contratti di lavoro…

Creato il 08 marzo 2017 da Propostalavoro @propostalavoro

I giovani sono gli «sfigati» del mondo del lavoro perché i contratti con cui vengono assunti sono volatili e temporanei, in altre parole sono contratti usa e getta.

Prima del Jobs Act, prima degli incentivi, prima della flexicurity (ve la ricordate?), prima ancora che la parola NEET entrasse nei nostri vocabolari, era il precariato il grande argomento che teneva banco nei discorsi sul lavoro. Precario, instabile, incerto, questo era il lavoro che i giovani a cavallo tra gli anni '90 e i primi 2000 cercavano di evitare.

La precarietà dei posti di lavoro sembrava essere legata alla temporaneità dei contratti, o alla loro lontananza dal modello contrattuale subordinato a tempo indeterminato, il posto fisso, quello dato per scontato dalle generazioni precedenti. Con gli occhi del 2017, dopo quasi 10 anni di crisi, tutto questo sembra però aver assunto una sfumatura diversa.

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Il termine NEET compare per la prima volta, sul sito del Corriere della Sera, nel 2005. È citato da una lettrice che scrive a Beppe Severgnini per la rubrica «Italians». Una lettera assolutamente da leggere: attuale, parla della condizione degli stagisti sotto-retribuiti, ma anche desueta: chi l'avrebbe mai detto che quel termine, NEET, presentato come una stranezza dei giovani del Regno Unito, sarebbe diventato così drammaticamente popolare e che proprio lo stage, invece, sarebbe diventato forse una meta per tutti quei giovani che non si sa cosa facciano, ma si sa che non lavorano né studiano. Potremmo misurare l'avanzata di questa crisi guardando quante volte la parola NEET compare, di anno in anno, negli articoli sul sito del Corriere: 3 volte nel 2010, 14 nel 2011, 20 nel 2012, e – saltando in avanti – 52 volte nel 2016.

Il NEET è "l'erede" del precario: se una volta il "brutto contratto" era il peggio che potesse capitare, ora è il "nessun contratto" a far spavento. Anzi, il "nessun rapporto". Se c'è una cosa che la crisi ha reso palese è che, per quanto il contratto possa essere tutelato, nessun posto di lavoro lo è per davvero. Lo insegnano tutti i posti di lavoro persi tra il 3° quadrimestre 2008 e il 3° quadrimestre 2013: un milione e cinquantunomila posti di lavoro in meno. 

Le ricerche sul mercato del lavoro degli ultimi anni hanno inquadrato la stagione dei "contratti atipici" come quella che ha gettato le basi per il boom occupazionale che ha portato al picco del 2008: lavoro tramite agenzia interinale e stage (legge Treu, 1997), contratto a termine, apprendistato, e lavoro a progetto (legge Biagi) hanno convinto i datori di lavoro ad assumere; non tutte queste tiplogie contrattuali, però, si sono rivelate un trampolino di lancio verso il contratto a tempo indeterminato. Eppure, non sono stati solo i giovani ad essere assunti – e lasciati a casa – con un contratto atipico: tutte le categorie di lavoratori ai margini (donne, migranti, svantaggiati) hanno condiviso lo stesso destino. E non è poi nemmeno troppo vero che un lavoro fuori dalla sfera del contratto a tempo indeterminato sia veramente così instabile, pensiamo ai liberi professionisti di ieri (le vere partite IVA) e i freelance 2.0 di oggi.

La volatilità dei contratti non basta a spiegare perché i giovani non lavorino. Non può essere l'unica causa. Tutt'oggi i contratti sono volatili, eppure i giovani vengono assunti meno di ieri. Anzi, oggi i contratti sono più volatili (tutele crescenti) e i posti di lavoro sono in aumento (dal 3° quadrimestre 2013 ad oggi: +610mila posti di lavoro), ma non sono i giovani ad essere assunti.

Qual è allora il meccanismo che tiene i giovani fuori dal mondo del lavoro? Potrebbe trattarsi di un qualcosa che non ha a che fare con la tipologia contrattuale, ma proprio con l'essere giovani, a prescindere dal tipo di rapporto e dal positivo/negativo momento economico? Proveremo a capirlo la prossima settimana.

Simone Caroli


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