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Quel giorno sono stato imperdonabile

Da Gabrielederitis @gabriele1948

Martedì 7 gennaio 2014

CAMMINARSI DENTRO (480): Quel giorno sono stato imperdonabile

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La passione della perfezione viene tardi. O, per meglio dire, si manifesta tardi come passione cosciente. Se era stata una passione spontanea, l’attimo, fatale in ogni vita, del «generale orrore» del mondo che muore intorno e si decompone, la rivela a se stessa: sola selvaggia e composta reazione.
In un’epoca di progresso puramente orizzontale, nella quale il gruppo umano appare sempre più simile a quella fila di cinesi condotti alla ghigliottina di cui è detto nelle cronache della rivolta dei Boxers, il solo atteggiamento non frivolo appare quello del cinese che, nella fila, leggeva un libro. Sorprende vedere altri azzuffarsi a sangue, in attesa del loro turno, sul preferito tra i carnefici operanti sul palco. Si ammirano i due o tre eroi che ancora lanciano vigorose fiondate all’uno o all’altro carnefice imparzialmente (poiché è noto che di un solo carnefice si tratta, se anche le maschere si avvicendino). Il cinese che legge, in ogni modo, mostra sapienza e amore della vita.
E’ prudente dimenticare che, secondo la cronaca, quell’uomo dovette a ciò la sua testa: l’ufficiale tedesco di scorta ai condannati non resse alla sua compostezza e gli fece grazia. E’ decente ritenere le parole che il cinese proferì, interrogato, prima di perdersi tra la folla: «Io so che ogni riga letta è profitto». E’ lecito immaginare che il libro che egli teneva tra le mani fosse un libro perfetto. – Cristina Campo, Gli imperdonabili, Adelphi 1987, pp. 73-75  

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Era il 10 agosto dell’anno 2000 e niente lasciava presagire che la mia vita sarebbe cambiata, se si esclude quel fastidioso dolore al braccio sinistro che correva fino alla mano, che poi si sarebbe rivelato infarto coronarico. I medici dissero che si trattava di un infarto insidioso, perché di tipo non-Q, cioè senza sintomi, la quale cosa mi permise di sottovalutare la gravità della situazione, fino al punto che al Pronto Soccorso dell’Ospedale della mia città rifiutai il ricovero immediato, suggerito, in verità con atteggiamento alquanto burocratico, dal Medico di turno, per potermene andare comodamente a casa a preparare la valigia. Le rimostranze del Medico furono inutili: non avevo nessuno che potesse preparare la valigia per me. Non volevo allarmare nessuno in casa. Un po’ come faceva mia madre, quando nascondeva i suoi mali, «per non disturbare». Sarebbe stato più facile dire, poi: «Sono al Pronto soccorso… Va tutto bene. Mi portano al reparto Cardiologia».

Avevo avuto tutto il tempo, a casa, di decidere cosa portare con me, come quando si stanno per lasciare le cose più care e bisogna decidere. Detti una rapida occhiata alle quattro pareti del mio studio e scelsi soltanto Moby Dick di Melville e Danubio di Magris. Soprattutto la prima opera mi accompagnò nei momenti critici, quando mi sistemarono in un letto, con aghi nelle vene che dovevano servire a monitorare e a curare.
Ai Medici che si affacciavano spesso a chiedere: «E’ passato il dolore?» rispondevo tranquillamente: «Non ancora», essendo preso dalla lettura preziosa della prima parte di Melville. Andò avanti così per un bel po’, sinceramente preoccupato di non essere interrotto nella lettura. Avevo ben chiaro che fin dall’ingresso nell’Ospedale ero diventato oggetto di attenzioni particolari: fu consultato il reparto Cardiologia, mentre aspettavo al Pronto Soccorso, dunque doveva trattarsi di cosa seria. Non riuscivo, tuttavia, a disperare di me. Non che avessi fiducia nei Medici! Quando tornai da casa con il mio bagaglio, mi fecero addirittura aspettare per una buona mezz’ora prima di decidersi a farmi ricoverare in Cardiologia. Guardavo l’orologio appeso alla parete e pensavo: «Chissà se arriverò vivo al quarto piano!» Quando fu il mio turno, mi chiesero se volevo andare su da solo. Naturalmente dissi di sì. Arrivato al quarto piano, mi vidi venire incontro alcuni sanitari perplessi. Chiamarono il Pronto soccorso e concitatamente li rimproverarono così: «La prossima volta, fateci sapere che sta salendo un nostro paziente. Scendiamo noi a prenderlo!». Quello che li aveva allarmati era il fatto che io sopportassi il peso dei due bagagli con un infarto in corso. Mi fecero sedere delicatamente su una sedia a rotelle e mi trasferirono in una stanza confortevole in cui potei riprendere la mia lettura, una volta sistemato nel letto.
Per il tempo della ‘stabilizzazione’ nell’Ospedale della mia città e poi a Roma, per la coronarografia e poi per l’intervento al cuore, non feci altro che leggere. Se non leggevo, dormivo placidamente.
Successivamente seppi da mia figlia che un amico medico si era ‘battuto’ perché mi dessero morfina, per consentirmi di affrontare meglio il dolore, ma io non lo ritenni necessario.
Nell’Ospedale di Roma in cui mi fu praticato l’intervento chirurgico accadde la stessa cosa: un giorno sentii la Caposala discutere animatamente con mia figlia: si giustificava affannosamente dicendo: «Ma lui non chiede niente!». Anche lei, forse, si aspettava da me che chiedessi morfina. Io non lo ritenni necessario.

Il libro che mi aveva accompagnato per tutto il tempo della crisi, della degenza ospedaliera, dell’intervento, della convalescenza era veramente perfetto: riassumeva i bisogni spirituali di quell’epoca della mia vita. Alcuni dei miei ex alunni, a distanza di tempo, mi scrissero per esprimere la loro ammirazione: erano convinti che avessi impartito loro un’altra lezione di vita. Perché non mi ero lamentato della mia condizione e perché avevo affrontato la prova serenamente, essendo pronto a tutto.

Di quello che pure accadde di importante in quei mesi ricordo nitidamente solo il libro che avevo con me. Ogni riga letta fu letta con profitto.


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