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[Recensione] Ritorno alla Mary Celeste di Daniele Picciuti

Creato il 08 dicembre 2013 da Queenseptienna @queenseptienna

[Recensione] Ritorno alla Mary Celeste di Daniele PicciutiTitolo: Ritorno alla Mary Celeste
Autore: Daniele Picciuti
Editore: Dunwich edizioni
Anno:
2013
ISBN:
9788898361052
Formato: 
disponibile anche in eBook
Lingua: italiana
Numero pagine:
182
Prezzo:
€ 9,90
Genere: raccolta di racconti horror
Voto: [Recensione] Ritorno alla Mary Celeste di Daniele Picciuti

 

Trama: Nel dicembre del 1872 la Mary Celeste fu avvistata al largo delle isole Azzorre che veleggiava senza nessuno a bordo. I marinai che la incrociarono riferirono l’assenza degli strumenti di navigazione e dell’unica scialuppa. L’equipaggio era scomparso. Nessuno fu mai più ritrovato. Oggi, estate del 2013. Voci riferiscono di un avvistamento del brigantino fantasma, in quelle stesse oscure acque. Carlo Stein, noto avventuriero e showman televisivo meglio noto come “il cacciatore di misteri”, è sulle sue tracce, deciso a riprendere dal vivo quello che sarà il servizio più eclatante di tutta la sua carriera. Ma è una ricerca che non avrebbe mai dovuto intraprendere. “Iniziava a pensare che la Mary Celeste non li avesse accolti per regalare loro una grande possibilità. Ora, tutto ciò che riusciva a immaginare era che li avesse scelti al solo scopo di divorarli.”


Recensione: 
Il racconto che dà titolo alla raccolta è incentrato su un veliero fantasma, sullo spettrale equipaggio comandato dall’ormai ex capitano Briggs.

Molti di noi da bambini andavano a caccia di queste storie, era ed è piacevole leggerle e, potendolo fare, inventarle di sana pianta. Un reporter o uno showman non è molto distante da questa predisposizione di spirito, le motivazioni sono più complesse, come potrebbe essere l’ambizione per una carriera in ascesa. Può emergere una spinta piuttosto che un’altra, ma l’avventura prende il sopravvento, spinge ad accettare qualsiasi rischio, anche quello di essere preso per i fondelli. Ciò che regna sovrana è la suggestione dell’immaginario, anche a scapito della prudenza. Riuscire a filmare la nave, registrare l’invisibile, il varco che apre a un’altra dimensione, e lasciare ai posteri una tangibile testimonianza della propria impresa, questo è il grande sogno del cacciatore dei misteri.

Il brigantino fantasma è il personaggio principale, con la sua stazza, il nome sulla carena, più vivo di quelli che vi salpano per carpirne i segreti. Con esso emergono le esistenze che le profondità marine nascondono, pronte a turbare l’improvvisata ciurma salita a bordo. Non produce deliri o allucinazioni, ma l’immedesimazione di un altrui vissuto. È un’immedesimazione fatta di ricordi, passioni che si appropriano, fino a divorarla, della mente dei nuovi venuti, sotto forma di voci che rimbombano dentro, conficcandosi nell’anima. Tanto che alla fine nessuno sarà lo stesso:

Barcollò, mentre si spostava nella cambusa come un ubriaco, urlando il nome di una moglie che non aveva mai avuto, urtando qualunque cosa intralciasse i suoi passi.

Una lieve pecca del racconto è la schematicità dei personaggi i quali obbediscono a schemi prestabiliti in partenza: il marinaio non è nulla più di un marinaio, la protagonista femminile sembra essere messa lì a contorno. L’autore, a suo agio quando si tratta di rappresentare dimensioni di matrice lovecraftiana, manifesta qualche incertezza nell’esprimere il mondo reale, almeno fino a quando non sia illuminato dal fantastico.

Il racconto Il sangue delle Tenebre in apparenza è il più tradizionale. Entrano in gioco stregoneria, vampiri, Arcani Caduti, esseri che si integrano nel mondo degli uomini o vi si oppongono strenuamente.

L’occhio di Arge è un racconto che si potrebbe dire misterico, dove la lotta contro i mostri diventa una sorta di iniziazione, superamento involontario e forse provvidenziale di un varco, oltre il quale si è estranei a se stessi, e ciò che è estraneo rivela i suoi segreti. È la storia di un tentativo disperato e riuscito di integrazione e di comprensione reciproca.

Ne La reliquia, ambientato agli inizi del XIII secolo nell’isola di Pantelleria, si respirano il fascino e l’insidia dietro resti sacri da custodire e raccogliere, anch’essi porte verso poteri e dimensioni che travalicano la volontà e i limiti umani.

Dove muore il giorno è il racconto che preferisco, delicato e terribile, in cui cielo e terra si specchiano e, separati, si confondono nella dimensione terrena. È la storia di un’infanzia negletta, fatta di segregazione e violenza. Anche qui c’è una porta, aperta chissà quando, che permette al fantastico di prendere il sopravvento: le figure che si muovono sulla scena non sono quelle che sembrano, o non sembrano quello che sono.


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