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Ricordo dell’abate Zani

Creato il 19 giugno 2013 da Ambrogio Ponzi @lucecolore
Ricordo dell’abate Zani
"Don Pietro si è sempre considerato fidentino, non borghigiano, e come tale si è nominato nel titolo dell’Enciclopedia e del libro sull'Incisione e nell’epigrafe per la sua sepoltura. È pur vero che Fidenza ha una storia molto significativa costellata da tanti personaggi importanti che non sono ricordati; io ho avuto l’opportunità di conoscere da vicino la vicenda umana di quest’uomo e mi è entrata nel cuore, da incontro sporadico per una ricerca di Scuola è diventata la passione dei miei giorni, per questo mi sento di fare qualcosa per lui. Solo la conoscenza, come diceva Leonardo, porta all'amore."
Mirella Capretti
Quale miglior premessa potevamo scrivere se non quella di citare una frase dell'articolo stesso? Nella frase è espresso tutto l'amore di Mirella per questo nostro massimo concittadino e per la sua, nostra, città
L'articolo è sul "il Risveglio", settimanale della Diocesi di Fidenza è qui proposto nella stesura finale dell'autrice con alcune altre immagini 
Volevo tenere vivo il ricordo dell’abate Zani, in attesa di terminare la revisione e integrazione del volume a lui dedicato: “L’abate Don Pietro Antonio Maria Zani fidentino” per la seconda edizione. Il lavoro, nato dall’interesse, passione e disponibilità, non solo di tempo, dell’allora Preside della Scuola Media Statale “Pietro Zani” di Fidenza, prof. Paolo Mesolella, di Caserta, condiviso con grande partecipazione dalla scrivente, si protrae più del previsto, per la complessità dell’argomento trattato. Vista la mia grande ammirazione per questo eclettico erudito celebre nell’Europa dei suoi tempi, mi fa piacere riportare notizie di stima e considerazione per la sua persona e una nuova chiave di lettura della sua esperienza di studioso, giuntemi da fonti diverse, che ho messo nel testo e che vorrei intanto far conoscere. Prima, però, racconto qualcosa della sua vita intensa e tormentata, per chi l’ha dimenticata o non la conosce.  L’Abate - titolo onorifico dato in passato a chi vestiva l’abito da prete o godeva di un beneficio ecclesiastico - nacque a Borgo S. Donnino il 4 settembre 1748 e morì sempre a Borgo il 12 agosto 1821. Figlio di una lavandaia e di un sarto, perse il padre all’età di sette anni. Dovette cercar lavoro a meno di dieci anni e fu assunto alla Corte di Enrichetta d’Este vedova dell’ultimo Farnese, poi sposata Darmstadt, che dimorava in Rocca. Qui si occupò di cavalli e di Teatro “per ben vent’anni” e conobbe il pittore Bertani che lo avvicinò al mondo dell’arte che tanto amava. Lavorava di giorno e studiava di notte sugli appunti che gli passava l’amico Giovanni Borghesi allievo del Seminario. Con la piccola eredità lasciatagli dalla Principessa, mutata in patrimonio dal Duca Don Ferdinando di Borbone, altro suo grande amico e benefattore, completò gli studi e fu ordinato sacerdote nel 1779.

Ricordo dell’abate Zani

Duca Don Ferdinando di Borbone


Divenuto sordo in poco tempo, dovette abbandonare le occupazioni di una parrocchia ma poté dedicarsi allo studio. Grazie al pittore concittadino Dal Verme, che frequentava l’Accademia di Parma e al pellegrinaggio a piedi a Roma per il Giubileo del 1775, aveva incontrato artisti e visitato collezioni di stampe, verso cui si sentiva attratto fin da bambino. L’interesse e la passione per quelle lo terrà in pratica occupato tutta la vita - anche se da giovane si era dedicato alla poesia e alle lettere - e lo farà diventare uno dei massimi esperti a livello europeo. In quegli anni l’incisione era molto apprezzata. Il Toschi di Parma, ad esempio, abbandonava la pittura per dedicarsi all'intaglio di rame, tecnica più richiesta e redditizia, per perfezionare la quale si recava a Parigi. La stampa su carta da incisione metallica, infatti, ebbe grande diffusione come mirabile strumento per ripetere le opere pittoriche dei sommi maestri in formato minore, replicabile senza perdere l’originalità, portando così a conoscenza di molti, dipinti unici, spesso inaccessibili e conservando la memoria di quelli perduti. Il grande Tiziano Vecellio commissionava incisioni per tutti i suoi quadri. Erano in gran numero i nobili e gli amatori qualificati che si dedicavano con vanto alla conoscenza e al collezionismo delle stampe e che possedevano importanti Raccolte. Con molti di essi, anche stranieri (sapeva pure diverse lingue) Don Pietro riuscì a entrare in contatto, nonostante la mancanza di studi specifici e le umili origini ed ebbe un fitto scambio d’informazioni per via epistolare. L’Abate, da vero conoscitore, “connaisseur” secondo l’Enciclopedia francese di Diderot e D’A., si era cimentato con l’acquaforte: “Non si può mai essere un perfetto conoscitore di Pittura senza essere Pittore; ed è molto raro che un Pittore sia un buon Conoscitore. Questo esempio è valido per qualsiasi arte, non solo per la Pittura, con lo stesso risultato”. Così, al pari di altri grandi eruditi e studiosi dell’arte incisoria del tempo (Bartsch, Strutt, Denon), fece le sue prove d’incisione riprendendo da Parmigianino, con mano esperta e raffinata, la “Deposizione di Cristo nel sepolcro”.

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“Deposizione di Cristo nel sepolcro”. 


Di quelle, una copia speculare è conservata nel Museo del Risorgimento fidentino e due prove si trovano nella Collezione di Massimiliano Ortalli, in Palatina a Parma. Questo a dimostrazione ulteriore dell’amicizia e della stima del collezionista parmense, che ha onorato l’Abate collocando le sue prove insieme all'originale del Mazzola, nei ricchi volumi in folio della propria raccolta (R. Cristofori). Per Don Pietro, l’incontro con l’abate Bianconi, segretario dell’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano (fondata da Maria Teresa d’Austria), altro suo importante amico e benefattore, gli fu di aiuto per realizzare la grande idea di scrivere un’Enciclopedia Metodica dell’Arte, viste le tante imprecisioni presenti nelle pubblicazioni consultate. Per portare avanti l’immane progetto visse di stenti, sperando inutilmente per anni in un impiego in Biblioteca a Parma, come custode, ma anche come facchino, per arrotondare il magro mensile offerto dalla Corte. Rimangono le sue lettere di richiesta, ossequiose, secondo la moda del tempo, scritte all’Affò, subentrato al Paciaudi nella Direzione della Biblioteca. Si privò di cose molto care: per pagarsi il viaggio a Milano, vendette la sua Enciclopedia di D. e D’A., per possedere la quale aveva fatto una supplica al Papa, poiché era considerata tra i libri proibiti; dovette vendere anche la sua raccolta di stampe, che comprendeva opere rare avute in dono tra cui “La morte di M. V.”. dello Schongauer e un tondo di Sandro Botticelli “L’angelo Raffaele con Tobia”.  Per documentarsi, girò l’Europa a piedi, con la penna d’oca e il calamaio in bisaccia: da Vienna, dove fu accolto con onori dall’Imperatore Francesco II, padre di Maria Luigia, a Praga, a Dresda, a Lipsia, ovunque ricevuto con grande cortesia e ospitalità. Ritornato in Italia, passando da Padova, Venezia, Livorno, Firenze e Roma, si porterà fino a Napoli. Sempre in questua per trovare il denaro occorrente per i suoi studi e viaggi, avrà un aiuto di 400 scudi in monete di Francia, per andare a Parigi, a esaminare la più grande raccolta di stampe, nientemeno che da Napoleone. Là, la sua costanza e il suo impegno - “Constantia et Labor” il suo motto - furono premiati dalla scoperta della prima stampa su carta da matrice di metallo, ricercata non solo da lui, che, secondo il Vasari (1568) e il Baldinucci (1681), contendeva il primato italiano alla Germania. 

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Incoronazione della Vergine

Si trattava dell’Assunta o Incoronazione della Vergine impressa a rovescio dal niello (lastrina di metallo inciso e riempito di nero) della “Pace” d’argento (da baciare per “stare in pace”) di Maso Finiguerra di Firenze. L’incisore parigino Denon gli fece allora quel ritratto di profilo nell’atto di osservare con la lente l’emozionante ritrovamento, di cui una stampa fu tenuta per anni nello studio del Vescovo Sanvitale, suo grande estimatore come prete e come studioso - anche quando da Borgo fu trasferito a Piacenza - ma andò dispersa con i bombardamenti dell’ultima guerra.  Lo Zani, scrisse poi, nei “Materiali per servire la storia dell’origine e dei progressi dell’incisione …”, le sue prove per dimostrare che la stampa di Maso era stata realizzata entro il 1452, mentre la prima documentazione sull’incisione tedesca risaliva al 1460.  Il Duca Don Ferdinando, che aveva promesso all’Abate la pubblicazione dell’Enciclopedia, pur avendo rinunciato al suo Ducato costretto dal Bonaparte, riuscì a far imprimere a sue spese solo i “Materiali”: morì, infatti, avvelenato dopo pochi giorni a Fontevivo. Sarà grazie al nuovo Amministratore degli Stati Parmensi Moreau de Saint Mery, se Don Pietro potrà avere il tanto ambito Incarico della Cura delle Stampe presso la Biblioteca Reale e potrà recarsi a Genova a visitare l’altrettanto desiderata Collezione Durazzo. A Pavia, invece, dal Conte Malaspina, che per convincerlo ad andare a consultare la sua preziosa raccolta, era venuto a invitarlo fino a Borgo, sarà accompagnato in carrozza. Incontrò e si fece benvolere da tanti artisti, dallo scultore Canova, al Pernati, al Batoni - ideatore dell’immagine del Sacro Cuore - all’incisore Bossi, all’Unterberger che gli fece il ritratto a Vienna. Ebbe grande considerazione e stima da Principi, Duchi, Marchesi, Baroni e anche da due Papi: Pio VI, che si compiaceva con lui di essere stato il primo a formare un Gabinetto di Stampe, a idearlo e a eseguirne il progetto, e Pio VII, ma subì anche critiche.  In molti aspettavano la sua Enciclopedia, annunciata ormai da anni con vari “Manifesti”.  La Duchessa di Parma Maria Luigia, amante della cultura e dell’arte, ne sovvenzionò la stampa nel settembre 1816, ma le amarezze per Don Pietro non erano finite, così passarono altri anni senza proseguire l’Opera, che si riprese solo nel settembre 1819. La Duchessa lo onorò pure nominandolo Cappellano residente della Chiesa Magistrale dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio in Parma (Steccata) e gli commutò il titolo di Custode delle Stampe in Vice Bibliotecario. Gli concesse anche una somma annua per l’affitto di una stanza in città, vicino alla Tipografia, per sorvegliare il complesso e laborioso lavoro d’impressione con i caratteri mobili. Purtroppo però la gioia fu breve, il male alle gambe, che già lo aveva tormentato, diventò più acuto per cui dopo poco più di un anno si fece riportare a Borgo, sperando di rimettersi, ma in tre mesi morì senza aver realizzato il sogno della sua vita. Furono stampati ventotto volumi, su un centinaio, la cui uscita era sempre pubblicata nella quarta e ultima pagina della “Gazzetta” con “Avviso tipografico”. I manoscritti rimasti giacciono in Palatina a Parma.  Il suo essere prete, comunque, ha contribuito a dare un tocco di fede a tutta la sua Enciclopedia. Nell’Indice di oltre quarantamila artefici, dopo l’indice generale, a pag. 175, ha scritto: “Dio o Iddio fu il primo architetto, il primo pittore, e il primo statuario nella fabbrica del Mondo, e dell’Uomo. Stato ab eterno, senza principio, e senza fine.” Piccolo contributo per fugare qualche dubbio in chi si è chiesto se la sua fu vera vocazione o ricerca di uno status che lo innalzasse dalla povertà. Il busto che lo ritrae sulla sua tomba nella parete destra della Cappella del cimitero urbano aspetta da qualche tempo una rinfrescata da un’inopportuna verniciatura degli anni ’80. Fidenza gli ha dedicato una Via e una Scuola. Don Pietro si è sempre considerato fidentino, non borghigiano, e come tale si è nominato nel titolo dell’Enciclopedia e del libro sull’Incisione e nell’epigrafe per la sua sepoltura. È pur vero che Fidenza ha una storia molto significativa costellata da tanti personaggi importanti che non sono ricordati; io ho avuto l’opportunità di conoscere da vicino la vicenda umana di quest’uomo e mi è entrata nel cuore, da incontro sporadico per una ricerca di Scuola è diventata la passione dei miei giorni, per questo mi sento di fare qualcosa per lui. Solo la conoscenza, come diceva Leonardo, porta all’amore. Ecco perché trovare sulla Gazzetta di Parma del 28 aprile 2012 un articolo che lo citava, mi ha fatto molto piacere e l’ho riportato nel libro.

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Rembrandt: stampa citata nel testo


A Pavia, nella Mostra della Collezione Malaspina, (aprile luglio 2012), ora di proprietà comunale, è stato ricordato l’Abate come consigliere del Marchese. Lo veniamo a sapere grazie al particolare interesse di Manuela Bartolotti, che così scrive sul quotidiano a proposito delle insuperabili interpretazioni di Rembrandt: “Questa capacità degli artisti autentici non era stata veramente compresa, almeno in un primo tempo, dal collezionista Luigi Malaspina di Sannazzaro (1754-1835) che vedeva nei chiaroscuri di Rembrandt e nel suo intrico di segni, un difetto tale da deprimere proprio i soggetti più sacri e celesti. Ma, fortunatamente, dopo il confronto con l’abate fidentino Pietro Zani (1748-1821), uno dei più colti esperti europei d’incisione - che sarebbe opportuno tornare a valorizzare - recepì l’intensità e l’originalità della grafica rembrandtiana, reperendo per la sua raccolta (una delle più importanti d’Italia) quarantatré stampe originali e sei copie, la maggior parte delle quali ora in mostra alle Scuderie del Castello Visconteo di Pavia. L’esemplare più raro della raccolta è sicuramente la cosiddetta (1649), forse così intitolata per il prezzo pagato all’acquisto e ritenuta non solo il capolavoro del maestro di Leida, ma anche una delle più importanti stampe di tutti i tempi. …”.  Un importante contributo per capire la vicenda umana e di studio dell’Abate e quanto fosse considerato, arriva invece addirittura da Genova. Nel Catalogo seguito alla Mostra sulla Collezione Jacopo (Giacomo) Durazzo nel Palazzo Reale di Genova dell’autunno 2012, due approfonditi saggi di altrettanti appassionati ricercatori, Susanna Canepa e Roberto Santamaria, hanno messo in risalto il legame di amicizia tra Don Pietro e il nobile genovese, in cui la figura del Nostro assume un rilievo straordinario. La Canepa, esaminando il carteggio della Palatina di Parma e non solo, e scoprendo l’intreccio di conoscenze e passioni comuni tra il Durazzo, il Duca Don Ferdinando, il Bianconi e lo Zani, ipotizza in modo convincente che “l’impulso a visitare i più celebri gabinetti d’arte del continente sia giunto allo studioso proprio dal genovese”. Quell’“amore per le stampe … innato nella mia anima e quella sete ardentissima sin dalla più tenera età”, come scrisse Don Pietro, trovavano così la possibilità di saziarsi, finalizzati a un obiettivo ben preciso e con l’approvazione e l’appoggio di nobili eruditi.  Forse non a caso i viaggi all’estero dell’Abate iniziarono da Vienna seguendo un programma che si può immaginare suggerito dal Conte secondo quanto egli scrisse nella missiva del 24 marzo 1792 da Venezia:  “Sig.r abbate stimatissimo, di sommo piacere mi è stato il sentire che Ella sia contenta di Vienna, dove sapevo che si era portata per procurarsi tutto ciò che contribuir possa all’esecuzione della di Lei rispettabile intrapresa (l’Enciclopedia). Non dubitavo della facilità che ha trovato presso il sig.r Principe di Paar, … Così credo che possa dirsi anche della collezione del Sig.r Principe di Lichtenstein: ambedue hanno raccolte copiose perché hanno avuto copiose somme da impiegarvi. Per ciò che riguarda la biblioteca, …  Un ottimo cooperatore indefesso ed intelligente egli è per certo il Sig.r Bartsch e ciò che da esso potrà rilevare, circa il modo di conoscere le incisioni degli antichi intagliatori, non le sarebbe stato possibile di saperlo da altri. Io ho una somma stima di questo giovine ed ella è pregata di fargli i miei complimenti.  So che dopo la mia partenza ha egli incise diverse cose e, se potranno acquistarsi, me ne procurerò forse qualcheduna. Ella me ne dia qualche certezza … Sono certo che Ella vedrà di molto belle cose a Dresda, non so però se vi sia persona che possa supplire ai lumi che le avrebbe dato il Sig.r Heinecken.  Si faccia coraggio, disponga di me in quello che posso e mi creda con sincera stima.  Suo Obb.mo ed Oss.mo Il Conte Durazzo”.
Nella lettera il Conte si dice dispiaciuto per non potergli far avere il Dizionario del Fuessli, poiché lo sta ancora usando per il suo Abecedario. Il nobile genovese era fratello del Doge della città ligure, Ambasciatore della Corte Austriaca a Venezia e già Consigliere di Stato di Sua Maestà Imperiale Maria Teresa d’Austria a Vienna.   L’uomo, di grande cultura, stimato in tutta Europa, collezionista raffinato di stampe rare e definito poi da Zani “uno dei più grandi amatori che abbia conosciuto l’Europa”, era in contatto con la Corte di Parma. Nel 1787 aveva fatto pubblicare dal Bodoni (con data 1784) una “Dissertazione” per far conoscere il nuovo sistema da lui ideato nel disporre due Collezioni di Stampe composte per il Principe Alberto di Sassonia (ora all’Albertina di Vienna) e per la propria famiglia. Ne fece pervenire due copie ai sovrani di Parma, Don Ferdinando e Maria Amalia - che era figlia di Maria Teresa d’Austria - “persuaso dell’amore che nutrono per le Belle Arti”. Alcuni membri del casato Durazzo furono al servizio del Borbone come sottoscrittori d’ingenti prestiti per la “nuova strada carreggiabile di Genova” - l’attuale Via Farini di Parma - e per le “Reali dogane in Parma e Piacenza” (S. C.).

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Il Conte Durazzo

Il Durazzo “venuto a conoscenza del lungimirante intento di Pietro Zani determinato a scrivere un’Enciclopedia delle Belle Arti” (S. C.), ne aveva richiesta la bozza del programma. Nella lettera dell’8 marzo 1788, così aveva risposto: “Non so s’io debba più lodare la vastità dell’idea o la chiarezza con cui ne viene presentata ogni parte. Certamente un’opera così estesa e così dettagliata meritar deve la riconoscenza di tutti quelli che delle Belle Arti si occupano e si divertono. Mi è stato di piacere lo scorgere che in molte cose ci siamo incontrati e che vi sono delle parti che dovrebber assolutamente riuscire simili nella di lei opera ed in quella ch’io mi ero proposto di pubblicare…”. E, considerata la grandezza dell’impresa, si prodigava in consigli concreti per organizzare il testo in modo pratico per la consultazione. L’opera di cui parla il nobile, l’“Abecedario… di tutti gli artisti… ”, lo impegnerà per tutta la vita, insieme alla moglie, ma non vedrà la luce (S. C.).  Questa dedizione totale all’Arte e alla sua divulgazione, senza raggiungere lo scopo, accomuna i due personaggi, i quali come scrive la Canepa, “divennero corrispondenti in anni che vanno dal 1788 al 1794; li univa la passione per le incisioni d’arte e la comune finalità di diffondere le loro conoscenze attraverso iniziative editoriali, affinché l’amore per la bellezza non fosse privilegio di pochi”.  A detta dell’Abate, il giudizio molto positivo in riscontro alla bozza del programma e la fiducia concessa da un così autorevole conoscitore d’arte, furono per lui di forte stimolo, tanto da fargli abbandonare qualunque altra occupazione, per dedicare tutto il suo tempo all’Enciclopedia. Il Conte non ebbe però solo parole di stima, ma aiutò generosamente Don Pietro con l’invio di notizie e di libri e si “associò” in seguito all’Opera con un contributo finanziario, affinché fosse pubblicata.  “L’aristocratico seppe cogliere con straordinaria intuizione le qualità del più giovane e meno esperto interlocutore, che diverrà l’autore del più completo repertorio artistico fino allora compilato. … Inoltre un appoggio tanto autorevole potrebbe aver favorito il finanziamento alla pubblicazione del Prodromo (programma dell’Enciclopedia) che Zani ottenne da Don Ferdinando” (S. C.).  Il nobile aveva iniziato uno scambio di lettere col Nostro, grazie al Bianconi, suo “amico amatissimo”. Questi, a proposito del Prodromo gli scriveva, invece, di “sensazioni di meraviglia, che mi ha risvegliato, benché in gran parte lo conoscessi.”; ma esponeva anche le sue perplessità: “Ardirei dire che non sembrano capaci d’eseguirlo, non dirò due uomini studiosi, e travagliatori, ma nemmeno sei, che da lungo tempo avessero impiegato studii e fatiche sulla storia delle Belle Arti, e sulle stampe de’ migliori Incisori…”.  Il Durazzo, dopo essere stato per venti anni ambasciatore a Venezia, era rientrato a Genova per incamerare l’eredità del fratello Marcellino, nel 1784. Dal 1791 era ritornato nella città lagunare, dove morirà dopo tre anni. Il fatto che da là scrivesse a Zani mentre questi era a Vienna dimostra chiaramente quanto fosse bene a conoscenza del viaggio e dell’itinerario del Nostro e gli premesse indicare le persone da incontrare, descrivendone le qualità. Le lettere, allora, giravano con la Posta dei Cavalli. Grazie all’abate Don Mauro Boni, lo Zani poi poté finalmente incontrare di persona a Venezia l’illustre amatore d’arte e conversare con lui a lungo di Belle Arti, realizzando un suo grande desiderio. Jacopo, ormai malato, aveva ceduto il suo Gabinetto di Stampe al nipote Marchese Girolamo Durazzo, poi Doge di Genova; si era però tenuto il catalogo manoscritto della collezione, che lasciò esaminare a Don Pietro e la preziosa serie di “nielli”. Queste piccole lamine d’oro e d’argento incise e riempite di smalto nero nei solchi, erano custodite “come suol farsi delle più rare gemme”, in una cassettina, per cui il Nostro non osò chiedere il permesso di esaminarle a suo piacere.  Il Boni era amico e collaboratore del Durazzo, il quale lo aveva già indirizzato alla stesura della storia dell’incisione, soprattutto dei nielli (R. S.). Dal saggio della Canepa veniamo a sapere che in quella cassettina, oltre a trentatré nielli, “erano tenute in gran conto 189 “stampine”, considerate le primordiali impronte dell’arte calcografica”. Il Conte le presenta in un altro suo manoscritto “Dissertazione riguardante i nielli” come “Una piccola ma nuova Raccolta di Stampe (che vali, pur deve dirsi, benché dalle comuni e conosciute assai diversa), sparge dei Lumi su questo argomento [l’origine della stampa dai metalli] e lo rende interessante…”.  E spiega che sono il prodotto di una tecnica degli orafi per verificare il risultato del disegno sulle lamine metalliche, prima di fondere lo smalto nero definitivo. Dopo aver cosparso la lastra di nero fumo impastato con olio (poi facilmente eliminabile), e pulita la superficie, dove risalta la tintura nelle linee dei solchi incisi, così continua: “…traevano gli impronti con carta umida … aggravandovi sopra con la mano o con rullo rotondo, il che non solo le faceva comparire stampate, ma venivano come disegnate a penna…”. Se i tracciati non erano perfetti, si poteva lavorare ancora col bulino. Il nobile racconta ancora l’acquisizione delle “stampine” per merito di G. Antonio Armano, che le scoprì a Roma nella Galleria d’Arte di G. Gaddi, collezionista delle opere “d’intaglio che erano già del famoso Lorenzo Ghiberti …”. Nello stesso documento il Durazzo descrive anche la tecnica più elaborata dei calchi in “zolfo” per ricavare copia delle lastre incise prima di essere niellate “…improttandovi sopra o terra o gesso finissimo, nella quale (impronta) risultando l’intaglio a rovescio e coi tratti a rilievo, fu necessario gettarvi del zolfo ben liquefatto nel qual restava impressa perfettamente il lavoro nel senso medesimo della lamina originale; …”. La tintura di nero fumo e olio, dopo la pulitura della superficie, avrebbe fatto risaltare l’intaglio, come spiegato dal Cellini. Nel manoscritto erano pure esposte documentate considerazioni “per provare il primato degli Italiani sui Tedeschi nell’invenzione della stampa da metalli e dar ragione a Giorgio Vasari, che individuava in Maso Finiguerra un precursore” (S. C.). Il testo aveva anche un altro scopo così espresso dal Conte: “… Niun ch’io sappia ha finora scoperto non che illustrato nessuna di queste stampe originali ricavate da lamine da niellarsi. Questa è una nuova classe affatto ignota agli Amatori dell’Arte e questa ho io la sorte di essere il primo a conoscere per destare i dilettanti a farne ulteriori scoperte…”. La “Dissertazione riguardante i nielli” inviata poi dal Durazzo a Don Mauro, per una revisione, in vista della pubblicazione (mai avvenuta), è conservata tra le opere del Boni nella Biblioteca “Panizzi” di Reggio Emilia (R. S.). “Effettivamente, continua la Canepa, per Pietro Zani, dopo aver visto a Venezia la raccolta di nielli da lui definita “unica nel suo genere” e aver ricevuto le istruzioni del Conte su “stampine” e zolfi, si dischiuse un nuovo percorso intellettuale: quello dello studio delle impressioni da lastre d’oreficeria, incise per essere niellate. A queste ultime rivolse una particolare dedizione spinto anche dall’interesse per i risvolti storici. Affrontò di conseguenza la ricerca di documenti probatori del primato italiano sull’invenzione delle stampe da metalli. Già non appare casuale la prosecuzione del suo viaggio a Firenze e a Livorno, ove ebbe occasione di vedere un calco in zolfo…”.  Termina poi affermando che “il metodo filologico sottoposto al criterio della ragione adottato da Pietro Zani e da Jacopo Durazzo nei loro scritti, li accomuna e li identifica fra i maggiori intellettuali del loro tempo, ma anche tra i precursori e fondatori dei moderni Studi sull’Arte.”.  Don Pietro, infatti, passando per Ferrara e Firenze (dove trovò chiusi tutti i Gabinetti di Stampe, perché i custodi o i proprietari erano in villeggiatura), si recò a Livorno. Là, nella raccolta del Governatore Conte Seratti trovò una bellissima “impronta in zolfo” ricavata dalla Pace di Maso (ora al British Museum di Londra), che lo porterà alla famosa scoperta del Louvre. Solo nel 1802, a Genova, vedrà l’altra impronta in zolfo, oggi conservata al Cabinet des estampes del Museo del Louvre, ammirando la prestigiosa collezione Durazzo. Il Marchese Girolamo III Durazzo, Doge di quella Repubblica (chiamata Repubblica Ligure dopo la venuta di Napoleone), l’aveva ereditata da Jacopo, suo zio - incontrato da Zani a Venezia - morto otto anni prima. “L’Abate fu per tre settimane ospite nel palazzo di via Balbi per studiare tutto il materiale incisorio con la collaborazione dei custodi, Enrico Bauer e Giuseppe Reichel” (S. C.).  Lo Zani, nel Discorso Preliminare della sua Enciclopedia dedica più di due pagine a quel “delizioso soggiorno” e dice che Bauer gli copiava magistralmente rebus e marche: “… e s’io per lo passato struggevami di desiderio di attingere a quella fonte inesauribile di bellezze ne aveva ben donde, ché allo svolgere del primo portafoglio, mi abbattei in cose nuove affatto a’ miei sguardi. Non altrimenti fu di quelli che venner dopo: e qui utilissime osservazioni, e qui il misurare stampe, e qui il contar figure.  Possibile (andava io fra me borbottando) che dopo aver ripassato tante migliaja d’incisioni molte ancor se ne presentino per me sin qui intieramente sconosciute! … Giova qui il ricordare che su le antiche della scuola Fiorentina, che pervenute gli erano dal famoso museo Gaddi di Firenze, rinvenni la serie originale dei Profeti e delle Sibille della massima conservazione e freschezza, simile a quella del gabinetto Reale di Parigi. Vi trovai in oltre 28 Nicoletti da Modena, e molte altre carte irreperibili, e finalmente mi fu dato di esaminare a mio bell’agio i famosi nielli sovraccennati, ove parlo del mio viaggio di Venezia. …”  In una nota fa sapere di aver rinvenuto “lo zolfo originale e bellissimo dell’Assunta stessa sebben mal conservato. Non indugiai un istante di porlo a confronto colla stampa da me fatta incidere a Parigi (inserita nei “Materiali”), e fu per me cosa soddisfacente il trovar le teste e le altre parti, ancor conservate, perfettamente consonanti. Oh! quanto mi sarebbe stato caro in quel momento di aver pure sott’occhio lo zolfo Seratti da me veduto in Livorno! ... ”  I “custodi” Bauer e Reichel, i cui nomi denunciano una provenienza nord-europea, forse da Vienna, città nella quale Jacopo fu inviato straordinario della Repubblica di Genova” (R. S.), rimarranno poi in contatto epistolare con Don Pietro. “Continuò un fitto scambio di considerazioni su attribuzioni e marche, nonché su osservazioni riguardanti zolfi e carte da gioco, ma questa volta era Zani a dispensare pareri dall’alto della sua esperienza. I custodi-segretari del cabinet Durazzo più volte espressero la loro ammirazione nei confronti dell’Abate, “uomo non plus ultra” per la competenza dimostrata e alle loro note di apprezzamento si associarono, con attestati di stima, anche Girolamo Durazzo e la moglie Angelina Serra” (S. C.).   Una bella lettera di Bauer scritta il 31 dicembre 1802, ci fotografa l’atmosfera di stima, affetto, considerazione e ammirazione che circondava Don Pietro, dopo il soggiorno a Genova.  “Ill.mo Sig.r D.n Pietro L’avviso grazioso, che si degnò V.S.Ill.ma farci pervenire del felice viaggio ed arrivo suo in Parma, era sommamente gradito a tutti noi. Ben avevano ragione cotesti Signori di far le meraviglie dello smisurato travaglio da V.S.Ill.ma accumulato nel breve soggiorno, che fece in Genova, quantunque non avessero il bene di esserne testimonj come noi e tale è l’impressione rimastami di quanto vidi ed intesi in quelli fortunati giorni, che mi par di vedere tuttavia aggirarsi lo Spirito di D.n Pietro nel nostro gabinetto e sfavillarne i portafogli di nuova luce. …  Profitto con estremo piacere della ricorrenza del nuovo entrante anno per porgere a V.S.Ill.ma, anche a nome dell’amico Giuseppe (Reichel), i più sinceri auguri per ogni più compiuta felicità e lunga conservazione sua a consolazione degli amici, non meno che a gloria delle Belle Arti, le quali però, ricevuto che abbiano l’immenso tributo che fra breve loro destina V.S.Ill.ma, non hanno più il diritto di assorbirlo così intieramente come in passato con pregiudizio dei primi e forse di sé stesso; corre bensì l’obbligo alle medesime di rendere ogni istante della preziosa esistenza del loro più fervido amatore, delizioso ed ameno. Prego V.S.Ill.ma a ben persuadersi de’ sentimenti veraci di stima, ammirazione, attaccamento che se le professano tra noi generalmente ed in particolare dal di Lei Div.mo ed Affez.mo Serv.e Enrico Bauer”. Segue una nota autografa di Durazzo “Soggiungo a tributo della costante ammirazione che per lei ebbe luogo di concepire a fondo delle ricerche … che riscontrò nella mia collezione … che vorrà illustrarla. Gradisca anche … di mia moglie gli attestati di stima con i quali me le protesto Div.o Serv.e Girolamo Durazzo”. La grande stima di cui godeva come esperto lo rendeva spesso ricercato e interpellato per la valutazione delle stampe. Ancora Reichel, il 15 marzo del 1807, comunicava all’Abate che “è venuto il momento che il nostro Gabinetto di Stampe è ricercato per il Re di Spagna, ed il Ministro di quel Re, qui in Genova, deve venire a vederlo. Desidererei una pronta risposta da V. S. … una piccola Dissertazione, annoverando tutto il prezioso per presentarlo al Ministro. Oltre le stampe della raccolta, devono esservi quelle nei libri, i nielli con i rami incisi per essi, il zolfo, le Carte Stampite, il famoso Trionfo …, i rami …, tutti libri che parlano delle Belle Arti … Il suo sentimento riguardo al prezzo ci sarà molto utile”. (S. C.).  Nella successiva del 1° aprile, Reichel avvisa l’Abate che riceverà una lettera dal Ministro di Spagna “per informarsi e sentir da Lei il sentimento riguardo al nostro Gabinetto di Stampe, per poter scrivere alla sua Corte d’essersi informato da Persona Intendente e degna di Fede; in conseguenza prego di usar quei termini da non mostrar parzialità verso il nostro Gabinetto, e non ostante tenerlo in credito” (S. C.). La cessione della raccolta, comunque, non sarà attuata.  In una del 16 giugno Reichel scrive: “Godo infinitamente che per quel canale d’onde si ricevono le grazie, sia pure passato un raggio sul codesto governo (riferito alla nomina a Conservatore Aggiunto della Biblioteca, ricevuta grazie a Locard) per riconoscere l’Uomo di tanto merito, dello quale ogni paese dovrebbe gloriarsi a possederlo” (S. C.). Lo Zani verrà a sapere in seguito da Reichel che, alla “morte del Doge (Girolamo + 1809) il suo gabinetto è passato in quello del Sig. marchese Marcello. Ed oh quanto è mai da desiderarsi, che un sì ricco e raro tesoro sempre si conservi nella nostra Italia!”. Una copia del voluminoso catalogo “Giacomo Durazzo teatro musicale e collezionismo tra Genova, Parigi, Vienna e Venezia” è stata donata dalla Canepa all’Assessore alla Cultura di Fidenza prof. Zanettini e una copia alla Biblioteca “Leoni” nel Palaorsoline.   Per ultimo mi fa piacere riferire di un interessante articolo a firma dell’avvocato Giampaolo Mora, raffinato collezionista di stampe, apparso sulla Gazzetta di Parma del 15 aprile 2013, in cui l’Abate è ricordato come “peritissimo cultore e storico dell’arte incisoria” e il primo, a Parma, “a intuire l’importanza della conservazione del patrimonio culturale rappresentato da una raccolta di stampe”. A tal proposito il Mora riporta dai “Materiali…” il lamento dello Zani per , da lui ritenuto il più ricco d’Italia. E continua: “Per riparare il danno subito dal patrimonio artistico italiano, a seguito di tale perdita, l’Abate esortava il Conte Antonio Remondini famoso collezionista e il parmense signor Massimiliano Ortalli a proseguire nelle loro già pregevoli raccolte .” Trascrive l’affermazione dello Zani sull’Ortalli: <… Egli non possedeva che una timidissima raccolta d’incisione e a me fu dato di sviluppare i semi della nobile passione che egli covava in seno sì che la sua collezione forma un insigne ornamento della Sua Patria>. Quando l’Ortalli per necessità mise in vendita la raccolta, l’Abate non era più in vita, ma il grande incisore Paolo Toschi ne aveva raccolto il testimone e preoccupato che una così prestigiosa raccolta finisse smembrata, si offrì di prenderla, nella speranza, come avvenne, che la Duchessa Maria Luigia la acquistasse definitivamente, per poi donarla alla Ducale Biblioteca. Continua il Mora: “Si deve dunque all’abate Pietro Zani e a Paolo Toschi se l’importante raccolta Ortalli sia rimasta a Parma per aggiungersi alle preziose opere custodite nella Palatina. Non era riuscito invece l’infaticabile abate fidentino a impedire lo smembramento di una straordinaria raccolta di ben trentatremila “intagli” in rame e in legno appartenuta al parmigiano Conte Giulio Scutellari … Recatosi nel 1775 a Roma dove lo Scutellari custodiva la sua collezione, lo Zani ebbe la ventura di trovare quasi intatta la raccolta, ma non riuscì a convincere il Conte a mantenerne l’integrità. Ne abbiamo notizia dal Conte Antonio Cerati in una sua inedita dissertazione dal titolo “Sentimenti di un parmigiano - Elogio del Conte Giulio Scutellari”.  Tutto l’impegno e la passione per lo studio delle stampe di Don Pietro, oggi sono difficili da attualizzare e da comprendere se manca una conoscenza e un amore specifico per la tecnica incisoria. Vorrei che fosse amato almeno per il fervore che ha messo nel realizzare il suo obiettivo che era quello di racchiudere la bellezza dell’arte in una serie di libri accessibili ai più. Tra gli studiosi, comunque, il suo nome è continuamente citato e la sua Enciclopedia ancora consultata dalle Case d’Aste internazionali.  Fidenza 17-05-2013                                                                          Mirella Capretti



Ricordo dell’abate Zani

Il libro citato nell'articolo



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