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Riflessioni sulla democrazia

Creato il 27 maggio 2013 da Conflittiestrategie

 

Ogni sindaco prima di me, sin dove arriva la memoria era stato accusato di essere un demagogo sognatore, oppure un ladro o un truffatore tuttavia io presi quel posto con un certa speranza, intendendo rendere tutto più bello, dare alla gente il dovuto, far sì che i grossi delinquenti si mettessero in riga. Come già una volta il Ledger stava tentando di vendere la sua terra per un parco, ma io lo impedii. Poi allontanai a bastonate sul muso lo schifoso maiale dal trogolo. Che accadde? Bene scoppiò un’ondata di criminalità sulle pagine del Ledger! Quanti rapinatori, giocatori d’azzardo, fuorilegge ubriaconi, e luoghi del vizio! La chiesa cominciò a chiacchierare, la corte mi si mise contro. Sporcarono il mio nome e quello della città mi uccisero per averla vinta. E questo è un gioco da banditi, amici miei, che si chiama democrazia!”. E.L. Masters, Nuova antologia di Spoon River.

La democrazia è la via più breve per l’oligarchia. Difficile contestare questa affermazione alla luce degli sviluppi dei nostri sistemi occidentali, diretti da ristrette cerchie di potere le quali richiamandosi alle supreme leggi del mercato e ad un comune uso degli strumenti ideologici e politici di condizionamento dei vari strati della popolazione, tentano di plasmare a loro immagine e somiglianza le sfere dell’agire umano, dove opera uno storicamente specifico rapporto di ri-produzione sociale che per carenza categoriale definiamo ancora capitalistico nonostante si sia distanziato, in alcuni tratti fondamentali, dalla sua configurazione precedente.

Tuttavia, è bene ribadire che queste élite di comando non sono tutte sulle stesso piano, benché spesso si alleino in organismi sovranazionali, sposino il medesimo modus operandi, le stesse parole d’ordine, simili regole comportamentali, scale valoriali, diritti e doveri sociali ecc. ecc.. Vi è una matrice che influenza tutte le altre nella nostra parte di mondo, quella che l’economista Gianfranco La Grassa chiama la formazione dei funzionari (privati) del capitale di derivazione statunitense, emersa dalla dissoluzione di quella borghese di “genealogia” inglese, nata con la rivoluzione industriale. Questi gruppi dominanti che fra loro sono in una relazione di preminenza/subordinazione, quindi in un rapporto conflittuale determinante una egemonia gerarchica, sia nella segmentazione dello spazio mondiale che nella stratificazione di quello nazionale, si sono appropriati del concetto di democrazia e ne hanno fatto un paravento per il loro assolutismo pubblico.

C’è un interessante saggio del filosofo francese Jacques Ranciére che analizza in dettaglio questa metamorfosi dell’idea di democrazia, divenuta un indiscutibile congegno di mascheramento della sovranità autoritaria dei pochi sui molti, col consenso passivo di quest’ultimi. In Ranciére però manca totalmente quella dimensione conflittuale, quale complesso di strategie politiche erompenti dalla disputa tra drappelli dirigenziali, tanto nell’estensione mondiale che in quella nazionale, fattore che gli impedisce di comprendere e di pesare la consistenza geopolitica e i concreti differenziali di potere tra i suddetti raggruppamenti preminenti di ciascuna formazione statale, i quali pur facendo riferimento ad uno speculare sistema di progetti e obiettivi occupano postazioni più o meno privilegiate (di potenza) nell’area globale, indirizzandone (o subendone) i processi e le risultanze.

Da questo ragionamento errato viene impropriamente inferita l’esistenza di una fantomatica classe dominatrice unificata a livello planetario, di tipo tecnocratico o finanziario, che ambirebbe, ricavandone la forza da una necessità teleologica (il trionfo della tecnica e della produzione illimitata) ad occupare e sottomettere l’intero orbe terraqueo, spodestando stati e popoli.

Prescindendo da questo approdo discutibile, Ranciére ci fornisce una serie di riflessioni sulla democrazia che colgono nel segno, specialmente laddove egli individua e spiega evidenti effetti distorcenti, sociali, ideologici, politici, rispetto ai quali i nostri intellettuali da riporto sono sempre pronti a fornire giustificazioni e rappresentazioni di comodo. Soprattutto sesi tratta di respingere in blocco fenomeni di protesta o di resistenza, accelerati dal default economico in quanto riflesso di un più profondo squassamento geopolitico, che rischiano di sfuggire di mano e che vengono immediatamente bollati come populisti. Cito di seguito i passi più significativi del suo testo sperando di contribuire ad una riflessione più ampia sull’argomento.

“..Ciò che chiamiamo democrazia è, infatti, un funzionamento dello stato e del governo esattamente opposto;  eletti  eterni  che  accumulano  o  alternano  funzioni municipali, regionali, legislative o ministeriali e che si legano alla popolazione rappresentando gli interessi locali; governi che fanno le  leggi;  rappresentanti  del  popolo  che  escono  dalle  scuole  di amministrazione;  ministri  e  collaboratori  di  ministri  risistemati nelle imprese pubbliche o semipubbliche; partiti finanziati con la frode  sui  mercati  pubblici;  uomini  d’affari  che  investono  somme  colossali per ottenere un mandato elettorale; padroni di imperi mediatici  privati  che,  grazie  alla  loro  funzione  pubblica,  si appropriano  dell’impero  delle  telecomunicazioni  di  stato.  Insomma, la requisizione della cosa pubblica da parte di una solida alleanza fra l’oligarchia statale e l’oligarchia economica. Si capisce che  i  denigratori  dell”‘individualismo  democratico”  non  abbiano niente da rimproverare a questo sistema di predazione della cosa e dei  beni  pubblici.  Questo  iperconsumo  delle  funzioni  pubbliche non  dipende,  infatti,  dalla  democrazia.  I  mali  di  cui  soffrono  le nostre  “democrazie” sono  innanzitutto  i  mali  legati all’insaziabile appetito degli oligarchi. Non viviamo in una democrazia. Non viviamo nemmeno in un campo, come sostengono certi autori che ci vedono tutti sottomessi alla  legge  d’eccezione  del  governo  biopolitico.  Viviamo  in  uno stato  di  diritto  oligarchico,  cioè  in  uno  stato  in  cui  il  potere dell’oligarchia è limitato dal duplice riconoscimento della sovranità popolare  e  delle  libertà  individuali.  I  vantaggi  di  questo  tipo  di stato  sono  noti,  come  pure  i  loro  limiti.  Le  elezioni  sono  libere. Servono  essenzialmente  ad  assicurare  la  riproduzione  del medesimo personale dominante sotto etichette intercambiabili, ma le  urne  non  sono  in  genere  strapiene  ed  è  possibile  rendersene conto  senza  rischiare  la  vita.  L’amministrazione  non  è  corrotta, tranne  in  quegli  affari  di  mercato  pubblico  dove  finisce  per confondersi  con  gli  interessi  dei  partiti  dominanti.  Le  libertà individuali sono rispettate, a prezzo di considerevoli eccezioni per tutto quello che riguarda la difesa delle frontiere e la sicurezza del territorio.  La stampa è  libera: chi  voglia  fondare, senza  l’aiuto di potenze  finanziarie,  un  giornale  o  una  rete  televisiva  capace  di raggiungere l’insieme della popolazione incontrerà serie difficoltà, ma  non  finirà  in  galera. I diritti di associazione, di riunione e di manifestazione  permettono  l’organizzazione  di  una  vita democratica,  cioè  di  una  vita  politica  indipendente  dalla  sfera statale.  Permettere  è  evidente  mente  una  parola  ambigua”.

“…il sistema cosiddetto maggioritario elimina i partiti estremi e fornisce ai “partiti di governo” il mezzo per governare in alternanza: permette così alla maggioranza, cioè alla minoranza più forte, di governare senza
opposizione per cinque anni e di prendere, nella certezza della stabilità, tutte le misure che l’imprevisto delle circostanze e la previsione a lungo termine richiedono in vista del bene comune. Da un lato, questa alternanza soddisfa il gusto democratico del cambiamento. Dall’altro, i membri di quei partiti di governo,
avendo fatto gli stessi studi nelle stesse scuole dalle quali escono anche gli esperti nella gestione della cosa comune, tendono ad adottare le stesse soluzioni che fanno prevalere la scienza degli esperti sulle passioni della moltitudine. Si crea così una cultura del consenso che ripudia gli antichi conflitti, abituando a oggettivare senza passione i problemi che a corto e a lungo termine le società incontrano, a chiedere soluzioni agli esperti e a discuterle con i rappresentanti qualificati dei grandi interessi sociali”.

“…E’  finito,  quindi,  il  tempo  in  cui  la  divisione  del  popolo  era abbastanza attiva e la scienza abbastanza modesta perché i principi opposti  potessero  sopportare  la  loro  coesistenza.  L’alleanza oligarchica della ricchezza e della scienza esige oggi tutto il potere ed esclude che il popolo possa ancora dividersi, moltiplicarsi. Ma la  divisione,  che  è  stata  espulsa  dai  principi,  ritorna  da  tutte  le parti.  Ritorna  nell’impulso  dei  partiti  di  estrema  destra,  dei movimenti  identitari  e  degli  integralismi  religiosi  che,  contro  il consenso oligarchico, fanno appello ai vecchi principi della nascita e della filiazione, a una comunità radicata nel suolo, nel sangue e nella  religione  dei  padri.  Ritorna  anche  nella  molteplicità  delle lotte  che  rifiutano  la  necessità  economica  mondiale,  di  cui  si avvale l’ordine del consenso per rimettere in discussione i sistemi sanitari  e  pensionistici  o  il  diritto  del  lavoro.  Ritorna  infine  nel funzionamento  stesso  del  sistema  elettorale,  quando  le  uniche soluzioni che si impongono tanto ai governanti quanto ai governati debbono  sottostare  alla  scelta  imprevedibile  di  questi  ultimi.  Il referendum europeo ne ha fornito la prova. Nello spirito di coloro che  sottomettevano  la  questione  a  referendum,  il  voto  doveva intendersi  secondo  il  senso  originario  che  ha  l’”elezione”  in occidente: come un’approvazione data dal popolo riunito a coloro che sono qualificati per guidarlo. Doveva essere così, anche perché l’élite degli esperti di stato era unanime nel dire che la questione non si poneva più, che si trattava soltanto di proseguire la logica degli  accordi  già  esistenti  e  conformi  agli  interessi  di  tutti.  La maggiore sorpresa del referendum è stata che una maggioranza di votanti  ha  ritenuto  invece  che  quella  questione  fosse  una  vera questione,  che  essa  non  dipendesse  dall’adesione  della popolazione,  ma  dalla  sovranità  del  popolo  e  che  solo  il  popolo potesse rispondere sì o no. Il resto si sa. Si sa anche che di questa sciagura,  come  pure  di  tutte  le  difficoltà  del  consenso,  gli oligarchi,  i  loro  scienziati  e  i  loro  ideologi  hanno  trovato  subito una  spiegazione:  se  la  scienza  non  riesce  a  imporre  la  sua legittimità è colpa dell’ignoranza. Se il progresso non progredisce è colpa dei ritardatari. Una parola, continuamente salmodiata da tutti gli esperti, riassume questa spiegazione: il “populismo”. In questo termine  rientrano  tutte  le  forme  di  secessione  nei  confronti  del consenso  dominante,  sia  quelle  che  derivano  dall’affermazione democratica  sia  quelle  che  nascono  dai  fanatismi  razziali  o religiosi.  E  si  cerca  di  dare  a  questo  insieme  così  eterogeneo  un unico  principio:  l’ignoranza  degli  arretrati,  l’attaccamento  al passato, al passato dei vantaggi sociali, degli ideali rivoluzionari e della religione dei padri. Populismo è il facile nome sotto il quale si cela la contraddizione esasperata fra la legittimità popolare e la legittimità  scientifica,  nonché  la  difficoltà  del  governo  della scienza ad adattarsi alle manifestazioni della democrazia e perfino a quella forma mista che è il sistema rappresentativo. Questo nome maschera  e  allo  stesso  tempo  rivela  il  grande  desiderio dell’oligarchia:  governare  senza  popolo,  cioè  senza  divisione  del popolo,  governare  senza  politica.  É  permette  al  governo  dei  sapienti  di  esorcizzare  la  vecchia  aporia:  come  può  la  scienza governare  coloro  che  non  la  capiscono?”

“…L’ignoranza che viene rimproverata al popolo è semplicemente la sua mancanza di fede. La fede storica ha cambiato campo. Oggi sembra l’appannaggio dei governanti e dei loro esperti. Perché asseconda la loro compulsione più profonda, la compulsione naturale al governo oligarchico: la compulsione a sbarazzarsi del
popolo e della politica. Dichiarandosi semplici gestori delle ricadute locali e della necessità storica mondiale, i nostri governi si industriano a eliminare il supplemento democratico. Inventando istituzioni sovra-statali, che non sono stati a loro volta e che quindi non sono responsabili di fronte a nessun popolo, i nostri governi realizzano il fine immanente alla loro stessa pratica: depoliticizzare le questioni politiche, sistemarle in luoghi nonluoghi che non lasciano spazio all’invenzione democratica di luoghi polemici. Così gli stati e i loro esperti possono intendersela…”

Chi è ancora convinto che la democrazia sia il governo del popolo dovrebbe fermarsi a ragionare. Troppe contraddizioni e deformazioni insinuano dubbi sul significato d’antan della parola. Forse, non aveva tutti i torti Carmelo Bene quando sosteneva che la “democrazia è il popolo, che prende a calci in culo il popolo, su mandato del popolo”  ma, aggiungiamo noi, a vantaggio di conchiuse e prepotenti oligarchie.


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