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Sanremo 2012

Creato il 16 febbraio 2012 da Toutcourt
SANREMO 2012 – BREVE RECENSIONE DELLE 14 CANZONI

Come ogni anno è iniziata la fantomatica settimana di Sanremo. Come ogni anno si sono accese le critiche sui conduttori, sugli ospiti, sui criteri di scelta, sullo scempio di soldi pubblici e su molto altro. In questo articolo vorrei evitare di trattenermi sulla parte, per così dire, di contorno del festival, fatta di donne procaci ma di dubbia intelligenza, di conduttori piacioni e di ospiti esageratamente pagati solo per poter sparare con molta non calanche inutili frasi populiste, senza senso, senza collegamento, senza una base razionale e ragionata. In questo breve scritto vorrei limitarmi a parlare delle canzoni in concorso per la categoria Artisti, proponendo una mia analisi personale per ciascuna di esse; faccio questo perché ritengo che, al di là dell’inabissarsi della qualità di Sanremo sotto l’aspetto dell’intrattenimento (i soliti idioti su tutto il resto), un festival di musica vada valutato soprattutto per le canzoni che propone. Che poi anche da questo punto di vista si rasenti la disperazione, questa è un’altra faccenda.

In ordine alfabetico per non fare preferenze:

Arisa – La Notte (Giuseppe Anastasi)
Non è il peggio di questo Sanremo, va detto. La sua voce è, e rimane, decisamente bella, pulita ed elegante. Il vero problema sono melodia e testo: la prima è ripetitiva è banale, senza punti forti e costantemente mediocre; il secondo è tutto incentrato sul solito tema amoroso trattato con superficialità, ormai sentito e risentito. Sostanzialmente un brutto contenuto ma ben confezionato.

Samuele Bersani – Un Pallone (Samuele Bersani)
Il brano più interessante dell’intero festival. Tanto per cominciare l’unico con una linea melodica diversa ed innovativa che non finisca per sdilinquirsi in accordi facili e mielosi, ed in secondo luogo diverso dagli altri anche nel testo, in cui l’artista parla del nostro paese attraverso la metafora di un semplice pallone. Tra tanti testi da iperglicemia pieni di sciocchezze e di amore (del tipo banale) qualcuno ha ancora la voglia di parlare di altro, ed in modo affatto scontato.

Pierdavide Carone e Lucio Dalla – Nanì (Pierdavide Carone, Lucio Dalla)
A quanto pare l’ordine alfabetico rispecchia in parte le mie preferenze. Anche questo brano, nonostante all’inizio mi puzzasse il duetto artista vissuto – giovane sbarbatello (che mi rimandava ai ben più tragici ricordi di Battiato con Luca Madonia), mi ha lasciato parzialmente compiaciuto. È vero, il testo parla di amore, ma lo fa in modo diverso, più profondo ed originale; ed anche la canzone in sé risulta una delle meglio riuscite dell’intero festival con questo suo incedere ciondolante e i suoi ritornelli a due voci. In questo caso, lo ammetto, avevo dei pregiudizi che, fortunatamente, ho dovuto ritirare.

Chiara Civello – Al posto del mondo (Diana Tejera, Chiara Civello)
In questo momento, scrivendo, ho dovuto riascoltare la canzone per riuscire ad avere presente di quale si trattava; ed un motivo c’era. Non so bene da dove sia spuntata la fanciulla ma quel che è certo è che, voce piacevole a parte, ho passato il brano a pensare a quanti altri mi ricordava e a come fosse assolutamente privo di personalità. Non mi è piaciuta, se non si fosse capito. E se volessimo parlare del testo non saprei cosa dire perché ricordo solo “sguardo”, “ora ci sei tu” ad altre sciocchezze simili facilmente reperibili tra i libri di Moccia e le frasi dei baci Perugina.

Loredana Berté e Gigi D’Alessio – Respirare (Gigi D’Alessio, Vincenzo D’Agostino) Grottesco. È stato l’aggettivo più delicato che ho trovato per descrivere questo supremo trionfo del trash. Sulle note ridicole di una canzonetta pop/dance che parla di nulla (per la serie che a questo festival a quanto pare i testi li scrivono giocando a scarabeo) si muovono le voci di Gigi D’Alessio e dello strano botolo che lo accompagna ansimando e steccando. Entrambi sembrano non capire per quale motivo si trovano lì, ma soprattutto per quale motivo stanno cantando insieme. Avrò bisogno di tempo per riprendermi.

Dolcenera – Ci vediamo a casa (Dolcenera)
Ciuffetto di colore improbabile a parte, a me lei non dispiace ed anche la canzone era lievemente orecchiabile. Non posso però sorvolare sul fatto che a tratti mi sia sembrato di sentire la voce della Pausini, di Elisa, o di qualsiasi altra cantante italiana pop adorata dalle ragazzine di sentimenti immaturi o dalle madri nostalgiche. Una volta di più si tratta di una canzonetta “da Sanremo”, preparata apposta, e nulla di più.

Emma – Non è l’inferno (Silvestre, Sala, Palmosi)
Altro giro, altra corsa, altro brano scialbo in cui peraltro non si è brillato neppure per doti canore. Di una noia sconcertante, tanto che non mi va nemmeno di commentare a fondo. Posso solo dire che l’intro mi dava speranza ma la parte centrale mi ha definitivamente disilluso.

Eugenio Finardi – E tu lo chiami Dio (Roberta Di Lorenzo)
Un buon brano, devo dirlo. Risolleva lievemente le tragiche sorti di questo Sanremo 2012. Il testo è particolare, non si perde in sciocchezze e si nota una cura di fondo che alla maggior parte delle altre liriche della serata è decisamente mancata. Anche la linea melodica, per quanto decisamente classica, è riuscita bene. Solo il ritornello andrebbe rivisto e ritmato un po’ di più, poiché rischia di risultare stancante e ripetitivo.

Irene Fornaciari – Grande mistero (Davide Van De Sfroos)
Ah, la raccomandazione, finalmente una cosa pienamente italiana al festival. Come dice Andreotti nel Divo di Sorrentino “A pensar male degli altri si fa peccato ma spesso ci si indovina”. Facili polemiche a parte, non voglio spendere troppe parole per questa canzone finto-rock in cui la figliuola di Zucchero cerca di essere cattiva, arrabbiata e carismatica, riuscendo però al massimo a fare tenerezza. La sua voce è decisamente spiacevole e nemmeno il testo convince. Meglio stendere il fantomatico velo pietoso e proseguire.

Marlene Kuntz – Canzone per un figlio (Cristiano Godano, Riccardo Tesio, Luca Bergia)
Per chi non lo sapesse i Marlene Kuntz, da sempre celebre gruppo della scena alternativa italiana, non appena si è diffusa la voce della loro partecipazione al festival, si sono affrettati a pubblicare sul loro sito una sorta di excusatio non petita in cui tentavano goffamente di difendersi dalle prevedibili critiche dell’ambiente indie, che poi sono piovute loro addosso comunque, se non in dose maggiore. Detto questo premetto che ho ascoltato il brano con la massima attenzione e lasciando da parte qualsiasi tipo di pregiudizio. In questo modo sono riuscito a condensare in un solo aggettivo tutto ciò che si potrebbe dire di questa loro canzone. Moscia. Dopo essere stati presentati da Morandi come il vero rock d’Italia chiunque si sarebbe aspettato qualcosa di più animato, di più vivo. Invece Godano sussurra al microfono il testo come se avesse un mal di gola fulminante (ipotesi avvallata dal dolcevita che gli spunta da sotto la camicia) e il tutto si sviluppa su una melodia scialba che mai nessuno si sarebbe aspettato da un gruppo fautore di capolavori come Ho ucciso paranoia o Uno. Disappunto estremo è tutto ciò che provo.

Matia Bazar – Sei tu (Cassano, Golzi, Perversi)
Il brano parte bene e tiene per tutta la prima strofa. Poi arriva il ritornello e si perde in miscugli di melodie già sentite e riarrangiate per l’occasione. Poteva essere qualcosa di buono ma non hanno saputo sviluppare a sufficienza. Del testo non parliamo neppure, che è meglio.

Noemi – Sono solo parole (Fabrizio Moro)
La sua voce mi urta, è un mio limite. La partenza della canzone mi aveva fatto ben sperare, finché non ha alzato i toni e allora le mie orecchie hanno cominciato a soffrire. Mi rendo conto che il mio è un punto di vista soggettivo e quindi mi sento in dovere di aggiungere che il testo è l’ennesimo inutile e scontato sfogo amoroso, e che ha contribuito ad innervosirmi con le sue continue ripetizioni, fatte di certo perché il povero paroliere non sapeva come riempire la melodia, anch’essa comunque anonima e ridondante.

Francesco Renga – La tua bellezza (Renga, Mancino, Faini)
Il brano parte in modo carico e rock per le prime due battute. Poi tutto cade, subentra il pianoforte, e Francesco si mette a cantare la sua canzonetta sanremese su misura. Intendiamoci, non sto dicendo che sia proprio brutta, ma senza dubbio è troppo mielosa e con un ritornello totalmente privo di sostanza e personalità. Non sopporto i momenti in cui il cantante ripete infinite volte una medesima espressione per seguire la melodia (come ho già avuto modo di far notare per Noemi); tutto ciò è indice di lassismo e pigrizia da parte di chi ha scritto il brano. Le doti canore dell’esecutore in questi casi passano in secondo piano e affondano per la scarsa qualità intrinseca della canzone.

Nina Zilli – Per sempre (Casalino, Zilli)
Può una canzone avere un titolo più banale di “Per sempre”? Sul testo glissiamo completamente che vale per la Zilli ciò che ho detto per (quasi) tutte le liriche sull’amore in gara. Anche la melodia per l’ennesima volta mi risulta anonima, insipida, ma ormai ci ho fatto l’abitudine e non mi scompongo più. Alla fine aver sentito la Zilli o non averla sentita non mi avrebbe cambiato nulla, forse avrei solo risparmiato qualche minuto della mia vita.

A questo punto non mi resta che tirare brevemente le somme. Sicuramente in questo Sanremo 2012 il settore più tragico è quello dei testi. Una sfilza di stereotipi e banalità sull’amore che non sembra avere fine. Davvero mi riesce difficile pensare che non si possa scegliere di cantare qualcosa di meglio dell’abusato tema “ora che sei qui staremo insieme per sempre perché ti amo”, cucinato in mille salse diverse. Anche dal punto di vista melodico la situazione non è però migliore: soprattutto le cantanti donne sembrano aver definitivamente gettato al vento l’originalità, adagiando troppo spesso tutto il brano su temi pop uguali tra loro, privi di variazioni vocali e ridotti a giri d’accordi classici e prevedibili. Salvo qualche baluginio di speranza, non esco affatto rinfrancato dall’ascolto delle proposte di quest’anno. La musica italiana è altro, ed è decisamente meglio. Lo so io, ma come me lo sanno moltissime altre persone che probabilmente vorrebbero un festival diverso, in cui si dia più peso ad altri settori musicali troppo spesso lasciati sullo sfondo. Le critiche al resto del carrozzone le lascio ad altri; mi sono limitato ad un’analisi personale prettamente musicale, e mi è decisamente bastata.

Giacomo Cortese

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