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Sassi nello stagno di Luca Gorreri, l’appassionato documentario che ripercorre la storia del Festival di Salsomaggiore

Creato il 20 aprile 2017 da Taxi Drivers @TaxiDriversRoma
Sassi nello stagno di Luca Gorreri, l’appassionato documentario che ripercorre la storia del Festival di Salsomaggioreplay video

Sassi nello stagno è un'opera viva, la quale non si limita a riesumare un cadavere, celebrandone il passato, piuttosto lo fa risorgere, donandogli una linfa che lo rigenera, con una narrazione che non 'monumentalizza' ciò che racconta ma lo rende un flusso orale che attraversa lo spettatore, permettendogli di fare un'esperienza intensa e appagante

Un documentario prezioso quello di Luca Gorreri, che ancora una volta, e sacrosantamente, afferma l'importanza del ruolo del cinema come testimonianza. Perché il festival di Salsomaggiore fu un'esperienza unica che, in controtendenza rispetto all'omologazione delle varie manifestazioni nazionali ed internazionali dell'epoca, fornì l'occasione per sviluppare un laboratorio attraverso cui produrre un'idea di cinema.

" L'idea di cinema contiene senza dubbio un cinema di idee, mentre non è vero il contrario": così un artista non allineato come Carmelo Bene sentenziava a proposito dello scenario cinematografico imperante, e che eroicamente cercò, a suo modo, di riformare, raggiungendo traguardi non trascurabili. Dunque, ciò che Adriano Aprà, Patrizia Pistagnesi, Marco Melani e Luciano Recchia cercarono di fare a Salsomaggiore negli anni '80 fu un'operazione culturale innovativa, mossa dal desiderio di portare nel nostro paese il meglio della produzione cinematografica di allora, senza curarsi minimamente di allestire le solite (e miserabili, diciamolo) passerelle. Il respiro culturale che animò quel festival così audace proveniva dal fermento della Roma della fine degli anni settanta, in particolare quello che ruotava intorno a una delle istituzioni storiche della capitale, il Filmstudio, leggendario cineclub fondato da Americo Sbardella e Annabella Miscuglio, e successivamente passato alla gestione di Adriano Aprà. Presero forma così nel 1977 quegli Incontri cinematografici di Monticelli Terme che costituirono l'origine e il trampolino di lancio per il seguente Salso Film & TV Festival, che proseguì fino al 1989, anno in cui Adriano Aprà, probabilmente logorato dalle continue dispute con l'amministrazione locale che non aveva mai apprezzato fino in fondo la natura della manifestazione, emigrò a Pesaro per la Mostra internazionale del Nuovo Cinema. Nelle due edizioni successive il festival si snaturò, divenendo quell'evento mondano tanto desiderato dalla classe dirigente di Salso (che nel frattempo aveva di fatto estromesso il vecchio gruppo degli organizzatori), e il risultato fu la fine di un'avventura entusiasmante che tanto aveva dato alla vita culturale del nostro paese. In particolare, molto interessante fu il tentativo (pionieristico) di affiancare al cinema il mondo dell'audiovisivo (videoclip, video art, etc.), dando dignità culturale e artistica a tutta quella produzione che stava assumendo un ruolo sempre più significativo nel panorama delle arti figurative.

In tutto ciò lo sguardo di Luca Gorreri, che quasi commuove per la passione che lo anima, si muove su un doppio registro: da un lato ripercorre in maniera filologicamente ineccepibile la storia del festival, attraverso le testimonianze dei protagonisti - tra cui, oltre ai suddetti organizzatori, anche Enrico Ghezzi e, addirittura, la moglie e la figlia di Samuel Fuller, il quale presenziò a Salsomaggiore, in occasione di una retrospettiva a lui dedicata - e tanti altri documenti di varia origine, che rendono il film un mosaico irregolare ma affascinante, che tiene sempre desta l'attenzione di chi guarda; dall'altro compie un lavoro di frammentazione, di decostruzione, che rende Sassi nello stagno un'opera viva, la quale non si limita a riesumare un cadavere, celebrandone il passato, piuttosto lo fa risorgere, donandogli una linfa che lo rigenera, con una narrazione che non 'monumentalizza' ciò che racconta ma lo rende un flusso orale che attraversa lo spettatore, permettendogli di fare un'esperienza intensa e appagante.

La nebbia che all'inizio e alla fine del documentario avvolge la sonnecchiante cittadina di Salsomaggiore sembrerebbe presagire un futuro funesto, ma quella canzoncina antica e spiritosa che accompagna le immagini produce una piacevole frizione che fornisce la speranza (che non è la chimera della anima belle, ma la condizione per essere 'fedeli' a ciò che davvero ci appassiona e ci anima) che da quella quiete apparentemente rassicurante possa un giorno risorgere, come la fenice, qualcosa che assomigli a quell'Evento (Evento che eccede l'acquiescenza del quotidiano) che tanto diede a chi, forse, non meritava.

Luca Biscontini

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