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Se l’impiego a tempo pieno aiuta a costruire quello dei sogni

Creato il 03 maggio 2017 da Propostalavoro @propostalavoro

Se l’impiego a tempo pieno aiuta a costruire quello dei sogni

Per chi è sempre alla ricerca di curiosità scientifiche sulla psicologia, o come me ama avere qualcosa da leggere al volo sui mezzi pubblici, il sito Science of us è un’ottima fonte di notizie. Non avrebbe bisogno di pubblicità, in realtà: fa parte di New York Magazine e ha quasi 300mila fan su Facebook. Science of us ha recentemente pubblicato un articolo dall’eloquente titolo The Best Way to Follow Your Dreams Is by Keeping Your Day Job. Vale la pena riproporlo e commentarlo, poichè si presenta in modo volutamente paradossale e in controtendenza con un immaginario collettivo che esalta il tema del “molla tutto per seguire la tua passione”.

La premessa è che molti, rispetto alla propria carriera (e non solo), vivono costantemente una lotta tra il “dovrei” e il “devo”. Perciò: dovrei seguire la strada sicura e allinearmi alle aspettative e al ruolo che mi sono ritagliato. Il “devo” sarebbe la voce per quelle ambizioni o quelle attività ripaganti in sé, veramente stimolanti, ovvero i sogni nel cassetto. L’articolo in questione poggia su uno studio dell’Academy of Management Journal, con interviste a migliaia di imprenditori, mettendo in luce i pregi della cosiddetta imprenditorialità ibrida.

Coloro che avevano iniziato un’attività in proprio mantenendo al contempo un impiego a tempo pieno, entrando solo in un secondo momento nell’ autonomia de facto, avevano molte più chance di vedere il proprio business sopravvivere rispetto a chi aveva scelto di compiere il fatidico salto in modo diretto. L’esempio tirato in ballo è John Grisham, divenuto celebre per i suoi gialli giudiziari. Avvocato, iniziò a scrivere nel tempo libero, completando la prima opera nell’arco di tre anni. La vera ricompensa per il suo lavoro arrivò solo con la pubblicazione del secondo romanzo, nel 1991. Per anni, perciò, Grisham ha bilanciato il “devo” con il “dovrei” quotidiano.

Allora per cambiare il proprio destino professionale la strada più efficiente è dedicarsi nei ritagli di tempo dal lavoro attuale, magari la sera con le energie di riserva? La conclusione di Science of us è decisamente sì e lì termina l’articolo. Il senso critico, tuttavia, suggerisce che si tratta evidentemente di una strategia più prudente e che può costituire per alcuni un consiglio preziosissimo. Tuttavia, non è detto che sia la scelta più efficace per ogni tipo di attività in proprio. Qualche perplessità anche sullo studio scientifico usato come fonte: per avere risultati così tanto generalizzabili, è preferibile accedere ad un corpo di ricerche, più che a singoli studi svolti in un dato arco temporale e in una data area geografica (nel caso in questione gli Stati Uniti).

Consiglierei, inoltre, a chi intende seguire questa rotta, di prendere con le pinze l’esempio di Grisham (come di altri). Ogni volta che entriamo in contatto con la storia di chi ha avuto successo, vi è il rischio di incorrere nella distorsione della sopravvivenza (survivorship bias). È un ragionamento errato che cerca a ritroso, scavando nelle storie di successo, i fattori che hanno determinato quel risultato eccezionale. A questi fattori successivamente viene attribuito un valore predittivo. Il punto è: per coloro a cui è andata male, cosa invece non ha funzionato? Non solo i successi hanno maggiore visibilità dei fallimenti ma, come sottolinea Rolf Dobelli ne L’arte di pensare chiaro, “il cimitero degli sconosciuti è invisibile”. Non resta da capire quanti sono là fuori coloro che in questo momento si stanno industriando per avviare una propria attività, ricordando di timbrare il cartellino ogni giorno. Preferibilmente con un'occhiata in più alle evidenze empiriche, rispetto ai singoli casi brillanti.

Riferimenti

Dobelli, R. (2013). L’arte di pensare chiaro. Milano: Garzanti

Foto: https://www.flickr.com/photos/wallyg/8406220055


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